Al comando dell’Italia, il Belpaese, per decenni abbiamo avuto un’accozzaglia di democristi e sinistri che, per governare, si mettevano d’accordo favorendo i loro vassalli.
Così si sono allargati come una metastasi nella società italiana: piazzando i loro accoliti nelle università e nelle scuole, negli ospedali i loro baroni con figli e amici fidati; i tribunali italiani si sono riempiti di emuli di Torquemada, il grande inquisitore, e di giovani Robespierre che, come il loro mentore, hanno imposto un periodo di Terrore, mettendo fine alla Prima Repubblica italiana.
Dietro questi filoni di potere si muovevano spavaldi i sindacati italiani, che giorni sì e giorni no imponevano scioperi, costringendo la migliore industria italiana a fuggire, spesso oltreoceano, a partire dalla Fiat nei primi anni ’70.
Era il loro modo, da giannizzeri, di imporre ciò che i padroni politici comandavano: fedeli a tutto, tranne che ai lavoratori italiani.
Da qui nasce una Seconda Repubblica italiana con un tumore in espansione, non più localizzato, ma mosso dalla smania del denaro e dallo svilimento della popolazione italica, sempre più corrotta e pigra.
In questo contesto emerge un imprenditore italiano che, rimasto senza la spalla del defunto partito socialista, si allea con un nascente partito che vuole liberare il Nord dai parassiti e con una piccola formazione di destra.
Vincono le elezioni, ma non riescono mai a portare a termine il mandato: i nipotini degli antichi potentati politici, cambiati solo nei nomi dei partiti, a colpi di magistratura fanno cadere ogni governo eletto in Italia.
E così si va avanti.
Tra pagliacci toscani e avvocati che hanno svuotato le casse dello Stato italiano per fare beneficenza a chi non ha mai voluto studiare o lavorare, inventando leggi che regalavano denaro con il pretesto di rilanciare l’edilizia, arricchendo i soliti furbacchioni.
Non solo: con un “decreto rilancio” si riesce perfino a salvare il padre della compagna dalle patrie galere.
Arriviamo così al primo governo italiano guidato da una donna che non ha dovuto svendersi per arrivare ai vertici del paese, che ha lottato e vinto dentro un partito di destra pieno di marpioni, ma che viene osteggiata soprattutto da invidiose e screanzate donnole sinistre.
Il paese, l’Italia, rischia di cadere di nuovo nelle mani di un’accozzaglia di partiti formati da personaggi di questo tipo, e da chi sarebbe solo uno sfregio immaginare a capo di un governo.
La domanda viene spontanea: il popolo italiano dorme?
No, signori.
Il popolo italiano, per metà, è figlio della corruzione dilagata negli ultimi 60-70 anni.
Quel popolo produttivo, fantasioso, genuino, bonaccione e allegro è diventato aggressivo, iracondo, stressato, livido.
Guarda casa d’altri, rosica e, quando non riesce a ottenere ciò che vuole, desidera distruggere.
È immerso in una melassa di buoni propositi, nel buonismo peloso, nel desiderio di ricchezza facile — e si vende per nulla.
Molte famiglie italiane ne pagano il prezzo: separazioni, divorzi, madri che si svendono per ottenere benessere attraverso i figli.
Eppure, per fortuna, qualcosa resiste: le tradizioni italiane.
Direte: cosa c’entra tutto questo con il calcio e l’esclusione degli Azzurri dai Mondiali?
C’entra eccome.
Le ricadute della corruzione arrivano ovunque.
Se un paese si è trovato impreparato perfino durante il Covid, volete che non accada anche nello sport italiano?
A capo della Lega calcio italiana, un potentato che muove milioni, si sono alternati presidenti di ogni tipo: alcuni di livello, altri di infimo ordine.
Politici, commissari, giochi di potere: i club italiani non trovano mai un accordo, troppo impegnati a spartirsi i diritti televisivi.
Si ricordano della Nazionale italiana solo quando fallisce.
Per il resto conta solo il profitto.
I Mondiali di calcio durano poche settimane.
I loro interessi, anni.
E allora date pane agli idioti, che fanno a botte per 22 uomini in mutande che inseguono una palla.
Gli stessi che votano di pancia, senza pensare, solo per essere contro qualcuno.
Non importa se la politica è buona o cattiva.
Il problema non è solo la mancata valorizzazione dei giovani italiani o la dipendenza dagli stranieri.
È la logica del profitto che domina tutto.
Eppure esiste un’altra Italia.
Quella legata alla cultura italiana, alla tradizione, alle città d’origine.
Non quella finta di chi si sente romano senza esserlo — e questo vale per tutte le grandi città italiane.
Le migliori persone sono quelle dei piccoli borghi italiani, che resistono al consumismo e al “così fan tutti”.
Lo vediamo nello sport italiano.
Atletica, sci, nuoto, tennis, canottaggio, scherma: un’esplosione di talenti.
Giovani veri, provenienti da tutta Italia.
Nessuna corruzione.
Nessuna falsità.
Da qui bisogna ripartire.
Dal merito.
Dal sacrificio.
Dalla memoria.
Perché chi ci ha preceduto ha vissuto guerre, distruzione e rinascita per costruire una nazione libera e forte.
Ora tocca a noi.
E serve una cosa sola:
rivoltare questo paese come un calzino, senza permettere alla gentaglia di avere la meglio.
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