lunedì 14 settembre 2026

Quando i genitori ci proteggono troppo


Le tre età dell'uomo di Caspar david Friedrich
Le tre età dell'uomo di Caspar David Friedrich
C'è qualcosa che viene prima ancora della capacità di diventare adulti: la capacità di comprendere che cosa significhi essere umani.

La parola umanità porta con sé, nella sua storia linguistica, l'idea della natura terrena e, simbolicamente, fragile dell'essere umano. Humanitas richiama homo, l'essere umano, e nella tradizione è stata accostata anche a humus, la terra.

È un'immagine potente.

Ricorda qualcosa che si tende continuamente a dimenticare: l'essere umano è fragile.

Non importa quanto sia intelligente, autonomo, ricco, forte o capace.

Prima o poi ha bisogno di qualcuno.

Nasce avendo bisogno di essere protetto. Cresce cercando di diventare indipendente. Poi, con il passare degli anni, scopre che l'indipendenza assoluta non esiste.

La fragilità non è un incidente della vita. È parte della condizione umana.

Eppure accettarla è difficile.

Anche perché la vita comincia spesso guardando qualcuno che sembra invulnerabile.

Il padre. La madre.

Per un bambino il genitore è quello che sa cosa fare. Quello che protegge. Quello che risolve. Quello che c'è quando arriva la paura.

E molti genitori fanno ancora di più.

Soprattutto quelli che hanno conosciuto la sofferenza.

Un padre che ha vissuto un lutto può cercare di evitare al figlio il peso di quel dolore. Una madre che ha conosciuto la malattia può nascondere la propria paura per non trasmetterla ai bambini. Genitori che hanno conosciuto difficoltà economiche, solitudine, sacrifici o situazioni familiari dolorose possono decidere di tenere tutto lontano dai figli.

Non vogliono che i loro bambini conoscano la vita come l'hanno conosciuta loro.

E così li proteggono.

Tentano in tutti i modi di nascondere il più possibile le preoccupazioni.

Continuano a sorridere anche quando avrebbero voglia di piangere.

Fanno in modo che l'infanzia dei loro figli sia serena, allegra. 

E spesso ci riescono.

Il bambino cresce sereno. Gioca, studia, vive.

Non sa che quella serenità ha avuto un prezzo.

Non sa quante volte un genitore ha avuto paura senza mostrarglielo.

Non sa quante volte ha rinunciato a qualcosa.

Non sa quali problemi siano stati affrontati lontano dai suoi occhi.

Ed è proprio questo il paradosso della protezione: quando funziona, diventa invisibile.

Il figlio vede ciò che ha ricevuto, ma non necessariamente ciò che è costato offrirglielo.

E così può crescere senza aver mai conosciuto davvero i propri genitori.

Conosce il padre. Conosce la madre.

Ma non sempre conosce l'uomo e la donna che esistono dietro quei ruoli.

È un problema che la filosofia ha affrontato anche attraverso il tema della vulnerabilità dei genitori. Mianna Lotz ha sottolineato come la vulnerabilità dei genitori sia stata molto meno considerata rispetto a quella dei bambini: si tende a pensare al genitore come colui che protegge, non come una persona che può essere fragile e avere bisogno di protezione.

Questa difficoltà a vedere il genitore come persona non scompare necessariamente con l'età adulta.

Può accompagnare un individuo per tutta la vita.

Il padre continua a essere considerato colui che deve essere forte.

La madre quella che deve esserci.

Entrambi quelli che dovrebbero sapere cosa fare.

Entrambi quelli che dovrebbero continuare a offrire ciò che hanno offerto durante l'infanzia.

È qui che può nascere una particolare forma di ingenerosità.

Non l'ingratitudine esplicita di chi sostiene di non aver ricevuto abbastanza.

È qualcosa di più sottile.

È continuare a guardare i genitori soltanto attraverso ciò che sono stati per i figli, senza riuscire a vedere ciò che sono stati per se stessi.

Non ci si chiede che cosa abbiano vissuto.

Si guarda ciò che hanno dato e ciò che non hanno dato.

Si ricordano le mancanze.

Molto più difficilmente si vedono le rinunce.

Lo stesso meccanismo può manifestarsi nel rapporto con la vita.

Chi è stato molto protetto può arrivare all'età adulta senza aver sviluppato una vera familiarità con la difficoltà.

Non perché sia necessariamente egoista o cattivo, ma perché molte difficoltà gli sono state risparmiate.

Quando la vita presenta qualcosa che non può essere evitato, può allora reagire come se quella difficoltà fosse un'ingiustizia personale.

Perché proprio a me?

Perché deve succedere?

Perché non può esserci una vita tranquilla?

Essere stati protetti può essere confuso con il diritto a esserlo per sempre.

A volte, anche chi ha avuto un'infanzia serena dice: «Io non ho chiesto di venire al mondo», come se crescere protetti, senza conoscere alcune delle difficoltà della vita, fosse semplicemente un obbligo dei genitori, senza considerare che quella fortuna è spesso il risultato di sacrifici che molti altri bambini non hanno avuto.

Ma la vita non ha mai fatto una promessa simile.

La serenità ricevuta durante l'infanzia era un dono, non un contratto con il futuro.

Essere stati protetti non significa che la vita abbia tradito quando ha smesso di farlo.

Significa che qualcuno, per una parte dell'esistenza, ha fatto in modo che determinate difficoltà rimanessero lontane.

Questa consapevolezza può rendere più generosi verso la vita e verso chi quella protezione ha offerto.

Essere umani significa anche riuscire a riconoscere la fragilità dell'altro.

Non soltanto quando l'altro è un bambino.

Non soltanto quando è qualcuno considerato più debole.

Anche quando si tratta di una persona che per tutta la vita è stata vista come forte.

È qui che il figlio dovrebbe compiere un passaggio.

Dovrebbe smettere di vedere soltanto il genitore e cominciare a vedere la persona.

La madre non è soltanto una madre.

È una donna che ha avuto una vita prima dei figli.

Il padre non è soltanto un padre.

È un uomo che ha avuto paura, desideri, fallimenti, dolori e rinunce.

Molte di quelle cose possono non essere mai state viste proprio perché quei genitori hanno scelto di proteggere i figli.

Riconoscerlo cambia lo sguardo.

Rende possibile una maggiore generosità.

È facile giudicare una persona quando la si vede soltanto attraverso il ruolo che occupa nella propria vita.

È molto più difficile riconoscere che, prima di essere madre o padre, quella persona è un essere umano.

Fragile.

Fallibile.

Capace di sbagliare.

E un errore non dovrebbe cancellare l'umanità di chi lo ha commesso né trasformarsi automaticamente in una condanna.

La maturità non consiste soltanto nel momento in cui si smette di avere bisogno dei propri genitori.

Consiste anche nel momento in cui si smette di pretendere che siano invulnerabili, infallibili, sempre capaci di sapere cosa sia giusto e di fare sempre la scelta migliore.

Un genitore può sbagliare. Può prendere una decisione sbagliata.

Può dire una parola che ferisce. Può non essere all'altezza delle aspettative.

Può persino fallire in qualcosa di importante.

Questo non significa che ogni comportamento debba essere giustificato.

Significa riconoscere che un essere umano può sbagliare senza per questo diventare una persona da condannare nella sua interezza.

Anche i genitori hanno il diritto di essere "esseri umani".

Arriva un momento in cui la protezione può cambiare direzione.

Quando un genitore invecchia, si ammala, si trova in difficoltà o semplicemente attraversa un momento in cui non riesce più a essere quello che è sempre stato, il figlio dovrebbe essere capace di accorgersene.

Non dovrebbe essere necessario che chieda.

La capacità di vedere dovrebbe arrivare prima della richiesta.

Per anni il figlio ha ricevuto senza dover domandare.

Qualcuno si accorgeva che aveva fame.

Qualcuno si accorgeva che aveva paura.

Qualcuno si accorgeva che aveva bisogno di aiuto.

Qualcuno faceva del suo meglio per farlo divertire, giocare, studiare e crescere serenamente.

Diventare adulti significa anche imparare a riconoscere i bisogni delle persone che ci hanno cresciuto.

Non per restituire un debito.

L'amore non dovrebbe essere una contabilità.

Ma perché finalmente diventa visibile ciò che prima non lo era: dall'altra parte non c'era una figura invulnerabile.

C'era una persona.

Una persona che proteggeva proprio perché conosceva il dolore.

La forma più profonda di ingenerosità consiste nel pretendere che quella persona continui a proteggere senza riconoscere che, a un certo punto, può essere lei ad avere bisogno di protezione.

Da bambini si chiede protezione.

Da adulti dovrebbe diventare possibile riconoscere chi ci ha protetto.

E quando arriva il momento, esserci.

Perché crescere significa anche arrivare a capire questo.

Riconoscere che nessuno è soltanto il ruolo che occupa nella vita degli altri.

Dietro ogni madre c'è una donna.

Dietro ogni padre c'è un uomo.

Dietro ogni persona forte c'è un essere umano che può avere bisogno di essere sostenuto.

La protezione ricevuta non era una promessa di una vita senza dolore.

Era un regalo.

Il sacrificio di chi protegge possiede una caratteristica particolare: quando riesce, diventa invisibile.

Sta alla maturità di chi quel sacrificio ha ricevuto imparare, prima o poi, a vederlo.

- Rossana vanderBorg