domenica 12 aprile 2026

Pasquino: c’è da piagne

 Basta, non se ne può più. Tutti a dare addosso a Roma, ai romani. Prima di farlo, lavatevi la bocca con acqua e sapone — e magari profumatela — prima di pronunciare “Roma” e “romani”.

Ma di chi parlate? Lo sapete che di romani veri ce ne sono pochissimi? Più di un milione e mezzo di abitanti discende da chi è arrivato in città dopo il 1870, con l’Unità d’Italia. Roma, con questo ricambio di popolazione, è stata contaminata, e la sua anima più pura è ormai quasi sparita.

Quasi nessuno sa parlare il vero dialetto romano, e pochissimi riuscirebbero a leggere di un fiato — e a capire — i vocaboli usati da Pascarella o da Belli. E più sono cafoni e burini, magari solo per essere nati a Roma, più si riempiono la bocca di “romanità”.

Andate retro, Satanassi. Avete sfregiato la città, l’avete contaminata con i vostri costumi, i vostri usi. Ormai mangiare la vera cucina romana è come cercare un ago nel pagliaio. Scomparsi la battuta, la goliardia, quell’allegria che aleggiava in ogni angolo dell'antica città, quei rioni che traboccavano di un popolo ironico, a volte fatalista, e con uno squisito gusto per il bello e la maestosità. 

Basta con questo blablabla: siete emigrati e non sapete minimamente cosa sia l’animo del vero romano. Non mettetevi medaglie che non vi appartengono.

La statua del III secolo a.C., che dal XVI secolo fa parte delle cosiddette “statue parlanti” — quelle che sbeffeggiavano i potenti di turno — vi guarda in silenzio, tanto è schifata dalla vostra prosopopea.