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| Le lavandaie di Eugenio Cecconi |
Bastablablabla.com
Analisi critica di società e cultura, con uno sguardo internazionale. A cura di Rossana vanderBorg
domenica 24 maggio 2026
Femminismo, merito e differenze tra uomini e donne: una riflessione contro gli stereotipi
venerdì 22 maggio 2026
Democrazia e pensiero critico: quando il voto decide il destino di una nazione
| Kylix attica 490/480 a.C. disegno di Duride eseguito e firmato dal vasaio Python |
Con malcelata tristezza rispondevo a dei bambini che dovevano accettare il fatto che il mondo non fosse giusto.
Accadeva ogniqualvolta un adulto, a scuola o altrove, riversasse su di loro le proprie insoddisfazioni, frustrazioni o incapacità.
Altrettanto sottolineavo l'importanza di ringraziare quei maestri che offrivano con passione il proprio tempo per aiutarli a sviluppare un pensiero critico o che insegnavano la loro materia con autentico impegno.
I ragazzi si rendevano perfettamente conto di quanti stessero seduti in cattedra soltanto per guadagnare uno stipendio, limitandosi a sciorinare libri e nozioni come pappagalli, senza aggiungervi nulla di proprio.
Sono cresciuti e oggi ho potuto, e posso ancora, spiegare il mio pensiero senza che l'età renda il tutto una forma d'ineducazione o di mancanza di rispetto verso le persone e le regole del vivere civile.
Certo, continuo a spingerli a combattere le ingiustizie senza se e senza ma, ad avere il coraggio di esprimere le proprie idee e a non accettare passivamente fandonie e stupidità.
Ho spiegato loro che si può e si deve essere allergici al politicamente corretto, che trovo insopportabile perché la libertà di pensiero non può accettarlo.
E che bisogna voltare le spalle a chi sostiene determinate idee soltanto perché fanatico assertore di un'ideologia o di un pensiero comune, semplicemente perché non comprende altro o perché l'interesse personale è più forte della ragione.
Il tempo è prezioso e va utilizzato non soltanto per divertirsi o lavorare, ma anche per aiutare le proprie meningi a scoprire cose nuove, approfondire pensieri diversi e apprezzare quanto di bello il vivere può offrire.
Quindi bisogna imparare a trascurare i tanti individui che contornano la nostra esistenza con l'unico scopo di essere semplici comparse, messe lì per addestrarci alla sopportazione e all'arte di evitarli.
L'immagine in questa coppa da vino, il kylix, rappresenta un cittadino elettore greco che allunga la mano per mettere un gettone, il proprio voto, all'interno di un'urna.
La sua importanza deriva proprio dal testimoniare la nascita della democrazia ateniese, la cui idea era limitare il potere e non permettere a nessun uomo di decidere per tutti gli altri senza controllo. E questo quasi 500 anni prima della nascita di Cristo.
Si dava forza al principio che la legge dovesse valere più della forza.
E nel vaso, sotto lo sguardo di Atena, i guerrieri greci depositano i loro voti per decidere se le armi del prode Achille dovessero andare ad Aiace o a Odisseo.
All'epoca il "popolo" era una minoranza ben precisa: uomini liberi e non stranieri.
La democrazia, come la conosciamo oggi, ha dovuto superare molte forme di governo: monarchie, dove a governare era uno solo; teocrazie, con il potere in mano alla religione; signorie sotto il controllo di una famiglia dominante; oligarchie nelle quali pochi governano secondo i propri interessi; aristocrazie, dove al comando stanno i "migliori", come nelle repubbliche aristocratiche, di cui Venezia fu un chiaro esempio con il suo governo durato mille anni.
Aristotele già allora distingueva una forma buona di governo, la "politeia": il governo di molti cittadini che operavano per il bene comune e che, per farlo, dovevano rispettare le istituzioni.
Miravano all'interesse generale, doveva esserci sempre un equilibrio tra ricchi e poveri e non doveva esistere un potere assoluto della maggioranza.
A rendere possibile tutto questo erano le leggi.
Al contrario, la democrazia secondo il filosofo poteva degenerare quando la maggioranza imponeva la propria volontà a tutti, con il rischio che il governo cadesse in mano alle passioni del momento, magari attraverso leader che, con promesse e demagogia, ammaliassero gli elettori, finendo per passare al di sopra della competenza.
La paura evidente era che il principio del "vince chi ha più voti" si trasformasse nel dominio della folla.
Platone temeva che il potere finisse nelle mani dei demagoghi.
Arriviamo a noi.
Per noi la democrazia è un sistema nel quale ogni individuo ha diritti politici indipendentemente dalla nascita o dal censo.
Non importa se esista o meno una popolazione informata, capace di ragionare e di non lasciarsi trascinare dalle emozioni o, peggio ancora, manipolare dai furbi.
Ecco la domanda.
Quanti sono gli elettori che hanno la capacità critica di distinguere i fatti dalla propaganda?
Quanti si fanno trasportare dall'istinto senza avere uno sguardo reale su quanto, nel lungo termine, una proposta di legge o un modo rispetto a un altro di governare possa comportare un rischio per l'intera popolazione?
Quanti riescono ad accorgersi che dietro un personaggio politico si muove un mondo fatto di giornalisti e influencer di parte?
Di "spin doctor", ossia esperti di comunicazione e strategia.
Di lobbisti che fanno da tramite tra il politico e aziende o associazioni che lavorano e pagano profumatamente per influenzare l'opinione pubblica.
Di esperti "speechwriter", persone che hanno il compito di scrivere discorsi, dato che buona parte dei politici non riuscirebbe a mettere dieci frasi coerenti una dietro l'altra.
La maggior parte si mette in politica senza avere la benché minima conoscenza del paese reale.
Blaterano su tutto senza conoscere le possibilità concrete di applicare una legge in materia di bilancio, fisco, occupazione, commercio, sanità, istruzione, pensioni, politiche sociali, accordi internazionali, alleanze, sicurezza nazionale, infrastrutture, urbanistica, trasporti e molto altro.
Perché, vedete, parlare e promettere è facile, facilissimo.
Altra cosa è governare con accordi e leggi già esistenti, con le possibilità economiche reali del paese, con situazioni ereditate da altri governi e con un mondo che si è fatto piccolo, dove una scelta, una guerra, un'epidemia o altri accidenti possono cambiare le prospettive e chi governa deve avere la capacità e la prontezza di affrontare tali situazioni.
Lo abbiamo visto durante il Covid quanto l'Italia fosse tra i paesi meno preparati del pianeta ad affrontare quella tragica epidemia.
Con tante raccomandazioni sulla sanità rimaste nel cassetto a prendere polvere, nonostante vari esperti avessero da anni puntato il dito sulle criticità.
Il piano pandemico era obsoleto. I tagli alla spesa pubblica erano stati eccessivi.
La carenza di personale era evidente. A tutto questo si aggiunse un'incredibile sottovalutazione del rischio.
All'inizio si pensò che il virus fosse simile a una comune influenza.
L'assenza di linee guida chiare favorì la diffusione dei contagi prima che venissero adottate misure drastiche.
La coperta è sempre corta. Le menti ancora di più.
Si preferisce gettare fumo negli occhi degli elettori, sperando nella dea bendata. E, come nel caso del Covid, la dea non ha aiutato.
Ecco le file di camion, nel cuore della notte, a portare via le bare di migliaia di povera gente morta.
Il politico sa, vero signor Conte, al governo sostenuto da M5S, PD, IV e Leu, che la memoria popolare è cortissima.
Bastano "pane e circo" per distogliere l'attenzione.
Quello di cui non ci rendiamo abbastanza conto è che la democrazia non necessariamente muore per un colpo di Stato.
Quando la politica diventa tifo, quando il dissenso diventa odio, quando la competenza viene vista come elitismo, quando si dà voce a chi urla e non a chi argomenta, quando una popolazione si lascia trascinare da simpatie per azioni eclatanti perché stimolano l'idea di una guerra contro quelli considerati "forti", ebbene c'è da temere per il futuro.
Penso agli scalmanati che salgono su mega-barche che nessuno di noi potrebbe permettersi e che, sotto il marchio di "flottiglia", diventano eroi per alcuni.
E non si comprende la scelta di certi luoghi rispetto ad altri.
Nessuno si domanda perché non vadano a Cuba, dove un'intera popolazione da decenni vive nella miseria, dove la gente non ha la libertà di andarsene o di votare democraticamente.
Come mai non veleggiano verso il Sudan, la Somalia, il Congo o l'Eritrea?
Eppure sono sicura che molti di questi signori hanno navigato nel Mar Rosso, magari per bersi uno spritz a Sharm el-Sheikh. Di certo non nei paesi sopra citati, perché sanno che da quelle parti, se si mettono in atto certe sceneggiate, non saranno soltanto messi in galera, ma avranno ottime probabilità di essere stuprati e uccisi, senza che i nostri governi possano gridare ai diritti civili o ad altro.
Il rischio nel lasciare una maggioranza votare senza consapevolezza è quello di svuotare la democrazia.
Sempre più spesso il cittadino forma la propria opinione attraverso persone che controllano piattaforme, algoritmi, grandi media e pubblicità.
E questi sanno creare conflitto, polarizzare l'attenzione e trasformare ogni circostanza in una distrazione emotiva.
Per questo affiorano il gusto per i messaggi semplici, l'indignazione permanente, la conferma rassicurante delle proprie convinzioni e il tribalismo.
Al contrario, è necessario studiare, tollerare opinioni diverse senza sentirsi minacciati, dubitare, essere disposti a non scegliere la via breve della semplificazione, leggere fonti differenti e non soltanto ciò che ci aggrada, imparare a distinguere l'informazione dalla manipolazione emotiva.
Purtroppo la maturazione culturale non è cresciuta di pari passo con la tecnologia.
In Italia esiste un proverbio delle dieci P: "Prima pensa, poi parla, perché parole poco pensate portano pena".
Che sia uno stimolo a coltivare sempre il beneficio del dubbio. A non cercare soltanto conferme alle proprie idee.
A rimanere aperti a nuove prospettive. Ad accettare che si può sbagliare.
E a riconoscere i limiti della propria conoscenza.
Si deve evitare di passare da tifosi da stadio a tifosi delle urne per salvaguardare una democrazia nella quale i cittadini possano vivere in armonia, vigilando affinché nessuno rimanga indietro e nessuno tragga profitto dall'essere disonesto.
Questo è il naturale proseguimento di quanto abbiamo già iniziato a trattare in
https://www.bastablablabla.com/2026/04/italia-tra-corruzione-e-declino-dalla.html e non è finita qui
https://www.bastablablabla.com/2026/05/dallolivetti-mattei-come-la-politica-ha.html
mercoledì 20 maggio 2026
Autoinganno, relazioni tossiche e maschere sociali: quando perdiamo noi stessi per paura della verità
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| Il mercato degli schiavi con il volto invisibile di Voltaire di Salvador Dalì |
Il pittore descrive il proprio dipinto con il desiderio di “rendere l’aspetto anormale normale e l’aspetto normale anormale”.
E dico io: la schiava guarda gli altri schiavi in vendita, ma non potrebbe vedere Voltaire nemmeno se lo volesse, perché non lo conosce.
Introduco così un problema che attanaglia fin troppe persone:
la capacità di ingannare sé stesse.
A volte questo non è del tutto un male, perché rappresenta una forma di protezione dalla paura, dal dolore, dal bisogno di approvazione e perfino dall’ego.
Spesso, prima ancora di mentire agli altri, si mente a sé stessi per una sorta di convenienza morale o emotiva.
Il contrario comporta mettere continuamente tutto in discussione.
E guardare davvero la realtà richiede una forza straordinaria, oltre all’accettazione di ciò che non piace.
Nei tempi moderni l’autoinganno, da fenomeno individuale, è diventato collettivo.
Sempre più persone esibiscono felicità artificiale, identità digitali costruite, vite perfette.
Friedrich Nietzsche aveva anticipato questa società nella quale l’identità diventa una performance continua e la maschera non soltanto viene esibita, ma addirittura premiata socialmente.
Con buona pace di Sigmund Freud, che osservava come l’essere umano preferisca spesso illudersi perché la verità destabilizza.
Probabilmente nemmeno lui avrebbe immaginato che la maschera sarebbe diventata qualcosa da mostrare e premiare pubblicamente.
Carl Gustav Jung vide molto lontano. Sosteneva che ciò che non vogliamo vedere di noi stessi non possa essere represso completamente e finisca per generare ansia, depressione e violenza.
Non meno lucido fu Erich Fromm, che non aveva bisogno di una sfera magica per comprendere come una società fondata sull’avere e non sull’essere sarebbe andata incontro a profonde sciagure.
Chi perde l’approvazione degli altri finisce spesso con il perdere sé stesso.
Diventa difficile convivere con ciò che si sente realmente e con quello che si è costretti a rappresentare.
Ed ecco allora la “mala fede” descritta da Jean-Paul Sartre: fingere di essere ciò che gli altri si aspettano.
Certo, a volte tutto questo può portare vantaggi economici, sociali o di status. Ma sostenere a lungo una finzione diventa devastante.
Provate a spiegarlo a chi costruisce relazioni soltanto in base all’utilità o all’approvazione.
Viktor Frankl spiegava che: “Ciò che anestetizza nel breve periodo spesso svuota nel lungo”.
E Søren Kierkegaard sosteneva che, quando si fugge da sé stessi, prima o poi arriva una disperazione profonda.
La verità può essere dura, ma almeno permette alla mente di non restare divisa.
La dissociazione tra vita vissuta e vita autentica crea un baratro difficile, se non impossibile, da colmare.
Quello che si comprende è la straordinaria capacità dell’essere umano di sopportare condizioni dolorose e persino estreme se riesce a trovare un “perché”. Negarlo, vivendo nella finzione è assai più traumatico.
Bellissima l’idea di Nietzsche secondo cui: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”.
Ci descrive la possibilità di superare il dolore non evitandolo, ma trasformandolo.
Ed è qui che nasce un problema enorme.
Tutto sembra organizzato affinché le persone non possano più ascoltare la propria voce interiore.
Ogni cosa viene fatta dipendere dall’approvazione, dall’immagine e dal consenso degli altri.
Lontanissimi dalla scelta di cui parlava Albert Camus, che invitava a scegliere dignità e rivolta interiore contro il vuoto.
La situazione più tragica riguarda coloro che, pur avendo coscienza della finzione, continuano a viverci dentro.
Jung parlava del vuoto destabilizzante che emerge quando crollano le illusioni. Molti confondono quel momento con un fallimento.
In realtà rappresenta spesso soltanto una fase di transizione. Bisogna trovare forza e coraggio per attraversarla senza ricadere nella condizione precedente.
La lucidità non deve diventare distruttiva. Deve trasformarsi in scelta consapevole.
Questo significa dignità umana.
È inutile continuare a vivere dentro relazioni tossiche, preferendo una sofferenza conosciuta all’incertezza di qualcosa di nuovo.
John Bowlby mostrò quanto le relazioni precoci influenzino il futuro emotivo delle persone.
Chi ha conosciuto amore instabile, rifiuto o imprevedibilità finisce spesso per associare tensione e sofferenza all’idea stessa di legame affettivo.
Erich Fromm distingueva l’amore autentico dal bisogno di possesso o dipendenza.
Eppure, nel nome dell’amore, molti finiscono per chiamare amore la paura dell’abbandono, la paura del vuoto o la paura di non valere abbastanza.
Nei rapporti tossici il dolore si alterna a momenti di gratificazione. Ed è proprio questa alternanza a rafforzare la dipendenza emotiva.
Si continua a sperare che il momento felice possa tornare. Un nodo infinito che genera una infelicità devastante.
La domanda che queste persone dovrebbero porsi è: quale parte di sé merita davvero di vivere così?
Non per colpevolizzarsi. Ma per ritrovare il proprio valore e smettere di avere paura di ciò che verrà dopo.
Il fenomeno moderno porta sempre più persone a costruire il proprio valore esclusivamente sul riconoscimento esterno.
E, incredibilmente, sviluppano una tolleranza enorme verso la contraddizione pur di non perdere la propria identità emotiva.
Finiscono perfino per sopportare umiliazioni pubbliche e svalutazioni continue.
Sartre diceva che lo sguardo degli altri ci trasforma in oggetti.
Jung probabilmente avrebbe aggiunto che molte persone non difendono un rapporto reale, ma un’illusione.
Freud parlava invece di senso di colpa inconscio e bisogno di espiazione: la convinzione di meritare il dolore per errori commessi, fragilità o segnali ignorati.
“Ho sbagliato a fidarmi, ora devo sopportarne le conseguenze.” Ma questa è una condanna a morte interiore.
E interrompere certi rapporti significa anche interrompere una trasmissione invisibile verso i figli, che crescono con l’idea che l’amore funzioni così.
Se vedono svalutazione, sofferenza o umiliazione in uno dei genitori, finiranno per interiorizzare l’idea che anche il proprio valore sia negoziabile.
Lascio allora alcune domande da porsi:
Cosa dentro di me teme così tanto la perdita da preferire la distruzione?
Quale bisogno irrisolto mi fa chiamare “casa” ciò che mi ferisce?
Quale paura mi convince che questo sia tutto ciò che merito?
Quanto devo essermi dimenticato di me stesso per restare dove soffro, dove mi perdo?
Perché difendo ciò che mi distrugge?
Le analisi servono a comprendere noi stessi, a migliorare la nostra vita e le nostre relazioni, ma soprattutto a mantenerci autentici davanti alle allodole del mondo, alle illusioni e alle seduzioni che rischiano di farci perdere ciò che siamo davvero.
- Rossana vanderBorg
martedì 19 maggio 2026
David, Venere e dismorfia da selfie: come i social stanno distruggendo il rapporto con il corpo
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| La nascita di Venere di Sandro Botticelli |
- Rossana vanderBorg
sabato 16 maggio 2026
Maldive, immersione nella grotta e morte: tra fatalismo, fede e fragilità umana
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| Morte e vita di Gustav Klimt |
Colei che le ha dato la vita, con la sua passione per il mare, le ha dato anche la morte.
Un’immagine di una crudezza assoluta.
Può ben essere rappresentata dal quadro “Morte e vita” di Klimt.
Mio marito asseriva, con il fatalismo tipico dei romani veraci, che nessuno “more prima de l’ora sua”. E aggiungeva: “quanno Iddio vòta paggina, er libro è finito”.
Chi fatica ad accettare un simile pensiero cerca spiegazioni, responsabilità, elucubrazioni.
E qui si aprono due linee di pensiero.
La prima riguarda il modo in cui molti di noi “moderni” percepiamo la fine.
La seconda è la necessità di trovarne sempre una logica o una colpa.
Una spesso cade nella non accettazione della morte. L’altra nella necessità di individuare chi o cosa l’abbia causata.
Mi risultano ostiche entrambe. La mia vuole essere soltanto una condivisione di idee.
Per chi non possiede una fede religiosa capace di infondere coraggio nell’accettazione del fatto che ogni essere vivente sia “finito”, questa realtà diventa estremamente dura.
Manca qualcosa che alleggerisca la sofferenza di chi se ne va, a volte soffrendo a causa di una malattia, e di chi resta.
Per i Greci nessuno sfuggiva alla Moira, il fato. Platone sosteneva che il corpo fosse la prigione dell’anima e che morire rappresentasse una liberazione, un ritorno al mondo ideale.
Per gli Etruschi chi moriva continuava l’esistenza sotto un’altra forma. Non a caso le necropoli erano concepite come città parallele, dove i tumuli venivano progettati come abitazioni.
I Romani, che dagli Etruschi ereditarono moltissimo, facevano del culto dei morti parte della vita civica. La morte era naturale. Temerla risultava irrazionale perché apparteneva al ciclo cosmico.
Importante era la memoria lasciata dalla persona.
Con il Cristianesimo la morte diventa invece un passaggio verso la resurrezione.
La salvezza eterna supera il fatalismo antico.
I Greci temevano il fato. Gli Etruschi dialogavano con l’aldilà.
I Romani desideravano essere ricordati. I cristiani sperano di vincere la morte.
Per altre religioni, come il Buddismo, la morte fa parte di un ciclo continuo fatto di nascita, morte e rinascita. L’obiettivo finale è uscire dal ciclo delle reincarnazioni.
Nello Scintoismo, invece, la morte rappresenta impurità. La vita è il centro, non l’aldilà. Conta l’armonia tra uomo, natura e spiriti. Dopo i riti il defunto diventa uno spirito ancestrale posto a protezione della famiglia.
Infine vi è l’Islam, per il quale la morte rappresenta il passaggio verso il giudizio di Dio.
Di fatto, però, la morte resta quasi sempre un momento traumatico.
Per chi muore. E per chi piange il proprio caro.
Nelle nostre società opulente e ipertecnologiche diventa sempre più difficile non soltanto immaginare quel momento, ma anche accettare l’idea di non poterlo contrastare.
La maggioranza delle persone non ci pensa affatto. Se ne ricorda soltanto davanti a una malattia o a una bara.
Da qui nasce una forma di negazione. La convinzione che il pericolo possa sempre essere controllato.
Lo vediamo in alcuni giovani attratti da sfide ad alto rischio. Oltre alla ricerca dell’approvazione del gruppo, dell’identità personale e all’immaturità, esiste anche una profonda sottovalutazione del pericolo.
Tuttavia non sono soltanto i giovani a vivere la morte come qualcosa di astratto.
Molti adulti coltivano l’illusione di poter dominare il rischio, la natura e persino il proprio istinto.
Eppure, se da una parte l’istinto può salvarci in un secondo, dall’altra impulso e desiderio non chiedono permesso.
Le cause della morte di queste sfortunate persone aprono inevitabilmente interrogativi su ciò che possa essere accaduto.
Alle Maldive il limite legale per le immersioni ricreative è di 30 metri. Per andare oltre servono brevetti specifici come il Deep Diver o equivalenti, esperienza registrata nel logbook, controllo dell’assetto e del consumo d’aria, conoscenze sulla narcosi d’azoto e sulla gestione della decompressione, oltre a procedure di emergenza e attrezzature adeguate.
Per profondità superiori ai 45-50 metri, soprattutto in grotta, servono invece brevetti tecnici come Tec Diving, Trimix e Cave Diver. Sono richiesti gas speciali, pianificazione avanzata della decompressione, più bombole, ridondanze e addestramento specialistico.
Queste immersioni non possono essere improvvisate come normali esperienze turistiche.
Oltre i 40 metri le certificazioni diventano rigidissime per il rischio di narcosi, tossicità dell’ossigeno, consumo del gas, problemi decompressivi e difficoltà di soccorso.
Per questo gli istruttori bocciano facilmente chi non dimostra un controllo perfetto.
Ora, fatto salvo ogni ragionevole dubbio sul possibile malfunzionamento delle bombole, sulla superficialità del diving center nel controllo delle certificazioni o sul fatto che si trattasse di una barca turistica e non di una spedizione specialistica, resta una domanda inevitabile.
Ognuna delle cinque persone possedeva davvero tutte le certificazioni necessarie per effettuare immersioni tecniche in grotta?
Perché i brevetti sono separati: immersioni profonde, trimix, cave diving, relitti, rebreather.
Con immenso dolore per quella figlia scomparsa insieme alla madre e per tutte le altre vittime, rimane il dubbio eterno:
la vita va accettata con fatalismo oppure bisogna cercare sempre una spiegazione al motivo per cui finisce?
E questo indipendentemente dai reali motivi per i quali queste persone non sono più tra noi.
Non possiamo che augurare pace e serenità a chi oggi combatte con il dolore della perdita.
Padri. Madri. Fratelli. Sorelle. E tutte le persone che amavano profondamente queste vittime.
- Rossana vanderBorg
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