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| Mandorlo in fiore di Vincent van Gogh |
A volte è necessario introdurre un argomento difficile con una nota di leggerezza. Per questo ho scelto il Mandorlo in fiore di Vincent van Gogh, uno dei primi alberi che annunciano la primavera. Nel dipingerlo, il suo intento era rappresentare la vita che, anno dopo anno, si rinnova. Quel momento di rinascita e di speranza senza il quale l'esistenza stessa cadrebbe nella disperazione.
Poi basta distogliere lo sguardo da quei fiori e osservare la realtà circostante.
Siamo oltre otto miliardi. Una presenza che non si limita ad abitare il pianeta: lo trasforma, lo consuma e troppo spesso lo impoverisce. Abbattiamo foreste, prosciughiamo fiumi, estinguiamo specie, alteriamo il clima e continuiamo a raccontarci che tutto questo sia il prezzo inevitabile del progresso.
La domanda, allora, è semplice.
Chi ha firmato l'atto di proprietà della Terra?
Chi ha stabilito che la nostra specie valga più di tutte le altre? Chi ci ha conferito il diritto di decidere del destino di milioni di esseri viventi soltanto perché abbiamo imparato a costruire macchine, scavare miniere o lanciare satelliti nello spazio?
La cosa sorprendente è che filosofi, religioni e culture lontanissime tra loro sembrano arrivare tutti alla stessa conclusione.
L'uomo non è il proprietario della Terra.
È uno dei suoi ospiti.
I Presocratici vedevano l'uomo come parte del cosmo e non come il suo centro. Gli Stoici insegnavano che la virtù consiste nel vivere secondo natura, non nel dominarla. Il Taoismo invita a non forzare l'ordine naturale; il Buddhismo riconosce valore a ogni essere senziente; il Giainismo estende il rispetto a ogni forma di vita.
San Francesco non parlava di una terra da possedere, ma di una "sorella". Spinoza ricordava che l'uomo non è «un impero dentro un impero», bensì una parte della natura. Schopenhauer fondava l'etica sulla compassione verso ogni essere capace di soffrire.
Darwin demolì l'idea che fossimo il culmine della creazione. Aldo Leopold allargò la comunità morale al suolo, all'acqua, alle piante e agli animali. Arne Næss riconobbe un valore intrinseco a ogni forma di vita e James Lovelock descrisse la Terra come un sistema vivente nel quale alterare un equilibrio significa mettere in pericolo anche noi stessi.
Culture, religioni, filosofia e scienza percorrono strade diverse per arrivare allo stesso punto.
L'uomo non è mai stato il padrone della Terra.
Si è autoproclamato tale.
Mi infastidisce assistere allo spettacolo di personaggi che si proclamano salvatori del pianeta, mentre la loro unica fede sembra essere il potere. Parlano di ecologia, impongono nuove ortodossie, rivestono tutto con slogan rassicuranti e trasformano il dissenso in una colpa.
Ancora di più mi infastidisce quando la difesa dell'ambiente diventa il paravento dietro il quale si muovono interessi economici, speculazioni finanziarie e nuovi mercati costruiti sull'emergenza. In nome dell'ecologia ci viene chiesto di acquistare prodotti ritenuti meno inquinanti, di sostituire ciò che possediamo, di adeguarci a modelli di consumo presentati come moralmente superiori. È lecito domandarsi quanta parte di queste scelte nasca da un'autentica tutela del pianeta e quanta, invece, risponda alle logiche dell'industria, della finanza o della politica.
Il rispetto per la natura non può essere ridotto a un mercato, né trasformato in uno strumento di consenso. Quando l'ecologia diventa un marchio da vendere o un'ideologia da imporre, il rischio è che il pianeta finisca per essere l'ultimo dei problemi.
Il rispetto per la natura non nasce dai proclami.
Nasce dalla consapevolezza del posto che occupiamo nel mondo.
Non è il pianeta ad aver bisogno di essere salvato.
È l'uomo che deve smettere di comportarsi come se fosse il proprietario di qualcosa che non gli è mai appartenuto.
Esiste una risposta che arriva dalla foresta amazzonica.
Alcuni popoli indigeni, quando si spostano, portano con sé i semi degli alberi. Li piantano nel luogo in cui andranno a vivere, sapendo che molti cresceranno lentamente e offriranno frutti quando loro non ci saranno più. Non costruiscono soltanto un villaggio. Costruiscono un'eredità. Lasciano ai figli una foresta più ricca di quella che hanno ricevuto.
Noi, invece, abbiamo trasformato il pianeta in una miniera da svuotare.
L'aspetto più inquietante non è la distruzione in sé.
È la convinzione che la rende possibile.
L'idea che tutto ci appartenga. Che l'intelligenza ci abbia conferito un diritto naturale a consumare, sfruttare e cancellare ciò che non abbiamo creato.
Se fossimo davvero la specie più intelligente della Terra, il primo segno della nostra superiorità sarebbe la capacità di custodire ciò che rende possibile la vita, non quella di distruggerla.
Ed è proprio qui che la nostra presunta superiorità mostra tutte le sue contraddizioni.
Ci definiamo la specie più intelligente del pianeta, eppure davanti alla decisione più importante che un essere umano possa prendere – mettere al mondo un figlio – troppo spesso rinunciamo a porci la domanda fondamentale: saremo davvero in grado di offrirgli una vita degna di essere vissuta?
Abbiamo trasformato molti diritti in dogmi intoccabili, dimenticando che ogni diritto porta con sé una responsabilità.
Tra questi c'è anche la scelta di mettere al mondo un figlio.
Ogni volta che qualcuno osa chiedersi se sia giusto far nascere un bambino quando non esistono le condizioni minime per garantirgli una vita dignitosa, la discussione si interrompe quasi subito. Si risponde parlando di libertà, molto meno di responsabilità.
In natura la sopravvivenza della prole è parte integrante della strategia di molte specie. Noi, invece, sembriamo aver trasformato la nascita in un diritto assoluto, quasi che il semplice fatto di generare una vita esaurisca ogni dovere nei suoi confronti.
La nascita non conclude una responsabilità. La inaugura.
Un figlio ha bisogno di acqua, di cibo, di cure, di istruzione, di un ambiente che gli permetta di vivere con dignità.
Continuare a mettere al mondo milioni di bambini destinati fin dal primo giorno a conoscere fame, malattie e miseria non è il segno di una specie sapiente.
È il segno di una specie che troppo spesso lascia decidere all’istinto ciò che dovrebbe essere affidato all’intelligenza e alla coscienza, anche quando il prezzo è condannare i propri figli a una vita miserabile.
Ma il collasso di un ecosistema non distingue tra poveri e ricchi.
Può cambiare il modo in cui se ne subiscono gli effetti.
Non il fatto che, prima o poi, quegli effetti raggiungano tutti.
Un figlio non eredita soltanto un cognome o un patrimonio.
Eredita l'acqua che berrà, l'aria che respirerà, il suolo che produrrà il suo cibo, le foreste che saranno ancora in piedi, gli animali che non avremo fatto scomparire.
Ogni foresta abbattuta, ogni falda acquifera prosciugata, ogni specie che scompare non rappresentano soltanto una perdita per la natura.
Rappresentano una diminuzione del patrimonio che avremmo dovuto consegnare alle generazioni future.
Ogni volta che consumiamo una risorsa senza preoccuparci di ricostituirla, ci comportiamo come amministratori infedeli di un bene che non ci appartiene.
Il vero spartiacque tra civiltà e barbarie non consiste nella tecnologia che una società è capace di produrre.
Consiste nell'eredità che decide di lasciare.
Da una parte c'è chi pianta alberi sapendo che non siederà mai alla loro ombra.
Dall'altra c'è chi consuma oggi ciò che appartiene anche a chi non è ancora nato.
Da migliaia di anni filosofi, religioni, scienziati e perfino quei popoli che abbiamo avuto la presunzione di chiamare primitivi continuano a ripeterci la stessa cosa.
La Terra non ci appartiene.
L'unico essere vivente che continua a sostenere il contrario è l'uomo.
E, ironia della sorte, è anche l'unico che ama definirsi "sapiente".
E non esiste prova d'intelligenza più fragile della convinzione di poter possedere ciò che non si è creato.
A questo serve la cultura.
- Rossana vanderBorg
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