lunedì 6 luglio 2026

Perché la società è sempre più sola, aggressiva e infelice


La Sibilla Cumana del Domenichino

E se, per tentare di risolvere i problemi della società attuale, non servissero psicologi, influencer, guide spirituali o politiche, ma bastasse capire fino in fondo cosa intendesse Alexis de Tocqueville quando scriveva che alcuni uomini sono così innamorati dell'uguaglianza da preferire essere uguali nella schiavitù piuttosto che diversi nella libertà?

Il pesce puzza dalla testa. Tuttavia, nelle democrazie occidentali gli elettori non possono essere completamente assolti dalle proprie responsabilità. 

Prima di essere elettori si è cittadini, persone cresciute in famiglie dove, nella maggior parte dei casi, non sono mancati i diritti fondamentali: sanità, scuola, sicurezza personale, un tetto sopra la testa e un piatto in tavola.

È vero, le famiglie sono sempre meno unite, attraversate da crisi d'identità, sempre più sole e bombardate da una pubblicità invasiva che non si limita più a suggerire quale detersivo usare per la lavatrice, ma pretende di decidere anche cosa pensare, contribuendo a stravolgere la sicurezza dei Paesi e a mettere in discussione leggi naturali e principi di buon senso.

Il tutto per arricchire potenti che, come novelli re Mida, usano e abusano della loro ricchezza, acquistano politici, influenzano governi e li manovrano come burattini, naturalmente in cambio di altro potere e di lauti profitti.

Una volta la famiglia rappresentava un rifugio dove trovare sostegno nei momenti difficili. 

Oggi, troppo spesso, è diventata un luogo di continue rivendicazioni, dove ciascuno reclama i propri diritti.  Così cresce la solitudine, perché vengono meno i legami autentici. Si può essere soli anche seduti allo stesso tavolo o sdraiati nello stesso letto.

L'incapacità di ascoltare nasce da presupposti più profondi. La cultura della libertà sessuale ha finito, in molti casi, per confondere attrazione e amore. 

Non si ha più difficoltà ad avere rapporti intimi senza provare un sentimento profondo, senza condividere quella comunione di anime che rappresenta il vero collante di una relazione destinata a durare una vita. 

A legare, troppo spesso, sono il benessere materiale e l'interesse personale, mentre amore, gratitudine, spirito di sacrificio e disponibilità ad aiutarsi reciprocamente passano in secondo piano.

Ed ecco che fa capolino anche all'interno della famiglia quell'ossessione dell'uguaglianza che alimenta litigi e cattivo umore. 

Perché quando c'è un sentimento autentico non si vive con il bilancino in mano: nessuno misura continuamente quanto dà e quanto riceve. E qui non si parla di beni materiali, che ormai sembra l'unico collante. Quando c'è l'amore tutto nasce spontaneamente. 

«Amare è trovare la propria felicità nella felicità di un altro», scriveva Gottfried Wilhelm von Leibniz.

Tornando all'infelicità odierna, si è arrivati a ciò che Tocqueville aveva intuito quasi due secoli fa: una società nella quale l'uguaglianza è diventata un'ossessione. Non l'uguaglianza davanti alla legge, fondamento di ogni democrazia, ma quella dei desideri, delle ambizioni, dei risultati e perfino delle capacità.

Una società dove ognuno rincorre la propria ossessione. Può essere l'automobile nuova, il viaggio nel luogo esotico del momento, il rifarsi le labbra, il seno, il trapianto dei capelli o l'ultimo simbolo di successo imposto dalla moda. 

Ma questi sono soltanto i sintomi. Il problema è molto più profondo: si vive costantemente confrontandosi con gli altri, incapaci di accettare che ogni individuo abbia talenti, limiti e percorsi diversi.

Da qui nasce anche il progressivo deterioramento dei rapporti umani. 

Se tutti devono avere tutto, essere tutto e apparire tutto, chiunque abbia qualcosa in più diventa un problema. Il successo altrui non è più uno stimolo, ma un'offesa personale.

La bellezza provoca risentimento, l'intelligenza suscita sospetto, la ricchezza alimenta rancore, perfino la felicità degli altri diventa insopportabile.

L'invidia, un tempo considerata uno dei vizi capitali, viene ormai mascherata da rivendicazione sociale. Non si desidera migliorare sé stessi, ma ridimensionare chi è riuscito a fare meglio. 

Si preferisce abbassare chi emerge piuttosto che elevarsi con il proprio impegno.

È questa la trappola peggiore dell'uguaglianza: anziché lavorare sul proprio miglioramento, si fa di tutto per abbassare il livello degli altri.

Quando questo modo di pensare diventa collettivo, inevitabilmente si perde anche il senso civico. Se il prossimo è visto come un concorrente, perché rispettarlo? Perché fare la fila? Perché cedere il posto a un anziano? Perché non gettare una cartaccia a terra, parcheggiare dove capita o approfittare di ogni situazione? 

Se conta soltanto il proprio interesse immediato, il senso civico scompare e rimane soltanto una somma d'individui in continua competizione.

È così che cresce un'aggressività silenziosa, fatta di piccoli gesti quotidiani: una risposta arrogante, un insulto sui social, una prepotenza nel traffico, un sorriso negato, una mano che non si tende più.

La violenza raramente nasce all'improvviso; quasi sempre è il punto d'arrivo di un lento deterioramento morale.

Questa realtà è sotto gli occhi di tutti, ma si preferisce fingere di non vederla, proprio come nella favola del Re nudo. La speranza è che, prima o poi, ci sia ancora un bambino capace di gridare la verità in mezzo alla folla.

Si esce ogni mattina, o perfino si va in vacanza, con l'elmo del guerriero, vedendo in ogni persona un avversario, un rivale o un nemico.

Ma non sarebbe meglio fermarsi un momento, farsi un sincero esame di coscienza e tornare con i piedi per terra?

Imparare a vivere secondo le proprie possibilità, non soltanto economiche, ma soprattutto umane. Accettare i propri limiti e comprendere una verità tanto semplice quanto scomoda: non siamo tutti uguali.

Ed è una fortuna.

Perché il mondo sarebbe di una noia mortale se fossimo tutti identici, con gli stessi desideri, le stesse capacità, gli stessi caratteri e le stesse aspirazioni. 

La diversità è il vero sale della vita. Non quello chimico prodotto nei laboratori, ma quello marino, estratto da un mare ancora incontaminato.

Il vero problema è che stanno diminuendo gli uomini liberi, mentre aumentano quelli che misurano il valore della propria vita confrontandola continuamente con quella degli altri.

Forse, però, una speranza esiste.

Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e uno fra i fondatori dell'analisi, sopravvissuto  ai campi di concentramento nazisti, dove ha perso tutta la sua famiglia, ci ha lasciato una delle riflessioni più profonde sulla condizione umana. Riprendendo un pensiero di Friedrich Nietzsche, scrisse:

«Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.»

Quel perché, però, deve essere autentico. Non un'illusione costruita dalla pubblicità, dalla ricerca del consenso o dal confronto continuo con gli altri. 

Deve nascere da valori reali, da affetti sinceri, dall'amicizia, dall'amore, e dalla consapevolezza che la felicità non si misura con il metro del confronto.

Questo è il naturale proseguimento di quanto trattato su Ai poveri non servono gli psicologi e su Amore e relazioni:tra paura, consumismo e incapacità di amare davvero.

- Rossana vanderBorg