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| Effetti del buon governo in città di Ambrogio Lorenzetti |
Si scopre che, se non hai degli esseri umani che alla politica si avvicinano e il cui interesse non sia solo personale, di vanagloria o degli utopici idealisti, perderci del tempo a parlarne, scriverne, a volte dannarsi, non vale quasi la pena.
Inutile tediare con il suo significato greco: il vocabolo politica nasce dalla polis, la città-Stato, dalla comunità dei cittadini. Per Aristotele la comunità politica non esiste semplicemente per permettere agli uomini di vivere, ma per permettere loro di vivere bene. La politica, dunque, nasce già legata a una domanda molto concreta: come si organizza una comunità perché persone diverse possano vivere insieme e perseguire un bene comune?
Abbiamo approfondito in Democrazia e pensiero critico: quando il voto decide il destino di una nazione l’importanza del voto. E qui pare che cadiamo in contraddizione volendo mettere sotto le suole delle scarpe la “politica”.
Non è così.
Ma alla bellissima immagine della coppa di vino, il kylix, di quell’articolo che regala l’emozione di vedere un cittadino ateniese affidare il proprio voto dentro un urna, oggi fa da contraltare una realtà evidente: la politica sembra essere diventata tutto tranne che l’arte di vivere insieme.
Per lo più appare come un artificio per farsi gli affari propri, quelli dei propri accoliti, del proprio partito, della propria carriera. E quando non è questo, rischia di diventare il terreno degli utopici, di chi immagina società perfette senza fare i conti con la complessità degli esseri umani.
Eppure governare dovrebbe significare altro.
Dovrebbe significare far funzionare una società nella quale i cittadini abbiano dignità; creare regole che permettano di vivere sotto il manto della giustizia; risolvere conflitti interni ed esterni; assicurare servizi e protezione; tutelare ogni individuo e, nello stesso tempo, permettere la libertà di pensare e di esprimersi senza censure.
Una libertà che trova il proprio confine nelle regole della convivenza civile: nessuno dovrebbe essere costretto a seguire il modo di pensare o di vivere di un altro, così come nessuno dovrebbe poter pretendere che la propria libertà cancelli quella altrui.
È questo, in fondo, il difficile mestiere della politica.
E qui comincia il problema.
Perché da una parte ci sono i cittadini.
E i cittadini, soprattutto nelle democrazie, hanno spesso dimenticato una cosa elementare: un Paese non è fatto per realizzare i desiderata di ciascuno di noi.
Non può esserlo.
Le regole di una comunità non possono essere costruite affinché ognuno ottenga ciò che desidera, perché i desideri degli individui non coincidono quasi mai. Quello che è un diritto per qualcuno può diventare un costo per qualcun altro; ciò che protegge una categoria può penalizzarne un’altra; ciò che sembra giusto a una parte della popolazione può apparire profondamente ingiusto a un’altra.
La politica dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale queste differenze vengono ricomposte.
Non eliminate: ricomposte.
Ed è qui che la democrazia diventa molto più difficile di quanto si voglia ammettere.
Perché votare non significa semplicemente scegliere chi promette di fare ciò che desideriamo. Significa affidare a qualcuno il compito di governare una comunità nella quale vivono anche persone che desiderano l’esatto contrario di ciò che desideriamo noi.
La libertà politica, quindi, non può essere la libertà di ottenere sempre ciò che si vuole.
È la libertà di partecipare alla costruzione delle regole comuni e di accettare che quelle regole debbano tenere insieme interessi, convinzioni e bisogni differenti, nel rispetto della cultura, delle tradizioni e della storia del popolo che vive in quel luogo.
Quando questa consapevolezza viene meno, la democrazia rischia di trasformarsi in qualcos’altro: in una continua gara a chi riesce a imporre il proprio desiderio sugli altri. In fondo è questo che è diventata.
Ed è proprio qui che una libertà apparentemente intatta può diventare una libertà manipolata.
Non necessariamente perché qualcuno abbia tolto formalmente il diritto di parlare, votare o scegliere. Ma perché le persone possono essere portate a credere che scegliere significhi semplicemente scegliere tra desideri già confezionati, o promesse che nessun governo potrebbe realmente mantenere.
In alcuni Paesi il passaggio è evidente e brutale: la politica diventa tirannide, il potere si concentra, il dissenso viene represso e la libertà smette di essere una realtà.
In molti Paesi democratici, invece, il meccanismo è molto più sottile.
Le istituzioni rimangono, si vota, i partiti si contendono il consenso, le libertà formali esistono. E tuttavia il cittadino può ritrovarsi immerso in un sistema nel quale la sua capacità di comprendere ciò che realmente accade viene continuamente deformata da propaganda, comunicazione politica, interessi economici, semplificazioni e contrapposizioni costruite per ottenere consenso.
Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai politici.
Perché c’è un secondo problema, forse ancora più difficile da affrontare.
Troppo spesso i politici non sono all’altezza del compito che pretendono di svolgere.
E questo non significa che debbano essere santi, filosofi o geni.
Significa che dovrebbero possedere almeno alcune qualità che sembrano diventate sempre più rare: capacità, preparazione, senso dello Stato, conoscenza dei problemi, capacità di ascoltare, capacità di distinguere ciò che è possibile da ciò che è soltanto desiderabile.
Soprattutto, dovrebbero comprendere che governare non significa rappresentare permanentemente una parte contro un’altra.
Significa prendere decisioni che qualche volta non producono consenso immediato.
Significa avere il coraggio di dire ai cittadini che una cosa non si può fare, che una promessa è irrealizzabile, che una scelta necessaria comporterà un sacrificio.
E forse è proprio qui che si è spezzato qualcosa.
La politica contemporanea sembra avere sempre più bisogno di persone capaci di vincere le elezioni e sempre meno di persone capaci di governare.
E ci troviamo davanti a un paradosso.
Per vincere il consenso bisogna capire che cosa le persone vogliono sentirsi dire.
Per governare bisogna qualche volta avere il coraggio di dire loro esattamente il contrario.
Da una parte cittadini che chiedono alla politica di realizzare i propri desideri individuali; dall’altra politici che, invece di educare alla convivenza tra persone con interessi diversi e a volte contrastanti, hanno imparato a trasformare quei desideri in consenso elettorale.
Sembra, ormai, impossibile uscirne fuori.
Il cittadino pretende. Il politico promette.
Il cittadino si accorge che la promessa non può essere mantenuta.
Il politico cerca un nuovo colpevole. Il cittadino perde fiducia.
E alla fine arriva il disgusto per la politica.
Proprio da lì, spesso, nasce l’idea più pericolosa: che della politica si possa fare a meno.
Ma è una pura illusione.
Perché quando i cittadini smettono di occuparsi della politica, la politica non scompare.
Rimane nelle mani di qualcun altro.
E allora la domanda diventa inevitabile: se il problema è ormai tanto profondo, come si può uscire da questo impasse?
Non soltanto cambiando un partito con un altro.
Non soltanto sostituendo un politico con un altro.
E neppure limitandosi a chiedere ai cittadini di votare meglio.
Forse bisogna cominciare molto prima: dal modo in cui scegliamo chi deve governarci, dal modo in cui formiamo i cittadini, dal rapporto tra competenza e rappresentanza, dalla qualità dell’informazione e, soprattutto, dalla capacità di tornare a considerare la politica per ciò che dovrebbe essere.
Non una gara per ottenere tutto ciò che vogliamo.
Ma il difficile esercizio di decidere come vivere insieme quando non vogliamo tutti le stesse cose.
Un’utopia?
In parte sì, perché non si riesce a trovare un accordo nemmeno dentro una famiglia. Basta un condominio per scoprire quanto possa essere difficile mettere insieme interessi, esigenze e visioni completamente diverse. Pensare allora di riuscire a farlo dentro una città, dentro un Paese, può sembrare quasi un miraggio.
Eppure non abbiamo alternative.
Perché l’alternativa all’incapacità di trovare un equilibrio non è il nulla. È il conflitto permanente. È la legge del più forte. Dietro l'angolo possono arrivare nuove barbarie.
La storia lo ha già dimostrato.
La civiltà non è qualcosa che, una volta conquistato, rimane per sempre. È una costruzione fragile che ogni generazione deve essere capace di mantenere e, quando necessario, ricostruire.
Abbiamo dato per scontate la democrazia, la libertà, il benessere.
Nulla di tutto questo è garantito per sempre, meglio svegliarsi prima che sia troppo tardi.
Se la politica perde il senso del bene comune, se troppi cittadini non comprendono cosa significhi vivere in una comunità e la competenza viene sostituita dalla propaganda, tutto il sistema traballa e si svuota dall’interno.
Il baratro che si apre davanti non ha necessariamente il volto spettacolare di una dittatura.
Può avere quello molto più ordinario di una società che impoverisce, che si incattivisce, che non si fida più di nessuno, che considera ogni avversario un nemico, che rinuncia a pensare. È, in fondo, quello che si vive in Italia da decenni.
E non siamo arrivati qui per caso. Raccogliamo anche il frutto di politiche che, per decenni, hanno progressivamente svuotato quella che era la parte migliore dell’Italia: quella capace di produrre, inventare, competere, costruire e dare valore al merito. Un processo che abbiamo raccontato in Dall’Olivetti a Mattei: come la politica ha distrutto la migliore Italia e che ritroviamo, con conseguenze diverse ma legate allo stesso impoverimento del sistema, in Italia tra corruzione e declino: dalla politica al fallimento della Nazionale.
Da lì alla povertà, alla perdita delle libertà, alla tirannia, il passo può essere molto più breve di quanto immaginiamo.
Non si può aspettare che la politica cambi. Qualcuno dovrà cambiarla.
E forse non saranno quelli che oggi occupano le stanze del potere.
Forse toccherà a chi in quelle stanze deve ancora entrare.
Giovani, spetta a voi.
Non perché siete migliori di chi vi ha preceduto. Non perché la giovinezza garantisca intelligenza, onestà o capacità. Ma perché sarete voi a vivere più a lungo dentro le conseguenze delle decisioni che oggi vengono prese.
A voi spetterà ricostruire ciò che si è consumato: non soltanto le istituzioni, ma soprattutto un’etica della responsabilità e del buon governo.
Dovrete capire che governare non significa comandare, che rappresentare non significa assecondare ogni desiderio e che la politica non è il mestiere di chi vuole avere ragione, ma quello di chi deve trovare il modo di far convivere persone che hanno ragioni diverse.
Dovrete pretendere competenza da chi vi governa.
Dovrete imparare a riconoscere le promesse impossibili, la propaganda, la manipolazione e la scorciatoia del nemico da additare.
E dovrete avere il coraggio, forse più difficile di tutti, di non chiedere alla politica soltanto ciò che conviene a voi.
Perché un Paese non è la somma dei desideri individuali.
È la casa comune nella quale quei desideri devono trovare un limite, un equilibrio, una composizione.
Non sarà facile.
Probabilmente non sarà nemmeno sufficiente.
Tuttavia quando una generazione smette di credere che sia possibile migliorare il luogo in cui vive, qualcun altro sarà sempre pronto a decidere al suo posto che cosa deve diventare quel luogo.
Giovani, non permettetelo.
La politica non è morta.
È stata semplicemente dimenticata nella sua ragione più antica: imparare a vivere insieme.
Tocca a voi ricordarla.
- Rossana vanderBorg
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