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| Il mercato degli schiavi con il volto invisibile di Voltaire di Salvador Dalì |
Il pittore descrive il proprio dipinto con il desiderio di “rendere l’aspetto anormale normale e l’aspetto normale anormale”.
E dico io: la schiava guarda gli altri schiavi in vendita, ma non potrebbe vedere Voltaire nemmeno se lo volesse, perché non lo conosce.
Introduco così un problema che attanaglia fin troppe persone:
la capacità di ingannare sé stesse.
A volte questo non è del tutto un male, perché rappresenta una forma di protezione dalla paura, dal dolore, dal bisogno di approvazione e perfino dall’ego.
Spesso, prima ancora di mentire agli altri, si mente a sé stessi per una sorta di convenienza morale o emotiva.
Il contrario comporta mettere continuamente tutto in discussione.
E guardare davvero la realtà richiede una forza straordinaria, oltre all’accettazione di ciò che non piace.
Nei tempi moderni l’autoinganno, da fenomeno individuale, è diventato collettivo.
Sempre più persone esibiscono felicità artificiale, identità digitali costruite, vite perfette.
Friedrich Nietzsche aveva anticipato questa società nella quale l’identità diventa una performance continua e la maschera non soltanto viene esibita, ma addirittura premiata socialmente.
Con buona pace di Sigmund Freud, che osservava come l’essere umano preferisca spesso illudersi perché la verità destabilizza.
Probabilmente nemmeno lui avrebbe immaginato che la maschera sarebbe diventata qualcosa da mostrare e premiare pubblicamente.
Carl Gustav Jung vide molto lontano. Sosteneva che ciò che non vogliamo vedere di noi stessi non possa essere represso completamente e finisca per generare ansia, depressione e violenza.
Non meno lucido fu Erich Fromm, che non aveva bisogno di una sfera magica per comprendere come una società fondata sull’avere e non sull’essere sarebbe andata incontro a profonde sciagure.
Chi perde l’approvazione degli altri finisce spesso con il perdere sé stesso.
Diventa difficile convivere con ciò che si sente realmente e con quello che si è costretti a rappresentare.
Ed ecco allora la “mala fede” descritta da Jean-Paul Sartre: fingere di essere ciò che gli altri si aspettano.
Certo, a volte tutto questo può portare vantaggi economici, sociali o di status. Ma sostenere a lungo una finzione diventa devastante.
Provate a spiegarlo a chi costruisce relazioni soltanto in base all’utilità o all’approvazione.
Viktor Frankl spiegava che: “Ciò che anestetizza nel breve periodo spesso svuota nel lungo”.
E Søren Kierkegaard sosteneva che, quando si fugge da sé stessi, prima o poi arriva una disperazione profonda.
La verità può essere dura, ma almeno permette alla mente di non restare divisa.
La dissociazione tra vita vissuta e vita autentica crea un baratro difficile, se non impossibile, da colmare.
Quello che si comprende è la straordinaria capacità dell’essere umano di sopportare condizioni dolorose e persino estreme se riesce a trovare un “perché”. Negarlo, vivendo nella finzione è assai più traumatico.
Bellissima l’idea di Nietzsche secondo cui: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”.
Ci descrive la possibilità di superare il dolore non evitandolo, ma trasformandolo.
Ed è qui che nasce un problema enorme.
Tutto sembra organizzato affinché le persone non possano più ascoltare la propria voce interiore.
Ogni cosa viene fatta dipendere dall’approvazione, dall’immagine e dal consenso degli altri.
Lontanissimi dalla scelta di cui parlava Albert Camus, che invitava a scegliere dignità e rivolta interiore contro il vuoto.
La situazione più tragica riguarda coloro che, pur avendo coscienza della finzione, continuano a viverci dentro.
Jung parlava del vuoto destabilizzante che emerge quando crollano le illusioni. Molti confondono quel momento con un fallimento.
In realtà rappresenta spesso soltanto una fase di transizione. Bisogna trovare forza e coraggio per attraversarla senza ricadere nella condizione precedente.
La lucidità non deve diventare distruttiva. Deve trasformarsi in scelta consapevole.
Questo significa dignità umana.
È inutile continuare a vivere dentro relazioni tossiche, preferendo una sofferenza conosciuta all’incertezza di qualcosa di nuovo.
John Bowlby mostrò quanto le relazioni precoci influenzino il futuro emotivo delle persone.
Chi ha conosciuto amore instabile, rifiuto o imprevedibilità finisce spesso per associare tensione e sofferenza all’idea stessa di legame affettivo.
Erich Fromm distingueva l’amore autentico dal bisogno di possesso o dipendenza.
Eppure, nel nome dell’amore, molti finiscono per chiamare amore la paura dell’abbandono, la paura del vuoto o la paura di non valere abbastanza.
Nei rapporti tossici il dolore si alterna a momenti di gratificazione. Ed è proprio questa alternanza a rafforzare la dipendenza emotiva.
Si continua a sperare che il momento felice possa tornare. Un nodo infinito che genera una infelicità devastante.
La domanda che queste persone dovrebbero porsi è: quale parte di sé merita davvero di vivere così?
Non per colpevolizzarsi. Ma per ritrovare il proprio valore e smettere di avere paura di ciò che verrà dopo.
Il fenomeno moderno porta sempre più persone a costruire il proprio valore esclusivamente sul riconoscimento esterno.
E, incredibilmente, sviluppano una tolleranza enorme verso la contraddizione pur di non perdere la propria identità emotiva.
Finiscono perfino per sopportare umiliazioni pubbliche e svalutazioni continue.
Sartre diceva che lo sguardo degli altri ci trasforma in oggetti.
Jung probabilmente avrebbe aggiunto che molte persone non difendono un rapporto reale, ma un’illusione.
Freud parlava invece di senso di colpa inconscio e bisogno di espiazione: la convinzione di meritare il dolore per errori commessi, fragilità o segnali ignorati.
“Ho sbagliato a fidarmi, ora devo sopportarne le conseguenze.” Ma questa è una condanna a morte interiore.
E interrompere certi rapporti significa anche interrompere una trasmissione invisibile verso i figli, che crescono con l’idea che l’amore funzioni così.
Se vedono svalutazione, sofferenza o umiliazione in uno dei genitori, finiranno per interiorizzare l’idea che anche il proprio valore sia negoziabile.
Lascio allora alcune domande da porsi:
Cosa dentro di me teme così tanto la perdita da preferire la distruzione?
Quale bisogno irrisolto mi fa chiamare “casa” ciò che mi ferisce?
Quale paura mi convince che questo sia tutto ciò che merito?
Quanto devo essermi dimenticato di me stesso per restare dove soffro, dove mi perdo?
Perché difendo ciò che mi distrugge?
Le analisi servono a comprendere noi stessi, a migliorare la nostra vita e le nostre relazioni, ma soprattutto a mantenerci autentici davanti alle allodole del mondo, alle illusioni e alle seduzioni che rischiano di farci perdere ciò che siamo davvero.
- Rossana vanderBorg
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