martedì 16 giugno 2026

Manipolazione psicologica: come il manipolatore ti ruba la libertà senza che tu te ne accorga

Il Baro di Georges de La Tour
Il Baro di Georges de La Tour

Nel quadro Il Baro, il punto centrale è l’inganno emotivo.

La trappola non sono le carte, bensì l’illusione di essere accolto, desiderato e al centro dell’attenzione.

Il giovane ricco e ingenuo, che è la vittima, è la figura luminosa e aperta seduto a destra. È elegante, ben vestito, concentrato sulle carte.

Ha una postura rilassata e non sospetta che l’affetto e l’attenzione che sta ricevendo siano soltanto strumenti per distruggerlo.

È completamente isolato.

Gli altri tre personaggi formano una rete invisibile di sguardi e intese segrete da cui lui è totalmente escluso, pur credendo di trovarsi tra amici.

Nella vita reale è spesso ciò che accade.

La vittima è l’unica a non rendersi conto di quello che la circonda e di ciò che viene messo in atto per sottometterla.

La domanda che in molti si pongono davanti al manipolatore e alla sua vittima è: “Ma come fa a non vedere?”

La risposta è che la vittima non vede l’intero insieme, ma solo una parte della scena.

Può anche cogliere alcuni aspetti che non le aggradano, tuttavia tende a riconoscere soltanto i riquadri piacevoli.

Il manipolatore non è colui che si fa temere o che si presenta come ci si immagina il diavolo, con pelle scura o rossa, corna di caprone, zampe equine e lunga coda.

A volte appare con il volto di una fanciulla dolce, gentile e di buon carattere.

Magari abbandonata da un marito, da un amante oppure da un compagno che le è mancato di rispetto.

Se uomo, potrebbe essere divertente, loquace, oppure introverso e sofferente perché tradito.

Attraverso molti artifici riesce a farsi voler bene.

La paura genera resistenza.

Il bene, invece, abbassa le difese.

Da qui si fa strada un susseguirsi di azioni che porta tante persone ad allontanarsi dagli amici, a ignorare la propria famiglia, affidandosi completamente al manipolatore, fino a prendere decisioni contrarie ai propri interessi.

Verso gli sconosciuti proviamo diffidenza e reagiamo.

Ma se ci s’imbatte in un manipolatore che è riuscito a far abbassare le difese, si diventa estremamente vulnerabili.

Anche persone intelligenti, colte e perfettamente capaci di giudicare finiscono per essere oscurate.

Come fa il manipolatore?

È presto spiegato.

Offre ascolto, attenzione, sicurezza, risposte.

La vittima si sente compresa.

Amici e familiari vengono descritti come persone che non capiscono e che ostacolano la sua felicità.

Il manipolatore diventa l’unica fonte affidabile di verità.

Ogni decisione importante passa attraverso di lui.

Così la persona perde, piano piano, autonomia.

Si arriva perfino a richieste di denaro espresse con sottigliezza.

Nascono investimenti sbagliati, scelte che danneggiano il patrimonio e l’indipendenza.

Quando la vittima ha perso autonomia, serenità, amicizie e perfino denaro, spesso pensa che siano scelte interamente sue.

Passa a dubitare della propria memoria, delle proprie percezioni e persino della propria sanità mentale.

A quel punto si fa strada l’idea: “Forse sono io che sbaglio.”

Vivere sotto pressione, sentirsi giudicati, controllati e a volte colpevolizzati altera il benessere e causa ansia, tristezza e depressione.

Nei cambiamenti sani ci si sente liberi e sereni.

Nella manipolazione si diventa dipendenti, soli e più fragili.

Quel che è molto triste è che la vittima difende con tutte le energie il manipolatore, perché non si percepisce come vittima, anche se tutti se ne rendono conto e non possono far nulla, tanto è stata soggiogata.

La domanda che in tanti si pongono è come la vittima possa consegnare spontaneamente la propria libertà senza accorgersene.

Sigmund Freud, nei suoi studi sulle relazioni asimmetriche, spiegava che il meccanismo non dipende dall’intelligenza, ma da bisogni umani profondi, quali il desiderio di protezione e il bisogno di appartenere a qualcosa. A volte ad una famiglia che è mancata a causa di un divorzio, o separazione.

Carl Gustav Jung sosteneva che quando una persona attraversa una crisi esistenziale diventa particolarmente vulnerabile e, in quel momento, è pronta ad accettare un salvatore, una guida spirituale, un possessore della “vera verità”.

Non possiamo dimenticare Robert Jay Lifton che, studiando i prigionieri della guerra di Corea, formulò una teoria sulla riforma del pensiero.

In essa sottolinea le tecniche usate: il controllo dell’ambiente sociale, l’isolamento di coloro che fino a un istante prima facevano parte della tua vita, la creazione del senso di colpa, l’obbedienza che s’impara giorno dopo giorno e, infine, la convinzione di possedere una verità assoluta.

La manipolazione psicologica non consiste nel convincere una persona a fare qualcosa contro la sua volontà.

Consiste nel modificare, piano piano, la sua percezione della realtà fino a farle credere che quella scelta sia nata dalla sua stessa volontà.

Infatti le vittime non si rendono conto di aver perso la libertà.

Non si sentono costrette, ma libere.

Pensano: “Sto male perché sono fragile, sono ammalato, depresso.”

Non immaginano che ciò possa dipendere da una relazione che le ha svuotate.

Come nel quadro Il Baro, si crea un diversivo che la vittima non nota.

Il manipolatore spesso non controlla il malcapitato con minacce esplicite.

Semplicemente lo colpevolizza.

Non dirà mai: “Devi restare.”

Ma farà in modo che andarsene sembri moralmente inaccettabile.

Il senso di colpa è una delle catene psicologiche più efficaci, perché possiede una caratteristica unica.

Non ha bisogno di sbarre.

La cella se la costruiscono dentro sé stessi.

Ci sono donne che hanno scelto un matrimonio per convenienza economica e che, col tempo, imparano a usare i figli come leva emotiva.

Magari con un marito non funziona, ma con un altro sì.

Figli usati come assicurazione per mantenere status, case belle, ville al mare, denaro facile, cose che forse con il proprio lavoro o provenendo da famiglie non ricche non si sarebbero mai potute permettere.

Infatti crescono facendosi mantenere da uno, due o più mariti o compagni.

Mai che si accasino con poveri.

Bisogna fare attenzione, perché il manipolatore non sempre è un mostro evidente.

Spesso è una persona socialmente rispettabile, perfino fragile in apparenza.

E non sempre manipola con aggressività.

Può farlo anche attraverso il vittimismo.

Ed è questa una delle forme più difficili da riconoscere:

il manipolatore che ottiene potere facendosi percepire come vittima.

La buona notizia è che, per quanto profonda possa essere la manipolazione, la libertà non sparisce del tutto.

Resta sepolta.

Offuscata.

Indebolita.

Ma raramente muore.

Il primo passo per uscirne non è combattere il manipolatore.

È iniziare a guardare con onestà ciò che siamo diventati e domandarsi: da quando la mia serenità dipende così tanto da qualcun altro? Da quando vivo nel timore di deludere, contraddire o perdere qualcuno?

Uscirne è possibile, ma richiede un passaggio doloroso.

Bisogna mettere da parte l’orgoglio.

La paura di dover dare spiegazioni alla società.

Il timore del giudizio di familiari, amici, conoscenti e perfino di perfetti estranei.

Occorre comprendere che chi ci vuole davvero bene continuerà a volerci bene anche davanti a scelte che, agli occhi degli altri o persino ai nostri, possono sembrare drastiche, eccessive o incomprensibili.

Penso ai figli.

A quante volte si rimane intrappolati nell’illusione di proteggerli dalla sofferenza.

Eppure i figli, molto più spesso di quanto crediamo, soffrono di più nel vedere un genitore svuotato, piegato, privo di libertà.

Arriva un momento in cui bisogna trovare il coraggio di guardare l’intero quadro.

Nel momento in cui la vittima torna finalmente a vedere ciò che prima le sfuggiva, il Baro perde il suo vantaggio.

Le carte non cambiano.

Cambia lo sguardo.

Ed è spesso da lì che ricomincia la libertà.

Questo è il naturale proseguimento di quanto abbiamo già iniziato a trattare in Autoinganno e relazioni tossiche e Matrimonio civile un contratto capestro.

Rossana vanderBorg