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| L'invidia di Agnolo Bronzino |
Comprendere l’Italia è assai difficile per gli stranieri: restano conquistati dalle città, dalle opere d’arte; ne apprezzano la letteratura e la genialità diffusa in tutti i periodi storici, quasi senza eccezioni.
Una buona parte degli italiani, invece, accerchiata da tanta bellezza, neppure se ne accorge e violenta paesaggi e città con un’insensibilità pari — se non superiore — a quella dei saccheggi di antica memoria.
Viene da pensare che una delle radici dell’ingegno sia proprio crescere in una società spesso ostile ai talenti, mossa da malanimo verso chi emerge.
Se il proverbio “mal comune mezzo gaudio” richiama la condivisione dei mali per renderli sopportabili, lo “Schadenfreude” tedesco esalta il piacere per la sfortuna altrui.
Non sappiamo quando questi due concetti si siano incontrati, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: una moltitudine pronta a sabotare, sminuire capacità, dettare regole che non rispetta, salvo eccezioni per familiari e adulatori.
È forse una maledizione essere eredi di tanta gloria?
Nel nostro DNA sembra scorrere una presunzione frustrata che, non trovando sbocco in grandi imprese, si trasforma in rancore verso gli altri.
Questo rende difficile lavorare insieme.
C’è avversione alla condivisione, e spesso le energie vengono spese per demolire il lavoro altrui. Domina la necessità di affermarsi a tutti i costi, con un personalismo esasperato.
Quando i cani marcano il territorio, si ha un’immagine efficace di come si comportano molti italiani: passano la vita a lasciare il proprio segno, senza costruire davvero qualcosa di comune.
Ed è un peccato.
Perché un italiano all’estero, quasi sempre, emerge. Ha una marcia in più, un’impronta riconoscibile.
Bisognerebbe prendere coscienza che dentro lo “stivale” esiste un popolo capace.
Le retoriche egualitarie qui funzionano poco: molti si sentono più furbi o migliori del vicino, mentre chi predica uguaglianza lo fa spesso da una posizione superiore.
I poteri forti hanno sempre sfruttato questa dinamica: mettono gli uni contro gli altri e raccolgono i benefici.
Alla popolazione restano le briciole.
Nei momenti di crisi il risultato è evidente: impoverimento generale, erosione di diritti considerati acquisiti — pensioni, scuola, sanità, sicurezza.
A cosa serve lo scontro tra operai e imprenditori, tra impiegati e commercianti?
Gli imprenditori possono andarsene all’estero, e sempre più spesso lo fanno.
Il commerciante, se non regge, chiude. Perché è semplice: senza uno stipendio garantito, senza tredicesima, senza ferie pagate, non si tiene aperta un’attività solo per pagare tasse, assumendosi rischi continui e lavorando anche da malati.
Per mungere la mucca, bisogna prima nutrirla.
Qui sta l’astuzia di politici, corti e centri di potere: alimentano lo scontro all’esterno e si tengono i benefici.
L’invidia, il desiderio del male altrui, l’insoddisfazione diffusa amplificano il disagio tra le persone comuni.
E mentre noi litighiamo, loro continuano a suonare la cetra.
— Rossana vanderBorg
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