lunedì 20 luglio 2026

Quando pensare con la propria testa diventa un difetto

Antrum Platonicum di Jan Saenredam

Riflettevo sulla cultura. Un vocabolo altisonante, di cui è difficile fare a meno. 

Dire a qualcuno che non ha cultura, a volte, può risultare persino più offensivo che rivolgergli una parolaccia.

Vale quindi la pena chiedersi che cosa sia davvero la cultura, se serva realmente e perché.

Molte persone sono convinte che la cultura consista nell’aver frequentato scuole e università, nell’aver letto libri, nell’essere informati. 

In realtà, il vocabolo deriva dal latino colere, che significa “coltivare”. E proprio come accade con un seme, raccolto da una pianta e destinato a svilupparsi fino a dare, a sua volta, fiori e frutti, anche la cultura ha bisogno di un processo di crescita che non dipende dai luoghi, ma da solide fondamenta.

Il seme è rappresentato dalla famiglia, dai buoni maestri e dalla curiosità personale: una base imprescindibile alla quale deve aggiungersi la capacità e la voglia di riflettere. È così che si sviluppano il pensiero, il dubbio e il senso critico.

Non possiamo, quindi, immaginare la cultura come una semplice scatola nella quale accumulare nozioni, magari apprese da insegnanti che hanno spiegato concetti senza preoccuparsi di suscitare curiosità e, talvolta, facendo finta di non vedere che l'obiettivo finale sia soltanto ottenere un pezzo di carta.

La scuola, purtroppo, si è omologata a un falso ugualitarismo e, anziché insegnare il valore del dubbio e la libertà di pensiero, ci si limita a trasmettere nozioni da memorizzare. Imparare non significa ripetere, ma comprendere. D'altra parte, molti cattivi maestri sembrano pappagalli, come se insegnare fosse leggere un libro di testo. Chissà, forse è questo il problema di molti di loro.

Questo per dire che lo studio, senza essere elaborato, al più diventa un insieme di informazioni. È un po’ come l’acqua sull’olio: scorre, ma non penetra. 

E questo spiega il fatto che ci siano persone con un alto livello d’istruzione che non hanno mai imparato a ragionare e altre che, pur non avendo avuto le stesse opportunità, possiedono una straordinaria capacità di osservare, comprendere e formulare giudizi obiettivi e autonomi. 

Nei Saggi, il filosofo Michel de Montaigne afferma: «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», sostenendo che la conoscenza deve diventare capacità di ragionare.

Peraltro dobbiamo fare i conti anche con la televisione, i social, la propaganda e un sistema che tende a trasformare i cittadini in consumatori. Un sistema che induce le persone a scegliere un abito, un’automobile o un determinato stile di vita.

 E questo sarebbe persino il male minore, se non arrivasse a orientare anche le scelte culturali, spingendo verso una certa moda letteraria, teatrale o artistica, fino a influenzare profondamente la società attraverso una falsa idea di uguaglianza che finisce per imporre a tutti l’obbligo di pensare allo stesso modo.

È proprio qui che la cultura rivela la sua funzione più importante: non accumulare informazioni, ma insegnare a distinguere ciò che è reale da ciò che qualcuno vuole farlo credere.

Per Socrate il sapere non nasce dalle risposte, ma dal porsi le domande. Ma, più di altri, risponde alla domanda su che cosa serva la cultura il suo allievo Platone, nel celebre Mito della caverna

Quasi cinquecento anni prima della nascita di Gesù, Platone ci offre una riflessione di straordinaria attualità, spiegando con grande semplicità a che cosa serva la cultura. 

Eppure, dopo oltre due millenni, continuiamo spesso a dimenticare il suo insegnamento: la cultura è il cammino che conduce l'uomo fuori dalle catene dell'ignoranza. 

Dopotutto, ignoranza non significa stupidità: significa ignorare, non conoscere. Ed è proprio la conoscenza che rende possibile la libertà.

Ripercorriamo il racconto. Alcuni schiavi, incatenati sul fondo di una caverna buia, scambiano per l'unica realtà esistente le ombre proiettate sulla parete di fronte da un fuoco acceso alle loro spalle. Un giorno uno di loro viene liberato e affronta il doloroso cammino verso l'esterno. I suoi occhi, abituati per tutta la vita all'oscurità della caverna, sono inizialmente accecati dalla luce, ma poco alla volta riescono a vedere il mondo reale illuminato dal Sole.

Quando decide di tornare nella grotta per liberare i compagni, questi lo prendono in giro e minacciano di ucciderlo se proverà a liberarli.

In fondo è a questo che serve la cultura: a essere liberi. Se poi, come il nostro filosofo prefigurava, attraverso il sapere si riuscisse a guidare l'anima verso il giusto, si arriverebbe pure a costruire una società più armonica.

Questo articolo prosegue una riflessione iniziata tempo fa in La cultura si respira a casa.


- Rossana vanderBorg