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| Insula dulcamara di Paul Klee |
È stata mia figlia a farmi comprendere qualcosa che può sembrare banale, ma che tanto banale non è: il potere delle parole, la loro capacità di ferire, di lasciare rabbia, di provocare dolore e persino il desiderio di non ascoltare più.
Perché non conta soltanto ciò che si dice, ma anche come lo si dice e ciò che le parole possono lasciare dentro chi le riceve.
Si dice che le parole feriscano più della spada, ma spesso si dimentica che non è necessario rinunciare a ciò che si pensa per evitare di ferire. Si può dire tutto, anche ciò che è sgradito, senza umiliare, aggredire o trasformare un confronto in uno scontro.
Il problema nasce quando le parole smettono di servire a esprimere un pensiero e diventano uno strumento per imporlo. Quando l'offesa prende il posto dell'argomentazione, oppure quando si insiste nel voler affermare le proprie ragioni senza considerare ciò che l'altro è disposto ad ascoltare, il dialogo si spezza. Non perché le idee siano necessariamente inconciliabili, ma perché viene meno la disponibilità ad ascoltarle.
La ragione dovrebbe prevalere proprio in questi momenti. Non per avere ragione a ogni costo, ma per non perdere qualcosa di più importante: il piacere del confronto, la possibilità di comprendere un punto di vista diverso e persino il desiderio di imparare qualcosa che prima non si conosceva.
Rispettare chi ascolta non significa addolcire le proprie opinioni, nascondere le verità scomode o rinunciare alla fermezza. Significa poter essere anche radicalmente in disaccordo senza trasformare l'interlocutore in un nemico.
Perché la diversità di pensiero non dovrebbe cancellare il rispetto, così come la convinzione di avere ragione non dovrebbe autorizzare a umiliare chi la pensa diversamente.
Quando le parole dure diventano necessarie
Troppo spesso politici, predicatori e cattivi maestri costringono chi non vuole piegarsi a usare parole aspre per rendere inequivocabile il proprio dissenso. È triste, ma è una realtà con cui occorre fare i conti. La fermezza, però, non coincide con l'offesa gratuita, così come il rispetto non coincide con la resa.
Quando, invece, entrano in gioco i sentimenti e la sensibilità delle persone, la stessa durezza può produrre danni profondi. In questi casi, irrompere senza misura nella sfera emotiva altrui è come entrare con un elefante al guinzaglio in una cristalleria: si rischia di distruggere ciò che richiedeva attenzione, delicatezza e rispetto. Non si tratta di tacere ciò che si pensa, ma di comprendere che non ogni verità deve essere pronunciata nello stesso modo, né ogni confronto affrontato con gli stessi strumenti.
Le parole possono aprire una strada oppure chiuderla. Possono lasciare spazio al pensiero o provocare una reazione che impedisce qualsiasi ascolto. E quando il modo di parlare distrugge la disponibilità al dialogo, anche l'idea più ragionevole rischia di non essere più ascoltata.
Perché non basta avere qualcosa da dire. Conta anche il modo in cui lo si dice, se l'obiettivo è comunicare anziché ferire, confrontarsi anziché sopraffare.
La cultura e la libertà di pensiero
Concludo ringraziando un ragazzo giapponese, poco più che ventenne, incontrato in treno, per l'ammirazione che ha suscitato in me la sua straordinaria preparazione culturale, capace di abbracciare Oriente e Occidente nelle loro molteplici espressioni: l'arte, la storia, la letteratura, la filosofia, la religione.
Un incontro che mi ha ricordato quanto sia importante la cultura, quella con la C maiuscola: non un semplice accumulo di nozioni, né un titolo di studio da esibire, ma un percorso in cui l'apprendimento si trasforma in capacità di analisi, consapevolezza e pensiero libero.
La sua giovanissima età ha reso questo incontro ancora più significativo e impone una riflessione su quanti, pur avendo trascorso anni sui libri e avendo persino il compito di insegnare, non abbiano mai imparato davvero.
Perché leggere non significa comprendere, studiare non significa acquisire cultura e trasmettere nozioni non significa insegnare a pensare. Esistono persone che accumulano conoscenze senza sviluppare capacità critica, che ripetono idee senza sottoporle al vaglio della ragione e che, anziché formare menti libere, alimentano conformismo, demagogia e fanatismo.
La cultura non si misura con l'età, con i titoli o con la quantità di libri letti, ma con ciò che si è capaci di comprendere e di elaborare. Il valore dell'apprendimento sta nella capacità di costruire un pensiero autonomo, libero da condizionamenti e capace di riconoscere il valore del confronto senza rinunciare al proprio giudizio.
Perché un pensiero libero e forte non è quello che non si lascia mai convincere, ma quello che sa distinguere tra ciò che merita di essere difeso e ciò che merita di essere ripensato.
- Rossana vanderBorg
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