Abbiamo pochissimi momenti nei quali siamo veramente soli con noi stessi..jpg)
Strada principale e strade secondarie
di Paul Klee
La vita ci porta continuamente fuori da noi: persone, impegni, rumori, opinioni, aspettative, abitudini. Siamo talmente occupati a vivere che spesso non ci fermiamo abbastanza per capire che cosa stiamo vivendo.
E così possiamo ritrovarci dentro una vita che non abbiamo mai veramente scelto.
Siamo arrivati in quella vita attraverso circostanze, reazioni, ribellioni, abitudini, condizionamenti, persone incontrate, occasioni colte quasi automaticamente.
Una ribellione verso i genitori può averci spinto in una direzione. Una relazione può essere cominciata quasi per caso e poi essere diventata la nostra vita. Un lavoro può essere stato accettato perché sembrava l’occasione giusta. Una città, un ambiente, un modo di vivere possono essere entrati nella nostra esistenza senza che ci sia mai stato un momento preciso nel quale sia scaturita, quasi ad illuminarci, la consapevolezza che fosse proprio quello che volevamo.
Ed è proprio così che possiamo ritrovarci a vivere una realtà che non abbiamo scelto, ma alla quale ci siamo lentamente adattati. Ciò che all’inizio era soltanto una circostanza, una reazione, una ribellione, un’abitudine, finisce per diventare parte della nostra identità.
Eppure dentro di noi cresce un malessere al quale non sappiamo dare un nome: il nostro Io è stato sottomesso lentamente, senza che ce ne accorgessimo.
La realtà conosciuta crea una consuetudine che assomiglia alla verità, pur non essendola.
E quando una condizione dura abbastanza a lungo, anche ciò che ci fa soffrire può diventare familiare. L'idea di uscirne non appare più come una possibilità concreta, ma come qualcosa di estraneo alla nostra vita. È lo stesso meccanismo attraverso il quale possiamo arrivare a non vedere una possibilità che pure esiste, come abbiamo raccontato in E se l'amore fosse la porta che non riusciamo a vedere?.
Quello che impedisce realmente di andare oltre non è sempre la paura di scegliere.
È non riuscire a vedere che esiste una via d'uscita.
Ed è qui che Dante diventa straordinariamente moderno.
«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.»
Dante non comincia il suo viaggio perché ha già trovato una nuova strada. Comincia perché si accorge di essere smarrito.
Prima ancora della scelta c’è la consapevolezza di essersi perduti.
Accorgersi di essere sulla strada sbagliata significa guardare finalmente ciò che fino a quel momento abbiamo attraversato senza vedere.
Ma c’è un altro modo di perdere la propria vita: costruirla intorno a ciò che gli altri vogliono da noi.
Qui entra Sartre e la sua mala fede.
L’uomo può fingere di essere ciò che gli altri si aspettano che sia. Può trasformare il proprio ruolo in una giustificazione, la propria situazione in un destino, le aspettative degli altri in una condanna alla quale non può sottrarsi.
E questa finzione può persino essere conveniente.
Può portare denaro, sicurezza, posizione sociale, approvazione.
Possiamo costruire relazioni sulla convenienza, scegliere persone che ci garantiscono qualcosa, cercare continuamente l’approvazione degli altri e diventare esattamente ciò che ci permette di essere accettati.
Ma sostenere una finzione per anni ha un prezzo.
La distanza tra la vita vissuta e quella che mostriamo agli altri può diventare un baratro.
È tra i venti e i quarant'anni che spesso si costruisce, quasi senza accorgersene, la direzione di una vita. Si reagisce, ci si ribella, ci si innamora, si seguono occasioni, si prendono strade che sembrano naturali e si entra in situazioni che, giorno dopo giorno, diventano la nostra normalità.
Poi arrivano i cinquanta o i sessant'anni e può accadere di voltarsi indietro e scoprire che gran parte di quella vita non è stata realmente scelta.
Ed è proprio qui che il tempo diventa una questione tutt'altro che anagrafica: la vera vecchiaia non è negli anni, ma nella paura di vivere.
È questo il punto che dovrebbe far riflettere.
Ai giovani, perché ogni tanto si fermino a guardare il percorso che hanno intrapreso e si domandino se stanno andando nella direzione che desiderano o semplicemente continuando quella nella quale si sono trovati.
Agli adulti, perché gli anni trascorsi non diventino una condanna a continuare. Anche quando ci si è ormai invischiati, anche quando c’è troppa carne sul fuoco e non si sa più da dove cominciare.
E arriviamo così al punto più difficile.
Si arriva al male di vivere: quando sembra di non avere più speranza, più forza, quando tutto appare complicato e non si sa più come gestire ogni cosa.
Ed è proprio allora che, per la prima volta, dobbiamo scegliere.
E la scelta fa paura.
Fa paura perché significa uscire da ciò che conosciamo, rompere una consuetudine diventata parte della nostra vita, mettere in discussione ciò dentro cui siamo rimasti per anni.
Ma questa volta non ci stiamo lasciando portare.
Questa volta siamo noi a decidere.
Ed è qui che nasce il combattente, spinto ad affrontare ciò che per anni non aveva avuto il coraggio di guardare.
La paura, questa volta, non è quella di una situazione nella quale siamo finiti quasi senza accorgercene.
È la paura di scegliere consapevolmente.
Ed è proprio questa paura che rende la scelta diversa da tutte quelle attraverso le quali siamo arrivati fin lì.
Questa volta le nostre navi sono sulla griglia.
Come nella battaglia navale, qualcosa è stato finalmente posizionato e può essere colpito. Non siamo più spettatori della partita che la vita sta giocando per noi.
Stiamo giocando.
E scegliere significa accettare di mettere in gioco qualcosa che ci appartiene.
La vita è una sola.
E arrivare alla fine senza aver mai invertito una rotta che sappiamo essere sbagliata può essere una delle forme più esilaranti della disperazione umana.
- Rossana vanderBorg