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| La morte di Giulio Cesare di Vincenzo Camuccini |
La vita sembra una contraddizione: tra la luce di una nascita e l'oscurità della morte, nell'intermezzo si fatica spesso a trovarne il significato.
Vale lo stesso per le opere degli uomini?
Prendiamo due pilastri della letteratura: I Miserabili di Victor Hugo e Pinocchio di Carlo Collodi.
Il primo è considerato da molti un "mattone", un romanzo che pochi affrontano con entusiasmo. Il secondo sembra una semplice favola per bambini, la storia di un burattino bugiardo e delle sue disavventure.
Ma è davvero così?
Nelle pagine di entrambe le opere si celano, più o meno velati, i messaggi dei loro autori. Basta andare oltre la superficie per scoprire che né I Miserabili è soltanto un grande romanzo, né Pinocchio una semplice favola: entrambi raccontano il mistero della coscienza umana.
Jean Valjean è un uomo indurito da diciannove anni di carcere. Respinto da tutti, trova ospitalità soltanto nella casa del vescovo Myriel, che gli offre un letto e la cena. Durante la notte, però, gli ruba l'argenteria e fugge. Quando viene arrestato e ricondotto dal vescovo, quest'ultimo sorprende tutti: invece di accusarlo, afferma che quell'argenteria era un regalo. In quel momento accade qualcosa di straordinario. Un solo gesto di misericordia risveglia una coscienza che sembrava morta e cambia per sempre il corso della vita di Jean Valjean.
Dall'altra parte c'è Pinocchio. Un burattino che riceve da Geppetto un amore incondizionato. Un padre disposto a rinunciare a tutto pur di offrirgli un futuro: vende perfino la propria giacca per comprargli l'abbecedario, lo cerca quando scompare, affronta il mare e finisce nel ventre del pesce-cane pur di ritrovarlo. Eppure Pinocchio, almeno all'inizio, non comprende il valore di quel sacrificio. Corre dietro ai suoi desideri, rincorre facili illusioni e si allontana proprio da chi lo ama di più.
Non è un caso che, quando il Grillo Parlante prova a richiamarlo al buon senso e alle proprie responsabilità, Pinocchio reagisca nel modo più violento possibile: gli scaglia contro un martello e lo uccide.
Due protagonisti ricevono un dono.
Uno ne viene trasformato.
L'altro impiega un'intera vita per comprenderne il valore.
Perché il bene produce effetti tanto diversi? Perché alcune persone custodiscono un gesto d'amore per sempre, mentre altre finiscono per considerarlo normale, quasi un diritto?
Forse la risposta si nasconde proprio nella coscienza.
Il Grillo Parlante non rappresenta soltanto la morale di una favola, ma quella voce interiore che tutti possediamo: la coscienza. È la parte di noi che ci ricorda il bene ricevuto, il male compiuto, i sacrifici di chi ci ama e il dovere di non considerarli mai scontati.
Ma possiamo davvero uccidere la nostra coscienza?
Collodi sembra rispondere di no. Il Grillo Parlante ritorna. Perché la coscienza può essere ignorata, derisa, soffocata, ma difficilmente cancellata. È paziente. Non urla. Sussurra. Ed è proprio per questo che molti credono di essersene liberati. Poi, quando meno se l'aspettano, riemerge sotto forma di inquietudine, di rimorso, di domande rimaste troppo a lungo senza risposta.
Ed è allora che comprendiamo quanto il tempo sia prezioso. Finché ne abbiamo la possibilità, possiamo ancora riparare a un dolore che abbiamo inflitto, chiedere perdono, riconoscere un sacrificio rimasto troppo a lungo nell'ombra, regalare un sorriso a un volto che ha versato lacrime per noi. La coscienza non ci parla per condannarci, ma per offrirci l'occasione di diventare persone migliori, prima che sia troppo tardi.
Per questo la coscienza non è un nemico da mettere a tacere, ma una guida da ascoltare finché siamo in tempo. Chiedere perdono, esprimere gratitudine o tentare di rimediare a un torto non cambia soltanto la vita di chi ci sta davanti: restituisce pace anche alla nostra.
È una domanda che attraversa da secoli la filosofia, la psicologia e la letteratura.
Sul rapporto tra psicologia e natura umana ho scritto anche nell'articolo Ai poveri non servono gli psicologi.
Seneca vedeva nella gratitudine una delle più alte virtù dell'uomo e nell'ingratitudine una forma di cecità morale. Aristotele la considerava una qualità del carattere, propria di chi possiede autentiche virtù. Schopenhauer osservava come l'essere umano si abitui rapidamente al bene ricevuto fino a considerarlo normale. Nietzsche intuiva che, a volte, si arriva perfino a respingere chi ci ha aiutato, perché quel bene ricorda una nostra debolezza. Melanie Klein individuava nell'invidia uno dei principali ostacoli alla gratitudine, mentre Kohut e Kernberg descrivevano come il narcisismo possa portare a vivere ogni gesto d'amore come qualcosa di dovuto. Robert Emmons, attraverso gli studi contemporanei sulla gratitudine, mostra invece come riconoscere il bene ricevuto renda le persone più serene e persino più felici.
Forse nessuno di loro possiede una risposta definitiva. Ma tutti sembrano suggerire la stessa direzione.
Chi ricava di più dalla vita? Chi attraversa gli anni riconoscendo il bene ricevuto, oppure chi lo dimentica?
La gratitudine non restituisce il tempo perduto, non cancella gli errori e non risolve ogni problema. Ma permette di guardare la propria storia senza il peso dei rimpianti, sapendo di aver riconosciuto il valore delle persone che l'hanno attraversata.
L'ingratitudine, invece, può dare l'illusione della libertà: quella di non sentirsi debitori di nessuno, di credere che tutto fosse dovuto, di convincersi di essersi costruiti da soli. Ma è una libertà apparente, perché finisce per impoverire proprio chi la coltiva.
Victor Hugo e Carlo Collodi, con due storie tanto diverse, ci ricordano la stessa verità: il bene ricevuto può cambiare una vita. Ma soltanto se troviamo il coraggio di riconoscerlo.
Chiudere il proprio animo, almeno all'inizio, può perfino sembrare gratificante. È una forma di apparente libertà: l'illusione di non dovere nulla a nessuno, di essersi costruiti da soli, di essere completamente indipendenti.
Ma è davvero così?
Affidiamo la nostra salute a un medico, la nostra conoscenza agli insegnanti, la nostra crescita ai genitori, il nostro lavoro alla collaborazione di altre persone. Dal primo respiro all'ultimo, la nostra esistenza è intrecciata a quella di qualcuno che, in un modo o nell'altro, ci tende una mano.
Riconoscerlo non ci rende più deboli. Ci rende semplicemente più consapevoli della nostra condizione umana.
La gratitudine non è un debito da saldare, ma una forma di intelligenza. È la capacità di vedere ciò che spesso diventa invisibile: il tempo che qualcuno ci ha dedicato, le rinunce che ha affrontato, le lacrime che ha versato, l'amore che ci ha donato.
Se sia la gratitudine o l'ingratitudine a rendere davvero più ricca la vita di un essere umano, lascio a ciascuno il compito di trovare la propria risposta.
- Rossana vanderBorg
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