mercoledì 16 settembre 2026

L’ingiustizia: la riconosciamo davvero?

L'allegoria della giustizia che punisce l'ingiustizia di Jean Marc Nattier
Allegoria della giustizia che punisce l'ingiustizia
di Jean-Marc Nattier
Ingiustizia è un vocabolo complicato. Da una parte il bene, dall’altra il suo contrario. Cresciamo con i miti e impariamo presto a schierarci: con Ettore, il principe coraggioso, con Andromaca, con il re Priamo, saggio e rispettoso persino con i nemici, con Patroclo e il suo immenso senso dell’amicizia verso Achille.

Dall’altra parte troviamo la furbizia di Ulisse: il cavallo di Troia permette ad Agamennone di entrare nella città e compiere la strage. È lo stesso Agamennone che offende Achille sottraendogli Briseide e che non mantiene la promessa fatta al padre di Criseide. E poi c’è la Moira, il destino inevitabile dei Greci, che conduce Agamennone alla morte al ritorno dalla guerra, per mano della moglie e del suo amante.

Anche nel mondo fantastico che abbiamo costruito molti secoli dopo, la distinzione sembra altrettanto netta: Lord Voldemort è il male che deve essere fermato da Harry Potter; nel Signore degli Anelli, Sauron è il signore oscuro che vuole dominare la Terra di Mezzo e che, alla fine, viene definitivamente sconfitto.

I cattivi fanno davvero sempre una brutta fine?

Cos’è, davvero, l’ingiustizia? È qualcosa che possiamo circoscrivere oppure ognuno ne percepisce una in relazione a se stesso?

La difficoltà sta proprio qui: ci accorgiamo dell’ingiustizia soprattutto quando ci riguarda, quando siamo noi a subirla. Quando invece siamo noi a provocarla, sappiamo trovare mille ragioni per considerare giusto ciò che abbiamo fatto.

Platone si pone una domanda ancora attuale: chi stabilisce ciò che è giusto? Se a decidere è chi ha più potere, ciò che viene chiamato giustizia potrebbe semplicemente essere ciò che conviene al più forte.

Rousseau sposta lo sguardo. L’ingiustizia non nasce soltanto dall’individuo: anche la società, con le sue regole, le sue disuguaglianze e i suoi rapporti di potere, può produrla.

Nietzsche porta il dubbio ancora più in profondità. Se ciò che una società considera giusto o ingiusto cambia nel tempo, dobbiamo chiederci da dove nascano questi valori e chi abbia stabilito che una cosa sia buona e un’altra cattiva.

Non abbiamo dentro di noi qualcosa che ci permette di riconoscere l’ingiustizia, qualcosa che spesso finiamo per seppellire sotto l’egoismo, l’interesse e le convenzioni?

Anche se l’ingiustizia sembra regnare sovrana e nessuno è immune dal commetterla, resta la possibilità di riconoscerla e di interrogarsi su ciò che la genera.

Fermarsi a riflettere sulle azioni compiute costituisce un limite all’ingiustizia.

Eppure ci sono comportamenti che difficilmente possiamo confondere con la giustizia: la furbizia usata per ingannare, la prepotenza di chi impone la propria forza, l’arroganza di chi non riconosce l’altro, la mistificazione di chi altera la realtà per giustificare le proprie azioni. In tutte queste forme, l’ingiustizia trova terreno fertile.

La giustizia non consiste soltanto nel conoscere una regola e applicarla, ma nella capacità di interrogarsi. È quel momento in cui si riesce a mettere da parte il proprio punto di vista e a comprendere il peso che un’azione può avere sulla vita di un altro.

Una delle forme più dolorose di ingiustizia è ferire chi ci vuole bene per quello che siamo, senza chiedere nulla. È un’ingiustizia particolare, perché colpisce proprio chi ci accoglie senza condizioni, anche quando conosce i nostri difetti e i nostri errori. Significa ferire un sentimento sincero, che non pretende di cambiarci e spera soltanto nel nostro affetto e nel nostro rispetto.

Non abbiamo bisogno di una certezza assoluta su ciò che è giusto per riconoscere, almeno qualche volta, ciò che è ingiusto.

- Rossana vanderBorg