martedì 19 maggio 2026

David, Venere e dismorfia da selfie: come i social stanno distruggendo il rapporto con il corpo


La nascita di Venere di Sandro Botticelli
La nascita di Venere di Sandro Botticelli
Il David rientra in un canone di bellezza nato secoli fa, non in un’invenzione dell’ultima ora.

Rappresenta armonia, proporzione, giovinezza, perfezione anatomica.

Allo stesso modo la Venere, che non possiede soltanto un volto bellissimo e un corpo perfetto, ma anche una grazia indiscutibile.
Il David di Michelangelo Buonarroti
Il David di Michelangelo Buonarroti

La differenza tra passato e presente sta nel fatto che gli artisti, creando un’opera d’arte, esponevano un simbolo ideale.

Era pura celebrazione estetica.

Figure come la Venere di Milo, oltre duemila anni fa, e molte altre opere simili nascevano per essere contemplate.

Ed è qui che vogliamo analizzare cosa accade quando un ideale estetico scende da un basamento o da una parete e si trasforma in obbligo sociale e psicologico.

Nessuno di quegli artisti pretendeva che i propri contemporanei dovessero diventare così.

Saremo diventati più stupidi?

Oggi tutto ruota attorno all’idea che il corpo debba essere ottimizzato.

Che la perfezione, se non raggiungibile, possa almeno essere avvicinata.

E soprattutto che i difetti debbano essere corretti.

Il fenomeno si chiama “dismorfia da selfie”.

Si è sviluppata una distorsione tra il proprio aspetto reale e l’immagine restituita da selfie, filtri, videocamere ad alta definizione e social network.

Questi strumenti deformano proporzioni, accentuano asimmetrie e difetti, e guardandosi continuamente da così vicino ci si fissa su dettagli che nessuno noterebbe davvero.

Attraverso i filtri si leviga la pelle, si ingrandiscono gli occhi, si modificano naso, labbra e zigomi.

Si creano versioni artificiali di sé stessi.

La mente si abitua talmente tanto a quella fisionomia che, quando ci si guarda allo specchio, ci si sente brutti, stanchi, sbagliati.

Se a questo aggiungiamo la necessità quasi esistenziale di pubblicare continuamente fotografie e video per ottenere approvazione, consenso e follower, si entra in un circolo vizioso dove non si distingue più tra identità reale e immagine pubblica.

La chirurgia estetica permette di alterare un’immagine che non ci piace o di mantenere nel tempo l’illusione dell’eterna giovinezza.

Ormai in troppi danno per scontato che il proprio aspetto sia un capitale da migliorare continuamente.

Serve nel lavoro. Nelle relazioni. 

Dietro tutto questo troviamo, come sempre, un’industria miliardaria fatta di cliniche, industrie farmaceutiche, pubblicità, influencer marketing e altre quisquilie.

AbbVie, che controlla il marchio Botox, domina il settore investendo cifre enormi.

Se un tempo chirurgia estetica e botox appartenevano quasi esclusivamente alle dive, oggi sono diventati accessibili praticamente a tutti.

E se prima servivano soprattutto a rallentare l’invecchiamento, adesso vengono utilizzati preventivamente già a 18 o 20 anni.

Sono pochi quelli che notano come le persone si assomiglino sempre di più in quella che gli stessi chirurghi definiscono “faccia da social”.

Anziché diventare belli e rari, si finisce per essere tutti uguali.

Bocche a canotto. Effetto trota. Effetto papera.

Certo, non possiamo fare paragoni con l’idea di “razza pura” di triste memoria.

Eppure si sta sviluppando una mentalità selettiva nella quale il valore viene associato alla perfezione estetica e tutto ciò che non rientra nel modello dominante deve essere corretto per evitare marginalizzazione ed esclusione.

Cosa ne sarà di chi ha disabilità visibili, malformazioni, corpi non conformi o segni lasciati da malattie?

Di chi non può combattere la genetica perché basso, con una struttura ossea pesante o con caratteristiche fisiche che portano a un accumulo sproporzionato di grasso dalla vita in giù?

Saranno resi invisibili? Ignorati?

Si discute continuamente di diversità e accettazione. Si fa tanto blablabla.

Eppure ci stiamo forse avviando verso una selezione estetica sempre più aggressiva.

Non ci si rende conto che, anche con le migliori modifiche, la maggioranza delle persone non raggiungerà mai la perfezione.

E spesso nemmeno una via di mezzo soddisfacente rispetto agli attuali canoni di bellezza.

L’armonia è qualcosa di estremamente difficile da ottenere.

Gli scultori che vogliono realizzare un’opera perfetta cercano un blocco di marmo omogeneo.

Vale anche per i migliori , e sono pochi, chirurghi plastici. Ed è per questo che li ho accomunati agli scultori.

La realtà è triste, perché il sistema economico che alimenta tutto questo porta sempre più persone a sentirsi “non abbastanza”.

E le spinge a correggersi, consumare e modificarsi continuamente.

Da qui nasce la crescita del disagio psicologico. Ansia sociale. Depressione.

Isolamento. Disturbi alimentari. Paranoia estetica.

E non soltanto negli adulti, ma sempre più spesso anche nei giovanissimi.

Jean-Paul Sartre spiegava che vivere troppo attraverso “lo sguardo degli altri” rischia di trasformare l’essere umano in un oggetto. Non si vive più per essere.

Si vive per apparire.

Friedrich Nietzsche era un feroce avversario dei modelli che schiacciano gli individui rendendoli tutti uguali.

Il filosofo Byung-Chul Han definisce la nostra una “società della prestazione”.

Bisogna essere desiderabili. Apparire bene. Non basta essere intelligenti o possedere valori.

Pare quasi inutile spiegare che la depressione nasce spesso dal non sapere più chi siamo e dalla necessità continua dello sguardo degli altri per “esistere”.

Per questo Sartre, nell’opera “L’essere e il nulla”, descrive una persona sola in una stanza che si comporta liberamente.

Ma basta che qualcuno la osservi perché diventi immediatamente consapevole di sé stessa.

Ed è da lì che nascono imbarazzo, vergogna e autocontrollo.

È esattamente ciò che accade con i social network: vivere costantemente osservati.

Ritorna alla mente il Panopticon di Michel Foucault.

In quel modello di carcere il detenuto non sa mai se venga osservato oppure no, e finisce per autocontrollarsi continuamente.

Questo stanno diventando i social. E non sempre si tratta di un autocontrollo positivo.

Anzi, spesso spingono all’emulazione e all’omologazione.

Voglio concludere con Søren Kierkegaard, grande critico del conformismo sociale.

Sottolineava quanto la folla possa distruggere il rapporto autentico con sé stessi.

E quanto sia necessario il coraggio di essere individui, anche contro il giudizio collettivo.

Aggiungo infine che non ci rendiamo conto di quanto stiamo delegando agli altri la nostra libertà.

Quella libertà che in tante occasioni urliamo e rivendichiamo viene invece violentata continuamente, con totale disprezzo del buonsenso.

- Rossana vanderBorg