mercoledì 7 ottobre 2026

Perché l'uomo è violento: guerra, odio e distruzione


Il giardino delle delizie
di Hieronymus Bosch

Il 7 ottobre 2023 non è stato soltanto un giorno di morte. È stato uno di quei giorni in cui l'essere umano ha ricordato a se stesso quanto rapidamente la civiltà possa essere spazzata via quando l'odio diventa più forte di qualsiasi limite.

Tre anni dopo, il massacro compiuto da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi resta una ferita impossibile da ignorare: più di 1.200 persone furono uccise e 251 vennero rapite e portate a Gaza come ostaggi, dove furono stuprate, torturate e uccise. Civili furono deliberatamente colpiti nelle loro case, nelle comunità in cui vivevano e durante un festival musicale.

Com'è possibile che, dopo migliaia di anni di storia, l'essere umano sia ancora capace di guardare un altro essere umano e decidere che la sua vita non vale nulla?

Non è una domanda che riguarda soltanto il 7 ottobre. Riguarda l'uomo e il modo in cui continua a rapportarsi ai suoi simili.

Si tende a parlare della guerra come di una deviazione dalla normalità, come se la pace fosse la condizione naturale dell'uomo e la violenza un incidente destinato prima o poi a finire. Ma basta guardare il Novecento per capire quanto sia fragile questa convinzione.

Due guerre mondiali. Due bombe atomiche. Il nazismo, lo stalinismo e i gulag. Le dittature e i massacri del Novecento. Il Vietnam, la Cambogia, le guerre africane, il terrorismo, il Medio Oriente.

Le cause e le ideologie sono diverse, ma resta la capacità dell'uomo di trasformare l'altro in un nemico, fino a considerare la sua eliminazione una possibilità accettabile. E non è qualcosa che appartiene soltanto al passato.

Quando la violenza diventa un sistema

Dietro una guerra non ci sono soltanto eserciti che si affrontano. Ci sono persone massacrate, torturate, mutilate. Donne violentate, bambini uccisi o strappati alle proprie famiglie, esseri umani rapiti e venduti, costretti alla schiavitù, alla prostituzione e al lavoro forzato.

Mentre qualcuno muore, qualcun altro guadagna. Ci sono uomini mandati a fare da carne da cannone e politici e uomini d'affari che si arricchiscono.

Il narcotraffico alimenta organizzazioni che hanno bisogno di territori nei quali la legge non conta. Il traffico di armi sostiene conflitti che, senza quelle forniture, avrebbero una diversa capacità distruttiva. La tratta degli esseri umani trasforma persone disperate in merce; il traffico di organi arriva a fare di una persona vulnerabile una fonte di guadagno.

Questi traffici non sono estranei alla guerra: fanno parte della macchina della violenza. E quella macchina ha bisogno di denaro, complicità, corruzione, territori senza controllo e, in alcuni casi, governi che proteggono, finanziano o tollerano organizzazioni criminali quando diventano strumenti utili al loro potere.

C'è poi una distinzione da non perdere di vista.

Una società che ha costruito nel tempo istituzioni, leggi e regole per impedire che il più forte possa fare ciò che vuole ha il diritto di difendere quelle conquiste e di proteggere la propria popolazione. Ha anche il diritto di chiedersi se chi arriva da realtà nelle quali la violenza, il sopruso e la legge del più forte sono profondamente radicati sia disposto a rispettare le regole della società nella quale entra.

Non si può fingere che la cultura della violenza non esista, né che tutte le società abbiano sviluppato gli stessi anticorpi. Quando la violenza viene importata e trova terreno fertile, anche una minoranza può diventare molto più pericolosa di quanto il suo numero lasci immaginare.

Una civiltà non si misura soltanto dalla libertà che concede, ma anche dalla capacità di difenderla.

La violenza comincia molto prima della guerra

La violenza non comincia quando viene imbracciato un fucile. Spesso nasce molto prima, quando non si riesce più ad accettare un rifiuto, una critica o una differenza di opinione.

Ogni contrasto diventa un'offesa personale, ogni offesa alimenta una disputa invece di aprire un dialogo. Parlare sembra inutile e si finisce per ricorrere alla prova di forza.

Può bastare una parola sbagliata per accendere una lite. Un'ingiustizia, vera o presunta, si trasforma in rancore, il rancore in odio. Quando quest'ultimo trova un bersaglio, può crescere anche senza grandi motivazioni.

Le incomprensioni più banali possono così provocare dolore reale. Non occorre una guerra per fare del male: basta volerlo.

Il desiderio di ferire, del resto, non appartiene soltanto a chi compie grandi atrocità. Può comparire nelle relazioni, nelle famiglie, nei gruppi, nelle strade e nei luoghi di lavoro, ogni volta che l'orgoglio e il risentimento prendono il posto della ragione.

Quando la protesta diventa distruzione

Lo stesso problema emerge quando la rabbia si trasforma in protesta.

Manifestare, contestare e dissentire fanno parte di una società libera. Ma distruggere non è dissentire, bruciare non è discutere e devastare non significa costruire una soluzione.

Eppure ci sono giovani che scendono in strada e trasformano una protesta in una dimostrazione di forza: vetrine infrante, automobili incendiate, edifici danneggiati, strade devastate. A quel punto la rivendicazione passa in secondo piano e sembra contare soltanto il danno provocato.

Che cosa spinge una persona a trovare soddisfazione nel distruggere?

Non tutti quelli che protestano sono violenti e non tutti i giovani condividono questi comportamenti. Ma quando la devastazione diventa una forma di espressione, non basta liquidare il problema come esuberanza giovanile o rabbia sociale.

L'astio può spiegare un comportamento, non giustificarlo. E non spiega tutto.

C'è una differenza enorme tra voler cambiare ciò che non funziona e voler vedere distrutto ciò che esiste. Per cambiare servono pensiero e ragione; per distruggere cose e persone basta lasciarsi trascinare dal rancore fino a trasformarlo in odio.

Distruggere è più facile che creare

Costruire richiede tempo; sfasciare può bastare un attimo.

Servono pazienza, disciplina, sacrifici e responsabilità per realizzare qualcosa, oltre alla capacità di accettare che i risultati non siano immediati. La distruzione, invece, offre una gratificazione immediata: qualcosa cede, qualcosa brucia, qualcuno ha paura, qualcuno si dispera.

Per qualche minuto chi distrugge può sentirsi potente. Ma che cosa rimane dopo?

Una vetrina rotta non risolve un problema, un'auto incendiata non corregge un'ingiustizia e una città devastata non rende più giusta una società. Rimane soltanto il danno.

Forse il punto è proprio questo: davanti a ciò che non funziona, perché l'uomo preferisce così spesso distruggere invece di cercare una soluzione?

Se la violenza organizzata è l'espressione estrema della capacità umana di sopraffare, le piccole violenze quotidiane possono diventare il terreno sul quale quella stessa capacità si esercita. È anche per questo che la filosofia torna a essere necessaria.

Quando la guerra è dentro l'uomo

Eraclito, più di duemilacinquecento anni fa, scriveva:

«La guerra è padre di tutte le cose.»

Una frase breve e terribile, perché invita a guardare il conflitto non soltanto come qualcosa che accade tra eserciti e Stati, ma come una forza che attraversa l'esistenza umana.

Hobbes avrebbe portato il ragionamento ancora più vicino all'uomo. Quando manca un'autorità capace di imporre un ordine, la paura dell'altro e la necessità di difendersi possono trasformare gli esseri umani in una minaccia reciproca.

Non occorre una guerra per riconoscere questo meccanismo. Basta osservare quanto rapidamente una relazione possa diventare una lotta quando nessuno è disposto a cedere, ascoltare o cercare una soluzione.

Nietzsche, invece, lasciava un avvertimento che sembra rivolto a chiunque abbia trasformato la propria vita in una battaglia permanente:

«Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro.»

Si può combattere talmente a lungo contro qualcosa da finire per assumerne gli stessi comportamenti. Si può odiare il proprio nemico fino a non distinguere più la giustizia dalla vendetta, oppure convincersi di combattere per una causa giusta e arrivare a considerare lecito qualsiasi mezzo.

Il pericolo della violenza non sta soltanto nel male inflitto, ma anche in quello che può fare a chi la combatte.

Che cosa rimane dell'uomo quando, per difendersi dalla ferocia, comincia a considerare la ferocia una virtù?

Dopo il 7 ottobre: quando la violenza diventa anche ideologia

Il 7 ottobre ha riportato davanti agli occhi del mondo una realtà che non può essere ignorata né ridotta a una semplice contrapposizione politica.

Non tutte le religioni hanno lo stesso rapporto con la violenza, la guerra e il potere, e l'islam non può essere semplicemente assimilato a tradizioni come il cristianesimo, il buddhismo o il confucianesimo. Nella sua storia e nei suoi precetti esistono elementi che entrano in aperto conflitto con la libertà individuale, la parità tra uomo e donna e la libertà di dissentire.

La libertà conquistata dalle donne occidentali — scegliere come vivere, vestirsi, studiare, lavorare e amare — è considerata, secondo quella concezione, non un diritto ma una colpa. Per questo vanno allontanati senza se e senza ma, con buona pace dei buonisti di turno.

Quando il fanatismo porta a considerarsi superiori e a ritenere la propria verità l'unica possibile, il dialogo diventa impossibile. Chi non riconosce all'altro il diritto di dissentire non cerca un confronto: ricorre alla forza, all'imposizione e al senso unico.

La questione, però, va oltre una singola religione. Riguarda ogni ideologia capace di trasformare l'odio in una giustificazione, il nemico in un bersaglio e la morte in uno strumento.

A quel punto la violenza smette di essere una reazione momentanea e diventa una visione del mondo.

Quando l'orrore entra nelle nostre case

Ogni giorno le immagini della guerra entrano nelle nostre case. Un tempo l'orrore aveva una distanza; oggi entra in tasca.

Arriva sul telefono mentre si mangia, si lavora o si parla con qualcuno. Scorre insieme alle fotografie, alla pubblicità, alle notizie e ai video divertenti.

Anche film e racconti vengono spesso considerati semplice intrattenimento, senza riflettere su quanto la ripetizione possa abituarci alla violenza, all'odio e all'orrore.

Il rischio non è soltanto vedere troppo, ma smettere di riconoscere la manipolazione che può nascondersi dietro immagini e racconti.

Ciò che dovrebbe sconvolgere finisce così per diventare familiare. E quando l'orrore perde la sua capacità di colpirci, la ragione può lasciare il posto alla reazione: si odia prima di capire, si condanna prima di conoscere, si prende posizione prima ancora di sapere che cosa sia accaduto.

La violenza può contagiare anche chi non ha mai impugnato un'arma e non avrebbe mai pensato di essere capace di fare del male. Non perché guardare immagini violente trasformi automaticamente una persona in qualcuno di violento, ma perché si può finire per osservare il mondo attraverso la stessa logica della contrapposizione: noi contro loro, buoni contro cattivi, amici contro nemici.

Se anche chi osserva arriva a credere che non esista più spazio per la ragione, la violenza ha già ottenuto qualcosa che nessun esercito potrebbe conquistare.

La domanda che resta

Forse il problema più terribile non è soltanto che l'uomo sappia uccidere, ma che sappia trovare una giustificazione per farlo.

Sa trasformare un essere umano in un nemico, un nemico in un bersaglio e un bersaglio in un corpo. Quando quel corpo non viene più percepito come quello di una persona, tutto diventa possibile.

È questa la deriva che dovrebbe fare paura. Non soltanto la guerra lontana, il terrorismo o il criminale che vive di violenza, ma anche quella piccola violenza che ogni giorno viene tollerata, giustificata, applaudita o semplicemente ignorata.

La civiltà non consiste nel negare la ferocia umana, ma nel tenerla sotto controllo.

Dopo migliaia di anni, il problema resta questo: l'uomo continua a scegliere tra costruzione e distruzione, tra il limite e la sopraffazione, tra la ragione e la furia, tra la civiltà e la legge del più forte.

E allora la domanda non è soltanto se si voglia essere prede o predatori. È se si abbia ancora la volontà di scegliere una terza strada, nella quale la forza serva a difendere e non a dominare, la rabbia non diventi odio, la libertà non significhi poter distruggere e il dissenso non abbia bisogno del fuoco per farsi ascoltare.

Una strada in cui la ragione non venga considerata una debolezza.

La vera sconfitta della civiltà non arriverà soltanto quando non esisterà più un luogo in cui vivere in pace. Arriverà quando nessuno sarà più disposto a comprendere le ragioni delle parti in un litigio o in un conflitto e a cercare, attraverso il dialogo e la ragione, un giusto equilibrio.

- Rossana vanderBorg