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| Il trionfo della Morte di Pieter Bruegel il Vecchio |
A differenza di altri vocaboli, come “idiota” — che nella Grecia antica indicava un cittadino che non partecipava alla vita pubblica e non uno stupido — “catastrofe”, nella tragedia greca, rappresentava una fine traumatica.
Il momento in cui l’eroe cadeva.
E così questo termine ha attraversato i millenni conservando il proprio significato di rovina, crollo, fine di un ordine precedente.
Ed è proprio di questo che vogliamo scrivere.
Per chi ha figli, l’idea di futuro dovrebbe essere naturale.
E per chi non ne ha, dovrebbe comunque esistere un debito di gratitudine verso il passato e verso il futuro della specie a cui appartiene.
Non dovrebbe mai venire meno.
Siamo tutti figli di una lunga catena invisibile che, in un determinato momento, ci ha fatto arrivare su questo pianeta.
La nostra non vuole essere una critica superficiale alla modernità.
È però evidente che, sebbene i nostri tempi siano diventati potentissimi nella tecnica, risultano culturalmente fragili.
E non vogliamo nemmeno fare facili paragoni tra una città americana costruita in legno e le antiche città europee in pietra.
Basta osservare una cattedrale medievale. Un palazzo rinascimentale.
O addirittura il Pantheon di Roma, costruito nel II secolo d.C. e ancora oggi la più grande cupola in cemento non armato del mondo.
L’Empire State Building, costruito nel 1931 e costato circa 41 milioni di dollari, ha richiesto nel tempo oltre 700 milioni di dollari in manutenzioni e interventi strutturali.
Gli ingegneri ritengono che, in un ambiente umido come New York, un grattacielo possa manifestare problemi gravi già entro 50-100 anni.
Conclusione: un grattacielo sarà anche simbolo della potenza moderna, ma resta un paziente che necessita di cure continue.
I nostri antichi costruivano con l’idea che le opere dovessero sopravvivere persino al crollo della loro civiltà.
Al contrario, nei nostri tempi tutto appare fragile e passeggero.
Se da una parte vi era il desiderio di lasciare qualcosa che attraversasse il tempo, dall’altra oggi si privilegiano velocità, consumo e continua sostituzione.
E se questo vale per gli oggetti, non va meglio per i soggetti.
Per gli Etruschi i “saecula” rappresentavano le ere attraverso cui gli dèi avevano organizzato il mondo degli uomini.
La differenza tra loro e i Romani fu che i primi non pensavano il futuro come innovazione continua, bensì come qualcosa di sacro.
I Romani invece vivevano il futuro come continuità.
Per questo costruivano strade, acquedotti, leggi e città destinate a durare nei secoli.
Il “mos maiorum”, il costume degli antenati, era ciò che spingeva Roma a costruire, preservare e rendere forte la propria civiltà.
La maggior parte di noi oggi immagina il futuro soltanto attraverso il progresso tecnologico.
Gli antichi pensavano invece a stabilità, memoria e sopravvivenza della comunità nel tempo.
Non erano civiltà concentrate sul consumo immediato.
Amavano il lusso, ma il consumo non rappresentava il pilastro delle loro società.
Gli edifici venivano costruiti per durare. Gli oggetti riparati e tramandati.
Esisteva un legame forte con antenati e discendenti.
L’onore pubblico e la memoria storica avevano un valore centrale.
Oggi dominano invece velocità, sostituzione continua di cose e persone, gratificazione immediata.
Ed è qui che ritorna il tema della catena invisibile.
Siamo un anello di qualcosa che fingiamo di non vedere più.
Facciamo finta che non esistano né un inizio né una fine.
Le civiltà antiche avevano invece la consapevolezza di essere eredi di qualcuno e responsabili verso chi sarebbe venuto dopo.
Sapevano che le azioni presenti avrebbero avuto conseguenze sulle future generazioni.
Dalla perdita di questa consapevolezza nasce gran parte dell’incertezza moderna.
Nasce un’urbanistica usa e getta.
Quartieri anonimi. Periferie degradate.
Luoghi dove le persone vivono senza rendersi conto dell’abbruttimento umano e sociale che inevitabilmente producono.
Sebbene oggi si parli continuamente di valori ambientali, responsabilità ecologica, biodiversità, consumo di suolo, tutela dell’acqua e delle risorse energetiche, spesso resta soltanto un enorme blablabla.
I mari continuano a inquinarsi. Le barriere coralline vengono distrutte. Il pesce diminuisce.
Molte specie animali si avvicinano all’estinzione.
La realtà è che il sistema guarda soltanto al profitto trimestrale. Quasi nessuno ragiona su trent’anni.
Pochissime persone privilegiano riparazione, riuso e durata degli oggetti.
Dai mobili agli apparecchi elettronici, tutto viene costruito con una breve scadenza.
Perché tutto deve generare lavoro, consumo, guadagno.
Per questo al bello si preferisce l’effimero.
Pubblicità, marketing, social network e media lavorano continuamente affinché le persone diventino schiave del presente.
Nascono lavori sempre più instabili. Identità sempre più fluide.
Relazioni sempre più brevi.
Tutto scorre senza riflettere sul fatto che stiamo mordendo il futuro dei nostri figli.
E infine arriva l’ultimo tassello: la corsa verso lo spazio.
Investimenti giganteschi immaginando colonie spaziali, città sulla Luna o su Marte.
Fantastico nei film. Molto meno nella realtà.
Immaginatevi davvero sulla Luna o su Marte.
Nessuna atmosfera respirabile. Nessuna acqua. Nessun albero.
Intorno a voi vi lascereste alle spalle il canto degli uccelli, i colori dei fiori, le montagne innevate, il mare, le foreste, i boschi.
Gli animali che ci affascinano durante un safari fotografico. Le balene osservate durante un viaggio in Antartide.
Scambiare acqua liquida, atmosfera, biodiversità e buon cibo con ambienti artificiali, capsule tecnologiche e pillole per sopravvivere.
La propaganda e gli investimenti giganteschi dietro queste città del futuro dovrebbero far riflettere.
Perché ciò che sta avvenendo è una progressiva disumanizzazione dell’essere umano.
Le città si chiudono.
L’individualismo cresce.
Le famiglie vengono considerate strutture superate.
Si vive come se il domani non esistesse. Ma presto o tardi il conto arriverà.
Siamo stati creati per essere parte di una catena.
Siamo interconnessi gli uni con gli altri, lo si voglia oppure no.
Per questo dovremmo imparare a vivere nel miglior modo possibile con i nostri simili.
E soprattutto preservare questo pianeta.
Preservare la memoria delle civiltà antiche. Perché senza di loro nulla di ciò che oggi chiamiamo modernità esisterebbe.
Vi ricordate il tormentone: “Meditate gente, meditate”.
Ebbene. Vi invito a farlo davvero.
Ne abbiamo scritto anche su https://www.bastablablabla.com/2015/10/italia-una-repubblica-fondata-sul.html
- Rossana vanderBorg
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