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| Una novella del Decamerone di John William Waterhouse |
Sul momento sembrò soltanto una battuta quella pronunciata da una persona che si occupava del giardino e dell’orto della nostra casa in Brasile.
Quando
chiesi al signor José se volesse provare un paio di scarpe per verificare che
il numero fosse quello giusto, ricevetti una risposta
che non ho più dimenticato.
«I poveri
non hanno il numero di scarpe.»
Sottintendeva
qualcosa di molto semplice.
Ci si
adattava a ciò che si trovava.
Un’altra
volta si parlava di una persona alle prese con depressione e ansia.
Ed eccolo
di nuovo, con il suo sorriso, mentre si apprestava a terminare la settimana
lavorativa.
Stava
tornando a casa per prepararsi al sabato sera, quando sarebbe andato a ballare.
A
sessantacinque anni si sentiva giovane quanto un adolescente.
Mi disse:
«Ai poveri
non servono gli psicologi.»
Una frase
brutale.
Ma anche
capace di aprire interrogativi scomodi.
José, ex
alcolista, da oltre trent’anni mette a disposizione alcune aule per aiutare chi
cerca di uscire da quella tremenda dipendenza.
È una
persona semplice.
Ha
imparato a leggere e a scrivere dopo i sessant’anni.
Ci
riempì di felicità il giorno in cui prese il giornale dalle mani di mia madre
e, orgoglioso di sé, ce lo lesse.
Mi
raccontò che offriva quegli spazi come forma di gratitudine verso chi lo aveva
aiutato a liberarsi dalla schiavitù della bottiglia.
Ed è
proprio da qui che voglio aprire una riflessione.
Quanto
sono venuti meno, nelle nostre società opulente, l’ascolto autentico e l’aiuto
concreto verso il prossimo?
A volte,
durante un viaggio in treno, capita di imbattersi in persone che sembrano avere
un immenso bisogno di raccontarsi.
E allora
sorge spontanea una domanda.
È
davvero diventato così difficile chiedere a qualcuno di cosa si occupi?
Da dove
venga? Se ami viaggiare?
Quali luoghi conosca? In fondo è proprio
questo che manca sempre di più.
La comunicazione. La volontà di ascoltare
l’altro.
Sui social la maggioranza recita un ruolo.
Si
costruisce un personaggio per apparire interessante o ottenere qualcosa.
È tutto
irreale. Distante. Superficiale.
I sentimenti, ciò che siamo davvero, vengono
camuffati.
E così
si sgretolano quei legami comunitari reali che nascevano in una conversazione
in piazza, al bar o con le sedie fuori dalle case.
Quanto
abbiamo sostituito la presenza reale con parole, slogan e buone intenzioni
spesso soltanto proclamate?
Nelle
nostre latitudini non si lotta più per la sopravvivenza.
Eppure,
nonostante questo, a volte sembra esserci un disagio persino maggiore rispetto
a luoghi dove la povertà è tangibile.
Dove
sanità, scuola, buon cibo e tutto il benessere materiale restano un miraggio.
Ciò che
appare evidente è un’altra cosa.
L’incapacità
di gestire il vivere.
Dolore. Fallimenti. Solitudine. Incertezza. Morte.
Tutto questo non trova più quella
solidarietà che un tempo nasceva nelle famiglie numerose e in comunità più
coese.
Al suo
posto crescono egoismo e individualismo.
Tratti
sempre più tipici delle nostre città.
Per
questo entrano in gioco psicologi e psicanalisti.
Figure
di cui sembra che nessuno riesca più a fare a meno.
Sembrano
lontani i tempi in cui i problemi si affrontavano parlando con familiari, amici
o vicini.
La lotta
per la sopravvivenza si è semplicemente spostata.
Oggi si
combatte per avere più like sui social.
Per
apparire con l’abito giusto. La borsa trendy. Gli occhiali del brand esclusivo.
Si compete frequentando locali rinomati e
seguendo personaggi famosi.
Oggi va
per la maggiore il tennis con Jannik Sinner.
Le
lezioni di yoga o pilates. Il wellness di lusso. Il collezionismo.
L’arredamento minimalista o il modernariato.
Non
mancano le serie TV di nicchia. I podcast di tendenza.
L’ultimo trend nato su TikTok. Purché tutto serva a mostrarsi
informati.
È così che molti finiscono per perdere la
propria identità.
Per
diventare “cool” si annullano i gusti reali.
Si
smette di capire cosa piaccia davvero.
E da lì
alla sensazione di vuoto il passo è breve.
Anche i
rapporti umani si svuotano di significato.
Si
coltivano amicizie e affetti di facciata.
Le
persone vengono cercate non per stima.
Ma per
il valore d’immagine che possono offrire.
Per lo
status che aiutano a costruire.
Alla
fine si conosce molta gente. Ma senza connessioni autentiche ci si sente
profondamente soli.
Il risultato è rabbia. Fragilità. Crollo
emotivo.
Le città diventano giungle. Si litiga per un
nonnulla.
Cresce l’aggressività tra vicini di casa. In
famiglia. Nei luoghi di lavoro.
Questo stress viene portato ovunque.
Perfino
in vacanza. Nelle occasioni che dovrebbero essere di svago.
Se qualcosa non corrisponde alle
aspettative, esplode la frustrazione.
Se ne
soffre nelle scuole. Negli uffici.
E spesso la si scarica su chi viene
considerato di categoria inferiore.
Una
commessa. Un cameriere. Un impiegato.
Alla fine viene spontaneo domandarsi se il
benessere, da solo, basti davvero a renderci più umani.
Forse
non servono guerre, fame o malattie.
Ma certamente serve ritrovare quel senso di
realtà, di comunità e di presenza che il benessere, da solo, non garantisce.
Riprendendo il discorso iniziato qui L'Urlo di Munch e l'indifferenza umana: perché non riusciamo a essere davvero umani.
- Rossana vanderBorg
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