mercoledì 6 maggio 2026

Dall’Olivetti a Mattei: come la politica ha distrutto la migliore Italia

Rilievo di epoca romana I sec. a.C.

Ci si aspetta che l’età porti alla consapevolezza che “così va il mondo”, e che ci si arrenda all’evidenza che tutto questo non sia frutto dell’oggi, ma affondi le radici nei millenni. Perché l’essere umano, il bipede, non cambia.

Nel suo DNA sembrano depositate caratteristiche che nessuna società, educazione o filosofia riesce davvero a modificare.

Eppure, davanti a ogni Golia, esisterà sempre un Davide. O, se preferite, un Robin Hood pronto a contrastare l’usurpatore Re Giovanni, trovandosi costantemente a combattere contro gli Sceriffi di Nottingham di turno.

Abbiamo già affrontato qui il problema dell’alfabetizzazione: benvenuta sia, perché ha permesso almeno un minimo di illuminazione. Ma siamo ancora alla candela. Ben lontani dall’elettricità.

Nei nostri paesi una pletora di persone continua infatti a muoversi guidata dall’istinto. E con la longa manus della pubblicità, della disinformazione e del web — dove proliferano quelle che gli inglesi chiamano “fake news” — il numero delle notizie manipolate è aumentato enormemente rispetto al passato.

Tecnicamente molti di questi contenuti sono “hoax”, ossia inganni costruiti per orientare, confondere o deformare la realtà.

Fatta questa premessa, affrontiamo con malcelata rabbia quanto accade nella politica italiana, dove molti elettori sembrano i novelli spettatori che applaudivano nelle arene dell’Impero romano.

Ascoltare certi "politici" e il loro seguito beota fa venire la bava alla bocca.

Spesso, in ciò che dicono e fanno, non esiste un minimo di razionalità né la volontà concreta di migliorare il paese alleviandone i problemi sociali ed economici. Esiste soltanto il desiderio di abbattere l’avversario, costi quel che costi.

Non esiste memoria storica. E loro lo sanno bene.

Chi li segue lo fa di pancia: quasi nessuno approfondisce il loro operato, la loro provenienza, gli interessi che li conducono ad agire in un determinato modo.

Eppure sono pochissimi quelli che ricordano come proprio certa politica abbia contribuito a distruggere la migliore Italia.

E no, signori: la colpa non è stata della mafia. La mafia è servita, semmai, come manovalanza. Un “do ut des”. Ma non è mai stata seduta alla guida del Parlamento.

Ai giovani bisognerebbe raccontare che esisteva una volta un’industria chiamata Olivetti.

Quando Steve Jobs non era ancora venuto al mondo, nel 1954 la Olivetti apriva uno showroom sulla Fifth Avenue di New York, esponendo macchine da scrivere e calcolatrici che univano estetica, funzionalità, cultura e innovazione.

Manhattan ne rimase affascinata.

Negli anni ’50 e ’60 la Olivetti, con ELEA, si posizionò ai vertici mondiali dell’elettronica. Nel 1959 realizzò uno dei primi computer commerciali al mondo, l’ELEA 9003; nel 1965 presentò la Programma 101, considerata il primo calcolatore personale della storia.

La Olivetti Programma 101 fu utilizzata dalla NASA per calcolare le traiettorie e i dati di rientro della storica missione Apollo 11 del 1969. Quella che ha portato i primi esseri umani a camminare sulla Luna.

I dipendenti godevano di orari flessibili e servizi sociali interni alle fabbriche, perché Adriano Olivetti era convinto che la produttività dipendesse dal benessere dei lavoratori.

Con l'improvvisa morte di Olivetti, arrivò Carlo De Benedetti.

E sì, proprio lui. Da lì in avanti, addio Olivetti.

Proprio quel signore che dichiarò di voler avere la tessera numero uno del Partito Democratico, e che attraverso i suoi giornali ha sempre combattuto tutto ciò che non fosse riconducibile alla sinistra.

Ex massone. Naturalizzato svizzero. L’ingegnere.

Passiamo ad altro. Oggi quasi nessuno ricorda Ferrania.

Nata in Liguria nel 1882 come fabbrica di dinamite, dopo la Prima guerra mondiale venne convertita nella produzione di pellicole cinematografiche.

Durante l’età d’oro di Cinecittà — Rossellini, Fellini, Pasolini, De Sica — non esisteva film italiano girato senza pellicole Ferrania.

Poi, guarda caso, venne venduta alla statunitense 3M.

E infine fallì. O forse fu fatta fallire.

Italtel, invece, affonda le proprie origini nella Siemens italiana, nata a Milano nel 1921. Specializzata nelle apparecchiature telefoniche ed elettromeccaniche, negli  anni '50 entrò nel gruppo IRI e e negli anni ’80 era il quinto produttore mondiale di apparati telefonici, con brevetti propri e competenze tecnologiche avanzatissime.

Poi arrivarono gli anni delle privatizzazioni.

Negli anni ’90 fu smontata pezzo dopo pezzo, indebolita e infine ceduta a fondi stranieri nel 2000.

Ed è qui che si incrociano, ancora una volta, sempre gli stessi protagonisti: Carlo De Benedetti presidente Olivetti, Romano Prodi presidente dell’IRI e Bettino Craxi presidente del Consiglio.

Bisogna ricordare anche cos’era l’IRI.

Nata nel 1933 per affrontare la Grande Depressione, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale salvò aziende strategiche e divenne, nel dopoguerra, il motore del miracolo economico italiano.

L’Autostrada del Sole, Italsider, STET: una parte enorme della crescita italiana passò da lì.

Poi arrivò la liquidazione.

Tra il 1992 e il 2002 il gigante venne smantellato, schiacciato dai debiti.

Al capezzale troviamo i soliti nomi: Guido Carli, Giuliano Amato, Romano Prodi, Mario Draghi, Beniamino Andreatta.

Ed è proprio in quel periodo che i Benetton — quelli dei maglioncini e del radical chic progressista — acquistano Autostrade.

Dopo il crollo del Ponte Morandi, la concessione viene revocata e si arriva all’operazione con Cassa Depositi e Prestiti, di cui il Ministero dell'Economia detiene il 83% delle azioni. 

Nel 2020 sotto il governo Conte, si arriva ad un accordo politico per l'uscita dei Benetton da Autostrade. La spesa costa ai contribuenti ben 2,4 miliardi di euro che vengono a loro gentilmente elargita.

Con buona pace dei morti.

Sinistri e pentastellati si girano dall’altra parte per non sentire la puzza.

Il comitato delle vittime protestò duramente, ma contò come il due di coppe quando regna bastoni.

Passiamo all’Alfa Romeo, azienda statale fin dal 1933, anno in cui — come abbiamo visto — nasce l’IRI per salvare le industrie italiane dalla crisi. Storico marchio dell’automobilismo italiano, Alfa Romeo vinse nel 1950 e nel 1951 i primi due campionati mondiali di Formula 1, diventando simbolo di tecnologia, ingegno e prestigio industriale.

Purtroppo, come spiegato all’inizio e in altri post, democristiani e sinistra, tra incompetenza, assenza di amore verso l’Italia e gestione politica clientelare, attraverso i giannizzeri sindacali e una pletora di elettori ormai trasformati non più in cittadini ma in tifoserie da stadio, riuscirono nell’impresa di svuotare il mondo del lavoro delle persone migliori.

Manifestazioni, scioperi ideologici, elezioni beote e guerre di potere trasformarono lentamente molte aziende pubbliche in voragini economiche.

L’Alfa Romeo divenne un buco nero, arrivando a perdere oltre un miliardo di lire al giorno.

Ed è qui che entrano nuovamente in scena i soliti protagonisti: Romano Prodi e altri uomini divisi tra democristiani e sinistra. Alla fine furono gli Agnelli a rilevarla, per evitare che finisse alla Ford.

La melma però inizia a emanare un odore ancora più insostenibile quando si arriva al caso di Enrico Mattei.

Il suo aereo esplose in volo il 27 ottobre 1962.

Chi era quest’uomo, e cosa aveva fatto per meritare una fine simile?

Presto detto.

Figlio di un carabiniere, Mattei fu uno dei pochi democristiani realmente considerati onesti e capaci. Imprenditore brillante, nel 1945 venne nominato commissario straordinario dell’Agip con il compito di liquidarla.

L’Agip, creata dal regime fascista nel 1926, avrebbe dovuto essere smantellata.

Mattei fece invece l’opposto. La riorganizzò.

E nel 1953 fondò l’ENI.

In pochissimo tempo divenne una potenza petrolifera mondiale e uno dei motori del miracolo economico italiano.

Mattei negoziò accordi rivoluzionari in Medio Oriente, offrendo loro il 75% dei profitti petroliferi quando le grandi compagnie americane concedevano appena il 50%.

Tutti firmarono.

Così spezzò il monopolio delle “Sette Sorelle”, sottraendo il petrolio agli americani e diede all’Italia un ruolo strategico nel mondo.

Il giornalista Mauro De Mauro, che stava indagando sulla sua morte, venne rapito e ucciso prima di poter parlare.

Dopo Mattei arrivarono uomini molto diversi da lui.

Prima il suo vice Boldrini, figura debole e insignificante.

Poi Eugenio Cefis, considerato il braccio destro di Mattei ma  guarda caso, portatore di una visione completamente opposta.

Infatti sottoscrisse immediatamente accordi con Esso e Shell, riportando l’ENI dentro il sistema politico-finanziario americano.

Fine del sogno italiano.

Tutto questo serve a comprendere quanto male sia stato fatto alla parte migliore dell’Italia: quella pulita, onesta, operosa, geniale.

Un’Italia svuotata dall’interno da mezze tacche, adoratori della stupidità, madre della corruzione morale e dell’invidia sociale.

Rosicatori delle capacità altrui. O semplicemente idioti. Persone incapaci di elevarsi con merito, convinte che demolire chi vale sia l’unico modo per uscire dall’anonimato, o conquistare potere e benessere.

I problemi economici dell’Italia, il debito pubblico, la fuga all’estero delle menti migliori e dei giovani più preparati, i salari bassi, la disoccupazione, il peggioramento della sanità pubblica e dell’istruzione, l’insicurezza che ormai pervade la società, non sono frutto del caso.

Sono il risultato della cattiva amministrazione del paese.

Di una corruzione morale che in molti casi è diventata sistemica.

Dell’abitudine alla raccomandazione. Al precariato.

All’appiattimento generale, che porta a valutare nello stesso modo chi studia, lavora e si sacrifica e chi invece non vuole né lavorare né studiare, preferendo continuare a prosciugare le mammelle di mamma Italia.

Ma non l’avrete vinta.

Perché le formichine operose continuano a lavorare anche sotto terra.

— Rossana vanderBorg