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| Il matrimonio della Vergine di Raffaello |
Eppure, avvolta com’è da fiocchi, fiori e confetti, e posta a coronamento di un sentimento tanto decantato come l’amore. Mi ha sempre lasciata basita l’ipocrisia che si nasconde dietro il traguardo del fatidico giorno.
Ebbene sì, anche questa disgrazia nasce dalla Rivoluzione francese, con la finalità di togliere potere alla Chiesa.
Se inizialmente si intravedeva una — per quanto discutibile — giustizia nel voler tutelare la parte economicamente più debole, col tempo il matrimonio civile è diventato una vera e propria mercanzia.
A buon prezzo o a caro prezzo: dipende solo da chi, alla fine, deve pagare per ciò che amore non era.
Negli stati europei e americani il matrimonio civile fu introdotto con la Costituzione francese del 14 settembre 1791.
Fino ad allora era rimasto saldamente nelle mani ecclesiali, fin dai tempi dell’Impero romano d’Occidente.
La laicizzazione del matrimonio, in sé, poteva anche avere un senso: separare la sfera civile da quella religiosa, adeguandosi ai tempi “moderni”.
Ma il passaggio dai sentimenti al mercato delle vacche — o dei buoi, anche se in genere sono più le vacche — ha snaturato tutto.
Avete presente quando Cicerone diceva:
“L’amore è un tentativo di costruire un’amicizia ispirata dalla bellezza”?
O quando Lao Tzu affermava:
“La gentilezza nelle parole crea fiducia, la gentilezza nel pensare crea profondità, la gentilezza nel dare crea amore”?
Madame de Staël scriveva:
“L’amore è l’emblema dell’eternità: confonde tutte le nozioni di tempo, cancella la memoria di un inizio e le paure di una fine”.
E Hermann Hesse:
“L’amore è qualsiasi movimento della nostra anima in cui l’anima sente sé stessa e percepisce la propria vita”.
E non può mancare William Shakespeare:
“Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste fino al giorno estremo del giudizio. Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato”.
Potrei continuare all’infinito.
Perché molti hanno descritto cosa dovrebbe essere l’amore:
non un contratto per costituire una società,
ma l’unione di due persone che vogliono diventare una famiglia;
non l’acquisto di una mercanzia,
ma l’incontro di due anime libere.
Molte finte femministe strillano come ossesse, immaginando solo donne abbandonate con figli da mantenere — novelle Mimì, quella della manina fredda nella Bohème di Puccini.
Ebbene no, care signore.
Oggi le donne lavorano, sono padrone del proprio destino.
E i figli, per legge, sono tutelati economicamente, dentro o fuori dal matrimonio.
Se una coppia decide che lavori uno solo, allora sì: una tutela è necessaria.
Ma sono ormai casi sempre più rari.
Ciò che non è accettabile è l’occhio ingordo di chi, con l’anello al dito, inizia a mappare i beni del consorte, nell’attesa che, male che vada, qualcosa si porti a casa.
Care signore, non c’è nulla di più bello della propria indipendenza.
Nessuno è tenuto a mantenerci.
E a chi dice:
“Non mi sposi perché non ti fidi di me”,
si può rispondere serenamente:
“Vale anche il contrario. Se fossi sicura del mio amore, non avresti bisogno di una garanzia contrattuale”.
È infinitamente triste vedere un sentimento così nobile finire al mercato.
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