venerdì 26 giugno 2026

Ai poveri non servono gli psicologi

Una novella di Decamerone di  John William Waterhouse
Una novella del Decamerone
di John William Waterhouse  

     Sul momento sembrò soltanto una battuta quella pronunciata da una persona che si occupava del giardino e dell’orto della nostra casa in Brasile.

   Quando chiesi al signor José se volesse provare un paio di scarpe per verificare che il numero fosse quello giusto, ricevetti una risposta che non ho più dimenticato.

   «I poveri non hanno il numero di scarpe.»

   Sottintendeva qualcosa di molto semplice.

   Ci si adattava a ciò che si trovava.

   Un’altra volta si parlava di una persona alle prese con depressione e ansia.

   Ed eccolo di nuovo, con il suo sorriso, mentre si apprestava a terminare la settimana lavorativa.

   Stava tornando a casa per prepararsi al sabato sera, quando sarebbe andato a ballare.

   A sessantacinque anni si sentiva giovane quanto un adolescente.

   Mi disse:

   «Ai poveri non servono gli psicologi.»

   Una frase brutale.

   Ma anche capace di aprire interrogativi scomodi.

   José, ex alcolista, da oltre trent’anni mette a disposizione alcune aule per aiutare chi cerca di uscire da quella tremenda dipendenza.

   È una persona semplice.

   Ha imparato a leggere e a scrivere dopo i sessant’anni.

   Ci riempì di felicità il giorno in cui prese il giornale dalle mani di mia madre e, orgoglioso di sé, ce lo lesse.

   Mi raccontò che offriva quegli spazi come forma di gratitudine verso chi lo aveva aiutato a liberarsi dalla schiavitù della bottiglia.

   Ed è proprio da qui che voglio aprire una riflessione.

   Quanto sono venuti meno, nelle nostre società opulente, l’ascolto autentico e l’aiuto concreto verso il prossimo?

   A volte, durante un viaggio in treno, capita di imbattersi in persone che sembrano avere un immenso bisogno di raccontarsi.

   E allora sorge spontanea una domanda.

   È davvero diventato così difficile chiedere a qualcuno di cosa si occupi?

   Da dove venga? Se ami viaggiare?

   Quali luoghi conosca? In fondo è proprio questo che manca sempre di più.

   La comunicazione. La volontà di ascoltare l’altro.

   Sui social la maggioranza recita un ruolo.

   Si costruisce un personaggio per apparire interessante o ottenere qualcosa.

   È tutto irreale. Distante. Superficiale.

   I sentimenti, ciò che siamo davvero, vengono camuffati.

   E così si sgretolano quei legami comunitari reali che nascevano in una conversazione in piazza, al bar o con le sedie fuori dalle case.

   Quanto abbiamo sostituito la presenza reale con parole, slogan e buone intenzioni spesso soltanto proclamate?

   Nelle nostre latitudini non si lotta più per la sopravvivenza.

   Eppure, nonostante questo, a volte sembra esserci un disagio persino maggiore rispetto a luoghi dove la povertà è tangibile.

   Dove sanità, scuola, buon cibo e tutto il benessere materiale restano un miraggio.

   Ciò che appare evidente è un’altra cosa.

   L’incapacità di gestire il vivere.

   Dolore. Fallimenti. Solitudine. Incertezza. Morte.

   Tutto questo non trova più quella solidarietà che un tempo nasceva nelle famiglie numerose e in comunità più coese.

   Al suo posto crescono egoismo e individualismo.

   Tratti sempre più tipici delle nostre città.

   Per questo entrano in gioco psicologi e psicanalisti.

   Figure di cui sembra che nessuno riesca più a fare a meno.

   Sembrano lontani i tempi in cui i problemi si affrontavano parlando con familiari, amici o vicini.

   La lotta per la sopravvivenza si è semplicemente spostata.

   Oggi si combatte per avere più like sui social.

   Per apparire con l’abito giusto. La borsa trendy.  Gli occhiali del brand esclusivo.

   Si compete frequentando locali rinomati e seguendo personaggi famosi.

   Oggi va per la maggiore il tennis con Jannik Sinner.

   Le lezioni di yoga o pilates. Il wellness di lusso. Il collezionismo.

   L’arredamento minimalista o il modernariato.

   Non mancano le serie TV di nicchia. I podcast di tendenza.

   L’ultimo trend nato su TikTok. Purché tutto serva a mostrarsi informati.

   È così che molti finiscono per perdere la propria identità.

   Per diventare “cool” si annullano i gusti reali.

   Si smette di capire cosa piaccia davvero.

   E da lì alla sensazione di vuoto il passo è breve.

   Anche i rapporti umani si svuotano di significato.

   Si coltivano amicizie e affetti di facciata.

   Le persone vengono cercate non per stima.

   Ma per il valore d’immagine che possono offrire.

   Per lo status che aiutano a costruire.

   Alla fine si conosce molta gente. Ma senza connessioni autentiche ci si sente profondamente soli.

   Il risultato è rabbia. Fragilità. Crollo emotivo.

   Le città diventano giungle. Si litiga per un nonnulla.

   Cresce l’aggressività tra vicini di casa. In famiglia. Nei luoghi di lavoro.

   Questo stress viene portato ovunque.

   Perfino in vacanza. Nelle occasioni che dovrebbero essere di svago.

   Se qualcosa non corrisponde alle aspettative, esplode la frustrazione.

   Se ne soffre nelle scuole. Negli uffici.

   E spesso la si scarica su chi viene considerato di categoria inferiore.

   Una commessa. Un cameriere. Un impiegato.

   Alla fine viene spontaneo domandarsi se il benessere, da solo, basti davvero a renderci più umani.

   Forse non servono guerre, fame o malattie.

   Ma certamente serve ritrovare quel senso di realtà, di comunità e di presenza che il benessere, da solo, non garantisce.

   Riprendendo il discorso iniziato qui L'Urlo di Munch e l'indifferenza umana: perché non riusciamo a essere davvero umani.

            - Rossana vanderBorg