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| Duchesse di Henriëtte Ronner-Knip |
Rammarico perché, per l’ennesima volta, si è testimoni di come una gatta morta riesca a farsi strada nella vita di una persona.
Come spesso accade, finirà con uno che piangerà e avrà la sua vita sconvolta, mentre la gatta di turno avrà conquistato il suo trofeo.
La leva è spesso la vanità maschile, il loro tallone d’Achille.
Anche i più accorti, i più smaliziati, davanti alla gatta hanno poche chance di cavarsela.
Volete sapere come operano? Presto spiegato.
Molte non hanno bisogno neanche di avvenenza. Anzi, a pensarci bene, il più delle volte sono proprio quelle che meno ne hanno a riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato.
Perché sì, lor signori di sesso maschile, cadete nella trappola come i topolini con il formaggio.
La gatta arriva piano piano. Studia la situazione, osserva, aspetta.
La sua forza non è necessariamente la bellezza. È la capacità di individuare il punto debole dell’uomo che ha davanti.
E la leva, spesso, è proprio la vanità maschile.
La gatta morta sa esattamente dove colpire.
All’uomo intelligente farà sentire quanto è intelligente.
A quello colto farà capire quanto è colto.
A quello ambizioso farà credere che sia destinato a qualcosa di straordinario.
A quello generoso farà venire voglia di proteggerla.
A quello che desidera una famiglia farà vedere una donna che sembra fatta per essere moglie e madre.
E lui cade nella trappola. Non perché sia stupido.
Ma perché gli piace ciò che vede.
Gli piace l’immagine di se stesso che lei, manipolandolo, gli restituisce.
E così il cacciatore diventa preda senza nemmeno accorgersene.
Si chiamano gatte morte per la finta passività con la quale riescono a ottenere ciò che vogliono.
L’immagine probabilmente è ripresa dalla tradizione delle favole di Esopo, quando il gatto si finge morto per ingannare le proprie prede.
Le gatte morte appaiono tranquille, innocue, inconsapevoli o inattive, mentre in realtà osservano la situazione, aspettando il momento opportuno per agire a proprio vantaggio.
Tutt’altro che stupide, seguono le novità sui social, le influencer, i giornalisti e le giornaliste, gli scrittori e le scrittrici più noti, raccogliendo idee e opinioni da riproporre poi, come pappagalli, nelle conversazioni. Tutto serve a una cosa: poter sciorinare qualche novità, mostrarsi interessanti e far sapere quanto si è aggiornate.
Fa in modo che sia l’uomo a offrire.
Non ha bisogno di dichiarare ciò che vuole.
Fa in modo che lui creda di averlo desiderato per primo.
È qui che sta il loro talento. E anche il loro inganno.
E qui si entra nel terreno del sentimento.
Che cosa rimane del sentimento quando l’altro non viene scelto per ciò che è, ma per ciò che possiede?
Che cosa c’è di amore in una relazione costruita sulla convenienza? Forse è necessario ripassare Amore o attrazione?
Erich Fromm ha scritto che amare non significa semplicemente desiderare o avere bisogno dell’altro, ma implica cura, responsabilità, rispetto e conoscenza.
La gatta morta fa l’opposto.
Non vuole conoscere l’altro.
Vuole capire come utilizzarlo.
E questa è una differenza enorme.
Anche Platone, nel Simposio, lega l’amore al desiderio di ciò che sentiamo di non avere.
Ma proprio il desiderio può renderci ciechi.
Quando desideriamo troppo qualcosa, finiamo per vedere quello che vogliamo vedere.
E l’uomo innamorato della gatta morta spesso non vede lei.
Vede ciò che lei gli fa credere di essere.
Il professionista di successo. L’uomo indispensabile.
Il padre di famiglia. Il protettore.
L’uomo ricco finalmente desiderato per quello che è.
E proprio mentre pensa di essere stato scelto per se stesso, potrebbe essere stato scelto per ciò che rappresenta.
Ed è qui che il discorso si collega a quello sul femminismo. Ne abbiamo già scritto in Femminismo: merito e differenze tra uomini e donne.
Se davvero vogliamo una donna libera, dobbiamo anche avere il coraggio di combattere le gatte morte.
Perché una donna libera non ha bisogno di fingersi debole.
Non ha bisogno di fingere di non sapere.
Non ha bisogno di utilizzare la seduzione come un’arma nascosta.
Non ha bisogno di manipolare un uomo per ottenere sicurezza, denaro, posizione o potere.
La libertà significa anche assumersi la responsabilità di ciò che si vuole.
Non fingere di non volere nulla e aspettare che sia l’altro a consegnartelo.
La gatta morta rappresenta esattamente il contrario.
È la passività trasformata in arma.
La debolezza trasformata in potere.
L’innocenza trasformata in strategia.
Ed è proprio per questo che le gatte morte vanno combattute.
Non perché siano donne.
Ma perché il loro comportamento è l’esatto contrario della libertà che il femminismo dovrebbe rivendicare.
E qui arriviamo a un tema fondamentale.
La maternità.
Il ruolo della madre è molto importante. Per questo è grave quando una madre utilizza i figli come strumento per legare un uomo.
Perché i figli guardano. Imparano. Registrano.
Una madre non educa soltanto attraverso quello che dice.
Educa soprattutto attraverso quello che fa.
E quale cattivo esempio può dare una madre che insegna ai propri figli che l’altro può essere utilizzato per ottenere qualcosa?
Che il matrimonio può essere un affare?
Che un figlio può diventare un lucchetto?
Che la fragilità può essere utilizzata per ottenere potere?
Che l’amore può essere una forma di convenienza?
Perché i figli percepiscono. A volte vedono, altre volte preferiscono far finta di non vedere la catastrofe della relazione che unisce i loro genitori. Ma anche quando fanno finta di non vedere, ne pagano le conseguenze.
La maternità comporta responsabilità.
E una madre che utilizza i propri figli come strumento non sta soltanto facendo del male al padre.
Sta insegnando ai propri figli una pessima lezione sull’amore e sulla vita.
Il problema è proprio questo.
Si trasforma l’amore in una conquista.
Invece di chiedersi se si ama una persona, ci si chiede se si è riusciti a conquistarla.
E invece di domandarsi se si è amati, ci si accontenta di essere desiderati.
Ma essere desiderati non significa essere amati.
Essere necessari non significa essere amati.
Essere utili non significa essere amati.
E soprattutto essere scelti non significa necessariamente essere amati.
Per questo, caro ragazzo, quando una persona entra nella tua vita, non chiederti soltanto:
“Mi ama?”
Chiediti anche: “Perché mi ha scelto?”
E : “Chi sono io quando sto con lei?”
Perché una relazione dovrebbe aggiungere vita alla vita.
Non consumarla.
Dovrebbe renderti più te stesso. Non trasformarti nell’ombra di quello che eri.
E quando una persona ti fa sentire sempre più stanco, più solo, più dipendente, più lontano da te stesso, forse non sei davanti all’amore.
Sei davanti a una gatta morta.
E allora ricordati del topo.
Il topo crede sempre di essere più furbo della gatta.
Fino a quando non si accorge che il formaggio era soltanto l’esca.
E dall’altra parte?
Ma se esistono le gatte morte, esistono anche donne che finiscono dalla parte opposta: vittime di uomini gelosi, possessivi, narcisi e pericolosi.
Anche in questo caso, spesso, tutto comincia molto prima della violenza.
Una donna può accettare una relazione per vanità, per insicurezza, per il bisogno di avere accanto qualcuno, per paura della solitudine o semplicemente perché vuole sentirsi finalmente scelta.
E può non accorgersi che dietro quell’uomo apparentemente forte, innamorato e protettivo si nasconde qualcuno che vuole possederla.
Poi arrivano la gelosia, il controllo, le umiliazioni, l’isolamento.
E qualche volta arriva anche la violenza.
Qui però mi fermo.
Non ho molto da dire sugli energumeni che alzano una mano su una donna.
Un essere umano può avere tutti i difetti del mondo, ma chi usa la forza fisica contro una persona più debole è solo un bipede.
Non mi interessa analizzarli, comprenderli o trovare loro attenuanti.
Mi interessa molto di più parlare delle donne che finiscono nelle loro mani.
Per questo, alle donne che si riconoscono in queste dinamiche, suggerisco di leggere Amore o Attrazione? e quanto si trova tra le pagine di Amore.
Perché conoscere la differenza tra amore, attrazione, bisogno, dipendenza e possesso può essere molto più importante di quanto si creda.
L’amore vero non imprigiona.
Non umilia.
Non controlla.
Non fa paura.
E soprattutto non alza la mano.
- Rossana vanderBorg
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