PAU BRASIL

Ci sono storie che finiscono quando si chiude il libro.

E ce ne sono altre che, proprio quando sembra che tutto sia ormai accaduto, lasciano una domanda.

Ho scelto di condividere con voi questo brano di Pau Brasil perché è una delle pagine a cui sono più affezionata. Non racconta ciò che è accaduto: racconta ciò che rimane, dopo che il tempo ha trasformato le persone, le illusioni e persino il modo di guardare al proprio destino.

Forse è questo, in fondo, uno dei temi che attraversano il romanzo: quanto siamo davvero liberi di scegliere la nostra strada?

E se non fosse soltanto una questione di scelta, ma anche di capacità di riconoscere l'amore quando arriva?

Perché a volte servono anni, errori e distanze per capire ciò che avevamo già incontrato.

E forse la cosa più triste è incontrare qualcosa di unico e raro e, invece di riconoscerlo, lasciarselo sfuggire, trattenuti dalla paura o da ciò che ha sempre contato meno.

Pau Brasil

Era primavera.

Le api, infaticabili, lambivano i fiori; le farfalle colorate sfioravano l'aria; i pangolini, le scimmie e gli armadilli sembravano essersi dati appuntamento: scorrazzavano nei campi e sugli alberi. Gli aironi, sulle rive dei fiumi, volteggiavano compassati ed eleganti.

La natura era riesplosa, vitale e incosciente.

S'intercambiavano il giorno e la notte, la fantasia e la realtà.

Carlotta si era alzata prima dell'alba.

Le accadeva spesso.

Il sonno era diventato leggero; bastava il primo richiamo degli uccelli perché sentisse il bisogno di uscire.

Descarado la riconobbe da lontano e nitrì soddisfatto.

Lei gli accarezzò il collo, senza sellarlo.

Camminarono lentamente lungo il sentiero che conduceva alla collina.

L'aria aveva il profumo dell'erba bagnata e dei fiori del “manacá de cheiro”, un arbusto boschivo dal profumo inebriante. Da qualche parte un ruscello rompeva il silenzio.

Quanti anni erano trascorsi. Le parve di aver vissuto molte vite.

La ragazza partita da Lisbona quasi non le apparteneva più.

Aveva visto nascere uomini e idee, morire illusioni e speranze.

Aveva imparato che la felicità non consiste nel trattenere il tempo.

Ripensò a Felipe

Le tornò alla mente una delle sue frasi preferite.

— Il destino è già scritto. Noi crediamo di scegliere, mentre ci limitiamo a percorrere la strada che ci è stata assegnata.

Per anni gli aveva dato torto, a volte con rabbia.

Adesso non ne era più tanto sicura. Non era più sicura di nulla.

Il sole superò lentamente la linea degli alberi.

Una brezza tiepida mosse le alte erbe.

Stormi di pappagalli attraversarono il cielo con il consueto chiasso.

Tutto pareva identico e, nello stesso tempo, diverso.

Avvertì un'inquietudine sottile.

Non era paura.

Non era speranza.

Somigliava piuttosto al riconoscimento di qualcosa atteso da sempre.

Restò immobile.

Il tempo sembrò arrestarsi.

Persino il vento cessò.

Egli era arrivato silenzioso, in punta di piedi.

Gli occorreva, per vivere, attingere a quella sorgente, e quella sorgente doveva sgorgare per manifestare tutta la sua esuberanza.

Rocce nere e corpi bianchi, umidi nel trasudare vita.

Il respiro della terra si confuse con quello degli uomini.

L'inevitabile avvenne.

Come accade alle stagioni.

Come accade ai fiumi quando ritrovano il mare.

Come accade ai destini che, pur fuggendosi per una vita intera, finiscono col riconoscersi.

Perché il tempo può separare gli uomini.

La volontà può opporsi.

La ragione può combattere.

Ma vi sono incontri che appartengono a un ordine più antico.

E, quando giunge il loro momento, nessuna forza riesce più a trattenerli.