giovedì 17 settembre 2026

Quando la forza diventa caparbietà

Il sonno della ragione di Francisco Goya
Il sonno della ragione
di Francisco Goya

Esiste un viaggio che può attraversare la crescita umana.

Parte dalla sensibilità, dalla capacità di emozionarsi, dalla gentilezza, dall'attenzione verso gli altri.

Poi arriva la crescita.

E con la crescita arriva anche il desiderio di diventare forti.

Non dipendere. Non lasciarsi condizionare.

Non mostrare le proprie fragilità.

È un passaggio quasi impercettibile. La sensibilità può cominciare a essere considerata una debolezza, la disponibilità un rischio, il bisogno degli altri qualcosa da superare.

L'indipendenza diventa una conquista.

Poi una caratteristica da difendere.

Infine, per alcuni, una corazza.

La gentilezza lascia spazio alla durezza.

L'ascolto alla fermezza.

La capacità di mediare alla necessità di avere l'ultima parola.

Non sempre è possibile individuare il momento preciso in cui avviene il passaggio.

Si afferma semplicemente l'idea che nella vita bisogna essere forti.

E che essere forti significhi non cedere.

Non tornare indietro. Non avere bisogno.

Non lasciarsi mettere in discussione.

È qui che la forza può incontrare l'ostinazione.

E quando l'ostinazione diventa parte dell'immagine di sé, cambiare direzione diventa sempre più difficile.

Una convinzione, difesa abbastanza a lungo, può finire per assumere il valore di una verità.

A quel punto non è più necessario avere ragione: è necessario non poter avere torto.

E chi non può avere torto non può essere contraddetto.

La discussione diventa inutile e l'opinione dell'altro un ostacolo.

Nietzsche aveva dato un nome a una delle forme attraverso cui il rancore può trasformarsi in giudizio: il ressentiment.

Il risentimento può diventare una lente attraverso la quale guardare l'altro. E quando l'altro viene collocato definitivamente dalla parte del torto, tutto ciò che accade può apparire legittimo.

Anche punire.

Hannah Arendt studiando Adolf Eichmann, ci lascia un'intuizione ancora più inquietante. Siamo abituati a riconoscere il male quando diventa grande, evidente, mostruoso. 

Ma il male non è grande o piccolo: è male. E può iniziare molto prima, quando si rinuncia alla propria coscienza e si smette di giudicare con la propria testa, seguendo idee o regole che all'inizio possono perfino sembrare nuove, giuste e buone.

È la capacità di fermarsi e mettere in discussione ciò che si crede di sapere che permette di guardare ciò che accade senza lasciarsi completamente governare dalle proprie certezze.

Ed è quando questa capacità viene meno che la forza rischia di diventare l'unico modo che si conosce per affermare se stessi.

La sensibilità non è necessariamente fragilità.

L'indipendenza non richiede necessariamente distanza.

La fermezza non deve diventare ostinazione.

La vera forza è quella di chi riesce a governare se stesso, a non trasformare il dissenso in ostilità e a non permettere che le proprie certezze diventino una giustificazione per agire con indifferenza verso il dolore altrui.

È anche la capacità di confrontarsi senza paura delle critiche, senza il bisogno di apparire invulnerabili o di dimostrare continuamente la propria forza.

Perché spesso è proprio la paura di sembrare deboli, di cedere o di essere sottomessi a rendere più dure le proprie azioni, fino a caricarle di una violenza che può finire per rendere ingiustificabile persino ciò che, all'origine, poteva essere giusto.

La vera forza è riconoscere quando si è superato un limite e avere la lucidità di fermarsi, lasciando che la consapevolezza prevalga sull'ostinazione e sul timore del giudizio altrui.

La capacità di sostenere le proprie ragioni non dovrebbe trasformare ogni confronto in una prova di forza.

La nostra parte più antica continua a suggerire che il più forte debba prevalere sul più debole, che cedere significhi perdere e che imporsi sia il modo più sicuro per affermare se stessi.

Ma l'uomo ha sviluppato qualcosa che va oltre l'istinto: la capacità di pensare, di comprendere, di dialogare.

Ed è in questa capacità che rimane la speranza: che la vera forza stia nel saper sostenere le proprie ragioni senza paura di vincere o perdere, senza trasformare ogni confronto in una lotta da vincere con l'antico pollice verso.

- Rossana vanderBorg