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| Morte e vita di Gustav Klimt |
Colei che le ha dato la vita, con la sua passione per il mare, le ha dato anche la morte.
Un’immagine di una crudezza assoluta.
Può ben essere rappresentata dal quadro “Morte e vita” di Klimt.
Mio marito asseriva, con il fatalismo tipico dei romani veraci, che nessuno “more prima de l’ora sua”. E aggiungeva: “quanno Iddio vòta paggina, er libro è finito”.
Chi fatica ad accettare un simile pensiero cerca spiegazioni, responsabilità, elucubrazioni.
E qui si aprono due linee di pensiero.
La prima riguarda il modo in cui molti di noi “moderni” percepiamo la fine.
La seconda è la necessità di trovarne sempre una logica o una colpa.
Una spesso cade nella non accettazione della morte. L’altra nella necessità di individuare chi o cosa l’abbia causata.
Mi risultano ostiche entrambe. La mia vuole essere soltanto una condivisione di idee.
Per chi non possiede una fede religiosa capace di infondere coraggio nell’accettazione del fatto che ogni essere vivente sia “finito”, questa realtà diventa estremamente dura.
Manca qualcosa che alleggerisca la sofferenza di chi se ne va, a volte soffrendo a causa di una malattia, e di chi resta.
Per i Greci nessuno sfuggiva alla Moira, il fato. Platone sosteneva che il corpo fosse la prigione dell’anima e che morire rappresentasse una liberazione, un ritorno al mondo ideale.
Per gli Etruschi chi moriva continuava l’esistenza sotto un’altra forma. Non a caso le necropoli erano concepite come città parallele, dove i tumuli venivano progettati come abitazioni.
I Romani, che dagli Etruschi ereditarono moltissimo, facevano del culto dei morti parte della vita civica. La morte era naturale. Temerla risultava irrazionale perché apparteneva al ciclo cosmico.
Importante era la memoria lasciata dalla persona.
Con il Cristianesimo la morte diventa invece un passaggio verso la resurrezione.
La salvezza eterna supera il fatalismo antico.
I Greci temevano il fato. Gli Etruschi dialogavano con l’aldilà.
I Romani desideravano essere ricordati. I cristiani sperano di vincere la morte.
Per altre religioni, come il Buddismo, la morte fa parte di un ciclo continuo fatto di nascita, morte e rinascita. L’obiettivo finale è uscire dal ciclo delle reincarnazioni.
Nello Scintoismo, invece, la morte rappresenta impurità. La vita è il centro, non l’aldilà. Conta l’armonia tra uomo, natura e spiriti. Dopo i riti il defunto diventa uno spirito ancestrale posto a protezione della famiglia.
Infine vi è l’Islam, per il quale la morte rappresenta il passaggio verso il giudizio di Dio.
Di fatto, però, la morte resta quasi sempre un momento traumatico.
Per chi muore. E per chi piange il proprio caro.
Nelle nostre società opulente e ipertecnologiche diventa sempre più difficile non soltanto immaginare quel momento, ma anche accettare l’idea di non poterlo contrastare.
La maggioranza delle persone non ci pensa affatto. Se ne ricorda soltanto davanti a una malattia o a una bara.
Da qui nasce una forma di negazione. La convinzione che il pericolo possa sempre essere controllato.
Lo vediamo in alcuni giovani attratti da sfide ad alto rischio. Oltre alla ricerca dell’approvazione del gruppo, dell’identità personale e all’immaturità, esiste anche una profonda sottovalutazione del pericolo.
Tuttavia non sono soltanto i giovani a vivere la morte come qualcosa di astratto.
Molti adulti coltivano l’illusione di poter dominare il rischio, la natura e persino il proprio istinto.
Eppure, se da una parte l’istinto può salvarci in un secondo, dall’altra impulso e desiderio non chiedono permesso.
Le cause della morte di queste sfortunate persone aprono inevitabilmente interrogativi su ciò che possa essere accaduto.
Alle Maldive il limite legale per le immersioni ricreative è di 30 metri. Per andare oltre servono brevetti specifici come il Deep Diver o equivalenti, esperienza registrata nel logbook, controllo dell’assetto e del consumo d’aria, conoscenze sulla narcosi d’azoto e sulla gestione della decompressione, oltre a procedure di emergenza e attrezzature adeguate.
Per profondità superiori ai 45-50 metri, soprattutto in grotta, servono invece brevetti tecnici come Tec Diving, Trimix e Cave Diver. Sono richiesti gas speciali, pianificazione avanzata della decompressione, più bombole, ridondanze e addestramento specialistico.
Queste immersioni non possono essere improvvisate come normali esperienze turistiche.
Oltre i 40 metri le certificazioni diventano rigidissime per il rischio di narcosi, tossicità dell’ossigeno, consumo del gas, problemi decompressivi e difficoltà di soccorso.
Per questo gli istruttori bocciano facilmente chi non dimostra un controllo perfetto.
Ora, fatto salvo ogni ragionevole dubbio sul possibile malfunzionamento delle bombole, sulla superficialità del diving center nel controllo delle certificazioni o sul fatto che si trattasse di una barca turistica e non di una spedizione specialistica, resta una domanda inevitabile.
Ognuna delle cinque persone possedeva davvero tutte le certificazioni necessarie per effettuare immersioni tecniche in grotta?
Perché i brevetti sono separati: immersioni profonde, trimix, cave diving, relitti, rebreather.
Con immenso dolore per quella figlia scomparsa insieme alla madre e per tutte le altre vittime, rimane il dubbio eterno:
la vita va accettata con fatalismo oppure bisogna cercare sempre una spiegazione al motivo per cui finisce?
E questo indipendentemente dai reali motivi per i quali queste persone non sono più tra noi.
Non possiamo che augurare pace e serenità a chi oggi combatte con il dolore della perdita.
Padri. Madri. Fratelli. Sorelle. E tutte le persone che amavano profondamente queste vittime.
- Rossana vanderBorg
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