sabato 10 ottobre 2026

Trump tratta con Putin, l’Europa paga il conto della guerra

L'orgia di William Hogarth
Il dipinto di Hogarth diventa un’allegoria dell’avidità e della corruzione: una nazione combatte per la propria sopravvivenza, mentre c’è chi approfitta del conflitto per perseguire interessi personali, dilapidando risorse e sacrificando il futuro collettivo.

Una falsa vicinanza, fatta di dichiarazioni di solidarietà, può nascondere ben altri obiettivi.

Come nell’immagine, il banchetto continua. Il conto arriverà dopo, ma a pagarlo non saranno necessariamente coloro che hanno partecipato alla festa.

C’è qualcosa di grottesco nella politica internazionale, tanto da far nascere il desiderio di paragonarla a un’orgia: un banchetto di avidità, vantaggi personali e corruzione, nel quale chi detiene il potere sembra dimenticare le conseguenze delle proprie azioni. Più probabilmente, quelle conseguenze non interessano affatto a chi detiene il potere.

Per anni si è chiesto agli europei di considerare la Russia un nemico da isolare, di accettare sanzioni e sacrifici economici in nome della difesa dell’Ucraina. E mentre i cittadini fanno i conti con il caro carburante e l’aumento del costo della vita, gli Stati Uniti cercano un’intesa con Mosca per garantirsi forniture energetiche.

Quando Washington tratta con Mosca e l’Europa paga

Evitiamo di liquidare Trump definendolo pazzo perché cambia idea, dice una cosa e ne fa un’altra. Il personaggio è sgradevole, ma una cosa è difficile da negare: ha fiuto per gli affari e sa riconoscere le occasioni quando si presentano. E, in fondo, che cos’è una nazione se non una comunità organizzata il cui governo dovrebbe perseguire anche il benessere materiale dei propri cittadini? La politica non è fatta soltanto di dichiarazioni solenni e principi proclamati, ma anche della capacità di tutelare le priorità del Paese.

Quando l’interesse nazionale lo richiede, gli Stati Uniti trattano con il nemico di ieri. Non è una questione di Trump o di un altro presidente: è una costante della politica americana, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca. Le priorità economiche prevalgono sulle dichiarazioni di principio e, quando un accordo conviene agli Stati Uniti, anche l’avversario può diventare un interlocutore.

È la loro realpolitik: una logica che Washington applica da sempre, mentre i politici europei sembrano dimenticare che, nelle relazioni internazionali, ogni Paese persegue innanzitutto le proprie esigenze. O chissà, i politici europei hanno obiettivi differenti da quelli dei cittadini che li hanno eletti.

L’Europa continua a sostenere una contrapposizione che comporta costi economici e strategici, senza riuscire a indicare una prospettiva concreta di pace.

Nel frattempo, miliardi di euro vengono destinati al sostegno militare e finanziario di Kiev. Intorno al potere ucraino sono emerse inchieste e accuse di corruzione, che richiedono accertamenti e responsabilità individuali. E resta una domanda legittima: quali garanzie esistono sull’impiego degli aiuti e fino a che punto è ragionevole chiedere ai cittadini europei di finanziare questa guerra?

La morale del giusto e le cause della guerra

Non è la prima volta che si affrontano queste contraddizioni. Già in un precedente articolo, Ucraina, Russia, Nato venivano analizzate le responsabilità politiche, gli interessi economici e il conto presentato ai cittadini europei.

A distanza di mesi, le domande restano le stesse.

Basta usare l’etica del giusto per continuare a ingannare la popolazione: la Russia ha invaso l’Ucraina e, quindi, bisogna fargliela pagare. È questa la morale semplicistica con cui si pretende di giustificare la prosecuzione di una guerra, come se punire Mosca fosse diventato più importante della vita degli ucraini stessi.

Gli ucraini vengono decimati, intere generazioni vengono sacrificate e il Paese viene devastato. Fin dall’inizio sarebbe stato necessario fare molto più che condannare Putin e impartire lezioni di morale: bisognava interrogarsi sulle ragioni che hanno portato al conflitto, valutare le responsabilità e cercare una soluzione prima che il prezzo umano diventasse insostenibile.

Perché la storia non comincia il giorno in cui arrivano i carri armati. Nei decenni precedenti, la NATO si è progressivamente avvicinata ai confini russi, inglobando Paesi dell’ex blocco sovietico. Questa espansione ha alimentato tensioni con Mosca, contribuendo a creare una situazione nella quale la Russia si è sentita sempre più accerchiata.

Riconoscere questo contesto significa ammettere che le responsabilità non si esauriscono nell’atto finale di un conflitto e che le scelte compiute negli anni precedenti avrebbero dovuto essere valutate con maggiore lungimiranza. Troppi hanno voluto far sentire a Putin il fiato della NATO sul collo, come se fosse possibile avvicinare progressivamente un’alleanza militare ai confini di una potenza nucleare senza prevedere conseguenze.

La condanna morale, da sola, non salva vite, non ricostruisce città e non restituisce un futuro a un popolo devastato dalla guerra. La politica avrebbe dovuto cercare di impedirla e, una volta iniziata, avrebbe dovuto perseguire con determinazione una soluzione negoziata.

Chi decide e chi paga?

E allora bisogna porsi una domanda: chi, in Europa, sta perseguendo una politica che sembra favorire gli obiettivi del governo ucraino a discapito degli interessi della popolazione europea?

Qui emerge una contraddizione enorme. Gli europei non sono disposti a morire in una guerra contro la Russia per difendere l’Ucraina, eppure i governi continuano a finanziare il conflitto e a sostenere una strategia che prolunga lo scontro. Non si vuole mandare direttamente la popolazione europea a combattere, ma si accetta che sia proprio quella popolazione a pagarne il prezzo economico: carburanti costosi, imprese in difficoltà, potere d’acquisto eroso e risorse pubbliche sottratte ad altre necessità.

La solidarietà verso gli ucraini non può diventare un assegno in bianco. Un governo europeo ha il dovere di tutelare i propri cittadini, pretendendo obiettivi verificabili, trasparenza sull’impiego dei fondi e una strategia che non riduca il sostegno militare a un impegno senza scadenza.

L’Europa deve ritrovare i propri interessi

La Russia non scompare dalla carta geografica, né scompaiono le sue risorse, la sua potenza militare e la sua influenza. Ignorare questa realtà significa rinunciare a una politica fondata sul realismo per inseguire una contrapposizione che rischia di danneggiare soprattutto l’Europa.

La questione non è scegliere tra Putin e Zelensky, né negare il diritto degli ucraini a difendersi. È capire se la strategia adottata dai governi europei stia davvero avvicinando la pace oppure stia prolungando un conflitto il cui prezzo umano ed economico continua a crescere.

Mentre Washington cerca accordi con Mosca quando lo ritiene conveniente, l’Europa dovrebbe finalmente chiedersi perché non riesca a perseguire con la stessa determinazione i propri interessi, proteggere la propria economia e promuovere una soluzione negoziata.

Spingere la Russia tra le braccia della Cina è stata una scelta strategicamente miope. Allontanare Mosca ha contribuito a rafforzare i suoi legami con Pechino, compromettendo il commercio, gli interscambi e gli approvvigionamenti con un Paese le cui risorse e relazioni economiche sono importanti per l’Europa.

Per tutti i motivi fin qui analizzati, è inaccettabile sacrificare risorse e prospettive dei propri cittadini senza una meta chiara.

Il banchetto della politica internazionale continua. Ma il conto, ancora una volta, rischia di essere presentato a chi non si è seduto a tavola.

- Rossana vanderBorg