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| La morte di Gustave Doré |
Partiamo da un fatto.
I suoi genitori avevano già perso una figlia in un incidente stradale. Eppure trovano il coraggio di sostenere la passione dell’unico figlio rimasto: diventare pilota da corsa.
Lo appoggiano sempre, pur essendo uno sport per ricchi, loro che erano persone semplici.
Poi arriva l’amore.
Zanardi ha la fortuna di incontrare una donna che lo ama e lo sostiene, restando al suo fianco anche dopo l’orribile incidente che lo priva di entrambe le gambe.
Sedici operazioni. Sette arresti cardiaci. E nonostante tutto, si rialza.
Si reinventa. Diventa paraciclista. Ma il destino lo aspetta ancora.
Anni dopo, durante una staffetta in handbike, un nuovo incidente — questa volta con un camion — lo costringe ad abbandonare definitivamente la sua passione di atleta indomito.
E allora il pensiero corre altrove.
A una frase di Schopenhauer:
“Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza”.
L’essere umano, infatti, è consapevole di esistere.
E questa consapevolezza lo spinge a interrogarsi sul senso della vita.
Può farlo. Ma spesso non lo fa.
Vive di routine, di superficialità, di autoinganno.
Qui, però, parliamo di chi quelle domande se le pone davvero.
Perché chiedersi perché esistiamo, perché il mondo funziona così, che senso abbia tutto questo, genera inquietudine.
Spesso, sofferenza.
Se la vita fosse priva di dolore, perfetta, lineare, probabilmente non ci porremmo nessuna domanda.
E forse è proprio questo il punto. È il dolore che ci costringe a pensare.
Quando stiamo bene, viviamo. Quando soffriamo, cerchiamo un senso.
Schopenhauer non offre consolazioni: capire serve solo a soffrire meno.
Nietzsche rilancia: la vita non ha senso, quindi bisogna crearlo, costruendo valori forti.
Camus è ancora più diretto: non c’è senso, quindi smetti di cercarlo e vivi comunque.
Sartre va oltre: non c’è alcun senso, e proprio per questo devi costruirlo tu, con le tue scelte.
Perfetto. Dopo queste acrobazie mentali, torniamo alla realtà.
L'unico modo concreto per affrontare la vita è uno solo: incontrare un Amore vero e costruire amicizie autentiche.
Non sono sullo stesso piano.
L’Amore è uno. Unico. Non replicabile.
Le amicizie, invece, possono essere più di una. Tutte importanti. Ma diverse.
Tutto il resto è rumore. È irrilevante.
Attraversare la vita è come attraversare un deserto. E servono acqua e direzione.
Quell’acqua è fatta di legami reali. Senza, tutto diventa vuoto.
Malinconico. A tratti disperante.
Ma attenzione.
Un sentimento è vero solo se resiste.
Se non cambia con il tempo.
Se non dipende dalla convenienza.
Se non si piega alle circostanze.
Dall’amore dei genitori a quello del partner, fino all’amicizia profonda, è lì che si trova la forza.
È lì che la vita prende forma.
Senza maschere. Senza possesso. Senza interessi.
Perché la ricompensa è il sentimento stesso.
Davanti a chi non lotta per un amore sincero, a chi si lascia trasportare da amicizie e legami superficiali e vuoti, può esserci solo commiserazione, dato che ognuno dovrebbe farsi guidare da valori forti, per
dirla alla Nietzsche, e che, come ci spiega Paulo Coelho riprendendo C.S. Lewis "nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può iniziare oggi e creare un nuovo finale”.
Davanti a una vita fatta di malattie, incidenti, problemi, tempo che scorre, l’unica vera salvezza è questa:
un sentimento profondo.
Amare davvero significa accettare l’altro. Con limiti. Difetti. Fragilità.
Senza volerlo cambiare.
E allora chiudiamo con Victor Hugo:
“La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è — o, meglio, essere amati a dispetto di quello che si è”.
Un concetto che avevamo già accennato in questo articolo: non chiamatelo amore: è solo bisogno https://www.bastablablabla.com/2026/04/non-chiamatelo-amore-e-solo-bisogno.html
— Rossana vanderBorg
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