mercoledì 21 ottobre 2026

Buone intenzioni: quando fare del bene finisce per ferire

Le Ninfee di Claude Monet
Le Ninfee di Claude Monet
Nelle notti in cui dormire diventa una grande impresa, si finisce per cercare risposte alle domande che ci accompagnano durante la vita. Non sempre, però, le risposte esistono. Si può soltanto riflettere, tirare un filo con i propri pensieri e vedere dove conduce. A volte si arriva da qualche parte, altre il filo si aggroviglia e ci si ritrova davanti a uno dei tanti misteri della nostra esistenza.

Viene da chiedersi perché sentiamo il bisogno di trovare un senso anche là dove non riusciamo a intravederne uno.

Albert Camus si è confrontato a lungo con l'assurdità della condizione umana, con la necessità di dare un significato alla propria esistenza e con l'assenza di risposte certe. Una questione che attraversa la filosofia, la religione e, in fondo, la vita di ciascuno di noi.

Il bisogno di dare un senso alla vita

Le religioni sono nate anche per aiutare l'essere umano ad affrontare le incertezze e le paure, a comprendere il proprio simile e a trovare un punto d'appoggio di fronte al mistero. I loro insegnamenti e le loro regole offrono riferimenti per orientarsi, talvolta richiamando principi dettati dal semplice buonsenso. Confucio, Gesù e altri maestri hanno lasciato una bussola, anche se seguirne la direzione non è sempre facile.

Da bambini si dispongono i giochi e, crescendo, ci si illude di poter progettare la propria vita, di esserne gli inventori. Si sceglie una strada anziché un'altra, ci si lascia guidare dall'educazione ricevuta a scuola e in famiglia, dai buoni o cattivi esempi, dalle esperienze che trasformano un ragazzo in un adulto. Da molto altro.

All'inizio c'è l'entusiasmo di poter decidere la propria direzione. Ci si sente liberi, a volte finalmente indipendenti, e si comincia a immaginare ciò che si vorrebbe diventare. Per un certo periodo sembra davvero di avere il futuro nelle proprie mani. È questa una delle meraviglie più belle della giovinezza.

sabato 17 ottobre 2026

Amicizia e tradimento: la storia della volpe e dell’oca

studio di una volpe di Rosa Bonheur
Studio di una volpe di Rosa Bonheur

Ai margini del bosco, dove gli alberi si specchiavano nell’acqua dello stagno, c’era una tana che un tempo aveva l’ingresso sempre aperto.

Ci viveva una volpe.

Era prudente, certo, ma non diffidente. Conosceva gli animali del bosco, si fermava a parlare con loro e, nelle sere d’estate, si sedeva persino fuori dalla tana ad ascoltare i rumori del bosco.

Aveva soprattutto un’amica: un’oca che viveva poco distante, vicino allo stagno.

Tra loro c’era molta confidenza. Si raccontavano pensieri, piccoli problemi, episodi della giornata, qualche pettegolezzo e anche cose più personali.

Si conoscevano da molti anni e avevano condiviso una parte importante della loro vita. Parlare era naturale.

Il loro modo di vivere le conversazioni, però, era diverso.

L’oca parlava con semplicità, senza pensare che ogni racconto potesse avere conseguenze. La volpe, invece, era più riservata e attribuiva alle parole un valore particolare.

L’oca non lo faceva per mancanza di lealtà. Aveva una sensibilità diversa da quella della volpe e non sempre si accorgeva di ciò che per l’amica era importante.

Ma aveva una qualità che la volpe conosceva bene: quando dava la sua parola, la manteneva.

Inoltre, se qualcuno le affidava qualcosa o chiedeva aiuto, lei era sempre pronta. Non si tirava indietro.

Forse era proprio questa la sua ingenuità: non pensava male degli altri e tendeva a vedere le cose con semplicità.

Era fatta così: un po’ sprovveduta, sempre piena di vita e con un cuore grande.

La loro amicizia veniva da molto lontano.

venerdì 16 ottobre 2026

La misericordia e il pugnale: compassione e indifferenza

 

La decapitazione di San Giovanni Battista di Michelangelo Merisi da Caravaggio
La decapitazione di San Giovanni Battista
di Michelangelo Merisi da Caravaggio

La misericordia è una parola che richiama la pietà, la compassione, il desiderio di alleviare la sofferenza di qualcuno. Eppure, in un altro tempo, lo stesso nome indicava anche un pugnale utilizzato sul campo di battaglia per dare il colpo mortale a un combattente ferito senza speranza di salvezza.

Due significati lontani, almeno in apparenza. Eppure c'è una domanda che li lega: quando ci troviamo davanti alla sofferenza di un altro essere umano, vogliamo davvero alleviarla oppure desideriamo soltanto liberarci dalla sua presenza?

Una cosa è fare tutto il possibile per aiutare chi soffre. Un'altra è non sopportare quella sofferenza e volere che scompaia dalla nostra vista.

Nel primo caso, al centro c'è chi soffre. Nel secondo, chi guarda, con il proprio disagio, la propria insofferenza, il bisogno di non essere disturbato.

È da questa differenza che occorre partire per capire che cosa sta accadendo alla sensibilità umana.

Quando il male diventa familiare

Violenza, sadismo, umiliazione, morte. Il male non è mai stato estraneo alla storia umana, né alla letteratura, al cinema o all'arte. La differenza sta anche nel modo in cui viene mostrato, ripetuto e trasformato in intrattenimento.

Oggi la crudeltà è diventata spettacolo, il sadismo una provocazione, la violenza un segno di forza. Corpi martoriati, vendette e sofferenze estreme scorrono davanti ai nostri occhi in un flusso continuo di immagini. Si guarda, si passa oltre, si dimentica. E raramente ci si ferma a pensare a quanto rimanga dentro di noi di ciò che abbiamo appena visto.

Che cosa accade quando la brutalità viene presentata continuamente come affascinante, divertente, trasgressiva, persino eroica? Quando la sensibilità viene scambiata per debolezza e la capacità di ferire per una prova di potere?

Ciò che un tempo avrebbe provocato orrore può diventare familiare. Ciò che avrebbe suscitato repulsione può trasformarsi in curiosità. E ciò che dovrebbe indurre a riflettere viene consumato come qualsiasi altro prodotto.

mercoledì 14 ottobre 2026

Che cosa succede quando il male diventa divertimento?

Natura morta
di Jan Brueghel il Vecchio

Violenza. Stupri. Sadismo. Morte. Umiliazione. Crudeltà.

Sono diventati immagini, scene, storie, video, sketch. Vengono raccontati, mostrati, ripetuti. E sempre più spesso vengono trasformati in spettacolo.

Il male è sempre esistito nella letteratura, nel cinema e nell’arte. Ma per secoli è esistita anche una contrapposizione chiara: bene e male, bello e brutto, eroismo e vigliaccheria, vittima e carnefice.

Anche quando il male veniva raccontato, non per questo veniva innalzato.

La differenza di oggi sta anche nella potenza dei mezzi di comunicazione.

Un tempo il mondo nel quale si viveva era molto più ristretto. Un racconto, un’immagine o un’opera potevano raggiungere molte persone, ma non milioni di individui nello stesso momento e con la stessa velocità.

Oggi un’immagine può essere ripetuta all’infinito, entrare nelle case, nei telefoni e nelle menti di milioni di persone e diventare parte dell’immaginario collettivo.

È qui che la propaganda può assumere una forza mai conosciuta prima.

Non serve più convincere con un discorso. Basta ripetere un’immagine, un comportamento, un modello, fino a renderlo familiare.

E quando per anni vengono messi al centro violenza, crudeltà, sadismo, morte e trasgressione, il rischio non è soltanto quello di abituarsi all’orrore.

È che l’orrore cominci a diventare affascinante.

Il carnefice diventa il personaggio più interessante. Il criminale diventa l’eroe. La crudeltà diventa trasgressione. La violenza diventa spettacolo. Il male non viene soltanto mostrato: viene reso attraente.

È questo il passaggio più grave.

Quando il brutto diventa normale

Non è soltanto il male a essere mostrato. È la gerarchia dei valori a cambiare.

Perché ciò che è capace di elevare l’uomo sembra avere sempre meno spazio rispetto a ciò che lo sconvolge, lo eccita o lo disgusta?

lunedì 12 ottobre 2026

Italia, dove paradiso e inferno possono convivere

Italia Nova di Ignazio Danti
Italia Nova di Ignazio Danti

Nessun paese al mondo possiede nel suo insieme una ricchezza storica, artistica, culturale e paesaggistica paragonabile a quella italiana. Eppure, pochi sembrano altrettanto capaci di dissipare le proprie ricchezze, deturpare le proprie bellezze e ostacolare il proprio futuro.

L'Italia è un paradiso che i suoi stessi abitanti contribuiscono a trasformare in un inferno: un Paese che ha dato al mondo capolavori, civiltà e ingegno, ma che continua a divorare se stesso attraverso rivalità, individualismo e incapacità di riconoscersi in un destino comune.

Non è soltanto una questione di politica, di economia o di cattiva amministrazione. È qualcosa di più profondo, radicato in una mentalità che attraversa i secoli: la tendenza a preferire la sconfitta del proprio vicino se costui viene considerato un rivale, a sacrificare un interesse comune pur di difendere un vantaggio particolare, a distruggere ciò che appartiene a tutti pur di impedire a qualcun altro di beneficiarne. Un'invidia atavica.

Una contraddizione che ha accompagnato la storia della penisola e che continua a manifestarsi nel presente, mentre il patrimonio che dovrebbe costituire la sua forza viene progressivamente impoverito, le identità locali si dissolvono, le città perdono bellezza e vivibilità e il senso della comunità sparisce.

Il dramma italiano non è aver avuto una storia travagliata, né essere un Paese di differenze. È non essere ancora riuscito a trasformare la straordinaria ricchezza delle proprie differenze in una forza condivisa. È l'aver ereditato un patrimonio immenso senza sviluppare, nella stessa misura, la volontà di custodirlo.

Il marchio dell'infamia

Nella storia italiana ricorre una tendenza che meriterebbe una riflessione ben più profonda di quella che solitamente le viene dedicata: la disponibilità a ricorrere a una potenza straniera pur di sconfiggere un rivale della porta accanto. Come se fosse preferibile consegnare le chiavi di casa a uno sconosciuto piuttosto che lasciarle al vicino. Una logica che ricorda quella di chi, pur di fare un dispetto alla moglie, finisce per tagliarsi gli attributi da solo.

sabato 10 ottobre 2026

Trump tratta con Putin, l’Europa paga il conto della guerra

L'orgia di William Hogarth
Il dipinto di Hogarth diventa un’allegoria dell’avidità e della corruzione: una nazione combatte per la propria sopravvivenza, mentre c’è chi approfitta del conflitto per perseguire interessi personali, dilapidando risorse e sacrificando il futuro collettivo.

Una falsa vicinanza, fatta di dichiarazioni di solidarietà, può nascondere ben altri obiettivi.

Come nell’immagine, il banchetto continua. Il conto arriverà dopo, ma a pagarlo non saranno necessariamente coloro che hanno partecipato alla festa.

C’è qualcosa di grottesco nella politica internazionale, tanto da far nascere il desiderio di paragonarla a un’orgia: un banchetto di avidità, vantaggi personali e corruzione, nel quale chi detiene il potere sembra dimenticare le conseguenze delle proprie azioni. Più probabilmente, quelle conseguenze non interessano affatto a chi detiene il potere.

Per anni si è chiesto agli europei di considerare la Russia un nemico da isolare, di accettare sanzioni e sacrifici economici in nome della difesa dell’Ucraina. E mentre i cittadini fanno i conti con il caro carburante e l’aumento del costo della vita, gli Stati Uniti cercano un’intesa con Mosca per garantirsi forniture energetiche.

Quando Washington tratta con Mosca e l’Europa paga

Evitiamo di liquidare Trump definendolo pazzo perché cambia idea, dice una cosa e ne fa un’altra. Il personaggio è sgradevole, ma una cosa è difficile da negare: ha fiuto per gli affari e sa riconoscere le occasioni quando si presentano. E, in fondo, che cos’è una nazione se non una comunità organizzata il cui governo dovrebbe perseguire anche il benessere materiale dei propri cittadini? La politica non è fatta soltanto di dichiarazioni solenni e principi proclamati, ma anche della capacità di tutelare le priorità del Paese.

Quando l’interesse nazionale lo richiede, gli Stati Uniti trattano con il nemico di ieri. Non è una questione di Trump o di un altro presidente: è una costante della politica americana, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca. Le priorità economiche prevalgono sulle dichiarazioni di principio e, quando un accordo conviene agli Stati Uniti, anche l’avversario può diventare un interlocutore.

venerdì 9 ottobre 2026

Il potere delle parole: rispetto, dialogo e ragione


Insula dulcamara di Paul Klee
Insula dulcamara di Paul Klee

È stata mia figlia a farmi comprendere qualcosa che può sembrare banale, ma che tanto banale non è: il potere delle parole, la loro capacità di ferire, di lasciare rabbia, di provocare dolore e persino il desiderio di non ascoltare più.

Perché non conta soltanto ciò che si dice, ma anche come lo si dice e ciò che le parole possono lasciare dentro chi le riceve.

Si dice che le parole feriscano più della spada, ma spesso si dimentica che non è necessario rinunciare a ciò che si pensa per evitare di ferire. Si può dire tutto, anche ciò che è sgradito, senza umiliare, aggredire o trasformare un confronto in uno scontro.

Il problema nasce quando le parole smettono di servire a esprimere un pensiero e diventano uno strumento per imporlo. Quando l'offesa prende il posto dell'argomentazione, oppure quando si insiste nel voler affermare le proprie ragioni senza considerare ciò che l'altro è disposto ad ascoltare, il dialogo si spezza. Non perché le idee siano necessariamente inconciliabili, ma perché viene meno la disponibilità ad ascoltarle.

La ragione dovrebbe prevalere proprio in questi momenti. Non per avere ragione a ogni costo, ma per non perdere qualcosa di più importante: il piacere del confronto, la possibilità di comprendere un punto di vista diverso e persino il desiderio di imparare qualcosa che prima non si conosceva.

Rispettare chi ascolta non significa addolcire le proprie opinioni, nascondere le verità scomode o rinunciare alla fermezza. Significa poter essere anche radicalmente in disaccordo senza trasformare l'interlocutore in un nemico.

Perché la diversità di pensiero non dovrebbe cancellare il rispetto, così come la convinzione di avere ragione non dovrebbe autorizzare a umiliare chi la pensa diversamente.

mercoledì 7 ottobre 2026

Perché l'uomo è violento: guerra, odio e distruzione


Il giardino delle delizie
di Hieronymus Bosch

Il 7 ottobre 2023 non è stato soltanto un giorno di morte. È stato uno di quei giorni in cui l'essere umano ha ricordato a se stesso quanto rapidamente la civiltà possa essere spazzata via quando l'odio diventa più forte di qualsiasi limite.

Tre anni dopo, il massacro compiuto da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi resta una ferita impossibile da ignorare: più di 1.200 persone furono uccise e 251 vennero rapite e portate a Gaza come ostaggi, dove furono stuprate, torturate e uccise. Civili furono deliberatamente colpiti nelle loro case, nelle comunità in cui vivevano e durante un festival musicale.

Com'è possibile che, dopo migliaia di anni di storia, l'essere umano sia ancora capace di guardare un altro essere umano e decidere che la sua vita non vale nulla?

Non è una domanda che riguarda soltanto il 7 ottobre. Riguarda l'uomo e il modo in cui continua a rapportarsi ai suoi simili.

Si tende a parlare della guerra come di una deviazione dalla normalità, come se la pace fosse la condizione naturale dell'uomo e la violenza un incidente destinato prima o poi a finire. Ma basta guardare il Novecento per capire quanto sia fragile questa convinzione.

Due guerre mondiali. Due bombe atomiche. Il nazismo, lo stalinismo e i gulag. Le dittature e i massacri del Novecento. Il Vietnam, la Cambogia, le guerre africane, il terrorismo, il Medio Oriente.

Le cause e le ideologie sono diverse, ma resta la capacità dell'uomo di trasformare l'altro in un nemico, fino a considerare la sua eliminazione una possibilità accettabile. E non è qualcosa che appartiene soltanto al passato.

martedì 6 ottobre 2026

La libertà di essere se stessi oltre il giudizio degli altri

Dettaglio del Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti
Dettaglio del Giudizio Universale 
di Michelangelo Buonarroti
Come ritrovare la libertà di essere se stessi senza temere il giudizio

“Fa’ e lassa dì.”

Nella vita bisognerebbe ricordare ciò che hanno insegnato gli antenati romani, quelli della Roma vera, quella antica: vivere secondo ciò che si ritiene giusto, senza permettere al giudizio degli altri di diventare la misura della propria vita.

Quando questa paura comincia a influenzare ciò che si mostra, ciò che si fa e il modo in cui si vive, l'opinione degli altri ha già iniziato a pesare sulla propria libertà.

Nascondersi può ridurre l'esposizione, ma non elimina il giudizio degli altri. Se si modifica il proprio modo di vivere per paura di ciò che potrebbero pensare, si è già attribuito al giudizio un potere sulla propria vita.

Un'opinione falsa non diventa vera perché qualcuno la esprime, mentre una verità non smette di esserlo perché la si tiene nascosta. Nascondersi non cambia ciò che si è, né in un caso né nell'altro.

E allora perché il giudizio di un'altra persona dovrebbe avere il potere d'incidere sul modo di vivere?

Se qualcuno dice di una persona qualcosa che non è vero, quella frase non modifica ciò che è. Se invece contiene qualcosa di vero, nasconderlo agli altri non lo rende falso.

Il problema non è necessariamente ciò che gli altri pensano, ma il valore che si attribuisce al loro pensiero.

Nessuno può controllare ciò che gli altri pensano, ma si può decidere quale importanza attribuirgli.

Lasciare che la paura del giudizio determini i propri comportamenti significa consegnare agli altri la propria libertà.