lunedì 12 ottobre 2026

Italia, dove paradiso e inferno possono convivere

Italia Nova di Ignazio Danti
Italia Nova di Ignazio Danti

Nessun paese al mondo possiede nel suo insieme una ricchezza storica, artistica, culturale e paesaggistica paragonabile a quella italiana. Eppure, pochi sembrano altrettanto capaci di dissipare le proprie ricchezze, deturpare le proprie bellezze e ostacolare il proprio futuro.

L'Italia è un paradiso che i suoi stessi abitanti contribuiscono a trasformare in un inferno: un Paese che ha dato al mondo capolavori, civiltà e ingegno, ma che continua a divorare se stesso attraverso rivalità, individualismo e incapacità di riconoscersi in un destino comune.

Non è soltanto una questione di politica, di economia o di cattiva amministrazione. È qualcosa di più profondo, radicato in una mentalità che attraversa i secoli: la tendenza a preferire la sconfitta del proprio vicino se costui viene considerato un rivale, a sacrificare un interesse comune pur di difendere un vantaggio particolare, a distruggere ciò che appartiene a tutti pur di impedire a qualcun altro di beneficiarne. Un'invidia atavica.

Una contraddizione che ha accompagnato la storia della penisola e che continua a manifestarsi nel presente, mentre il patrimonio che dovrebbe costituire la sua forza viene progressivamente impoverito, le identità locali si dissolvono, le città perdono bellezza e vivibilità e il senso della comunità sparisce.

Il dramma italiano non è aver avuto una storia travagliata, né essere un Paese di differenze. È non essere ancora riuscito a trasformare la straordinaria ricchezza delle proprie differenze in una forza condivisa. È l'aver ereditato un patrimonio immenso senza sviluppare, nella stessa misura, la volontà di custodirlo.

Il marchio dell'infamia

Nella storia italiana ricorre una tendenza che meriterebbe una riflessione ben più profonda di quella che solitamente le viene dedicata: la disponibilità a ricorrere a una potenza straniera pur di sconfiggere un rivale della porta accanto. Come se fosse preferibile consegnare le chiavi di casa a uno sconosciuto piuttosto che lasciarle al vicino. Una logica che ricorda quella di chi, pur di fare un dispetto alla moglie, finisce per tagliarsi gli attributi da solo.

Naturalmente, per secoli non è esistita un'identità nazionale italiana paragonabile a quella moderna.

Sarebbe anacronistico attribuire agli uomini dell'antichità o del Medioevo una concezione dell'Italia che non possedevano. Con la fine dell'Impero romano d'Occidente, infatti, si era progressivamente dissolta anche l'idea di un'appartenenza comune alla penisola, frammentata nei secoli successivi in territori, città e Stati spesso in lotta tra loro.

Ma proprio questa frammentazione permette di riconoscere un meccanismo storico ricorrente: la rivalità interna diventava talvolta così importante da rendere accettabile l'intervento di una forza esterna, anche quando le sue conseguenze finivano per travolgere tutti.

Durante la seconda guerra punica, alcune comunità italiche si schierarono con Annibale contro Roma. Nel 1494, Carlo VIII di Francia attraversò le Alpi e diede inizio alle guerre d'Italia, sfruttando anche le rivalità tra gli Stati della penisola. Nel 1527, le truppe imperiali, composte in larga parte da lanzichenecchi tedeschi e da altri contingenti, saccheggiarono Roma. Episodi diversi, maturati in contesti politici differenti, ma che mostrano quanto le divisioni interne potessero aprire la strada a interventi esterni dalle conseguenze devastanti.

Anche in epoche più recenti, questa tendenza non è scomparsa. Durante il Risorgimento, l'unificazione italiana fu favorita dall'intervento di potenze straniere; nel 1943, la frattura interna portò gli italiani a ritrovarsi su fronti opposti, mentre il Paese diventava teatro di una guerra devastante. Cambiano le epoche e le circostanze, ma resta una costante: quando le divisioni interne prevalgono su qualsiasi bene comune, l'Italia finisce per diventare terreno di gioco per mire straniere.

La storia non si ripete mai in modo identico, e sarebbe semplicistico ridurre secoli di conflitti a un unico difetto nazionale. Eppure, la tentazione di sacrificare un interesse più ampio per ottenere un vantaggio immediato, di allearsi con chi può indebolire il proprio rivale senza interrogarsi sul prezzo futuro, continua a essere una chiave utile per leggere molte vicende italiane.

Il problema non è la diversità degli obiettivi, inevitabile in qualsiasi società. È l'incapacità di riconoscere quando la vittoria particolare si trasforma in una sconfitta per tutti. È la soddisfazione di vedere cadere l'altro, anche quando le macerie finiranno per ricadere su tutta la popolazione.

Questa mentalità ha un costo enorme. Impedisce di costruire strategie durature, rende fragile qualsiasi progetto comune e trasforma la competizione in una guerra permanente tra interessi contrapposti. Invece di sommare le proprie forze, si finisce per consumarle nel tentativo di prevalere gli uni sugli altri.

Unità sulla carta, divisioni nella realtà

L'unificazione politica non ha cancellato le divisioni storiche della penisola. Ha creato uno Stato, ma non è riuscita a trasformare milioni di persone in una comunità che capisca cosa sia lavorare per prosperare tutti insieme.

Le differenze regionali non costituiscono un difetto. Sono una delle maggiori ricchezze italiane: lingue, dialetti, tradizioni, cucine, paesaggi, architetture e modi di vivere che hanno dato origine a una varietà straordinaria. Il problema nasce quando la diversità diventa pretesto per il disprezzo reciproco, quando il campanilismo prevale sulla collaborazione e quando il bene comune viene sacrificato sull'altare di interessi locali o personali.

L'Italia sembra capace di ritrovare un sentimento unitario soprattutto quando gioca la Nazionale di calcio. Per qualche ora, le rivalità territoriali si attenuano, le differenze sembrano scomparire e milioni di persone si riconoscono negli stessi colori. Ma quanto dura questa unità? Terminata la partita, ciascuno torna spesso a difendere il proprio piccolo territorio, la propria appartenenza, come se il destino del Paese non avesse nulla a che fare con quello individuale.

Eppure, persino questo fragile sentimento comune si è incrinato. La Nazionale maschile italiana non si è qualificata ai Mondiali del 2018, del 2022 e del 2026. Tre esclusioni consecutive che non possono essere liquidate come una semplice successione di incidenti sportivi. Il calcio non è l'intera nazione, naturalmente, ma il fallimento di una delle sue istituzioni sportive più rappresentative offre anche l'occasione per riflettere su problemi più ampi: organizzazione, responsabilità, capacità di rinnovamento e difficoltà nel costruire un progetto che vada oltre l'interesse particolare.

Il punto non è pretendere che tutti gli italiani pensino allo stesso modo. Una comunità non si costruisce cancellando le differenze, ma imparando a collaborare nonostante esse. Significa riconoscere che la prosperità di una parte del Paese non dovrebbe essere considerata una minaccia per le altre, che il successo di una città può generare opportunità anche altrove e che il patrimonio nazionale non appartiene a una singola regione, a una classe sociale o a una parte politica.

Senza questa consapevolezza, l'unità rimane una bandiera issata sugli edifici e un inno cantato nelle occasioni ufficiali. La cittadinanza, il vivere insieme in una casa comune, ossia nello stesso Paese, richiede qualcosa di più difficile: la volontà di assumersi responsabilità anche quando non se ne ricava un vantaggio immediato. Lo si fa per il presente e per il futuro dei giovani.

La perdita dell'identità

L'Italia possiede una ricchezza culturale costruita attraverso secoli di storia. Non è soltanto quella dei grandi monumenti, dei musei e delle opere d'arte. È anche la cultura quotidiana: i dialetti, le ricette tramandate in famiglia, le feste popolari, le consuetudini, i modi di salutarsi, di stare insieme, di abitare i luoghi.

Una parte di questo patrimonio sta scomparendo. Le stesse insegne, gli stessi negozi, gli stessi modelli abitativi e gli stessi comportamenti si riproducono da una città all'altra, fino a rendere luoghi un tempo riconoscibili sempre più simili tra loro.

Le grandi città sono il simbolo più evidente di questa trasformazione. Quartieri che conservavano una fisionomia precisa vengono stravolti, attività storiche scompaiono e abitudini radicate vengono sostituite da modelli importati, spesso senza alcuna riflessione sul loro valore e, talvolta, del tutto fuori contesto.

Non si tratta di rifiutare ogni cambiamento o di immaginare un passato privo di difetti. Le società sono sempre state attraversate da trasformazioni e scambi culturali. Ma c'è una differenza sostanziale tra evolversi e perdere progressivamente la propria identità, tra accogliere ciò che arricchisce e abbandonare ciò che rende un luogo unico.

Una cultura non sopravvive soltanto perché viene celebrata nei discorsi ufficiali. Quando una generazione smette di parlare il dialetto dei propri genitori, non conosce più le tradizioni dei nonni e le considera superate, si interrompe un filo che non sempre può essere ricostruito.

Il paradosso è che, mentre si celebra continuamente la diversità culturale nel mondo, si finisce spesso per trascurare la propria, fino a vergognarsene. Si difendono identità lontane, ma si guarda con indifferenza alla scomparsa di quella di genitori e nonni.

E la perdita dell'identità non produce necessariamente una società più aperta o più moderna. Può produrre una società più fragile, incapace di distinguere ciò che vale la pena conservare da ciò che può essere sostituito.

La bruttezza che avanza

Il degrado delle città italiane non è soltanto una questione estetica. È il risultato visibile di una trascuratezza che investe gli spazi pubblici, l'ambiente urbano e, troppo spesso, i comportamenti di chi li abita.

Strade sporche, edifici deturpati, traffico soffocante, cemento senza armonia, quartieri privi di una vera identità, marciapiedi occupati e spazi comuni lasciati all'abbandono: in molte realtà urbane la bellezza sembra essere diventata un lusso secondario, sacrificabile in nome della fretta, della speculazione o dell'incuria.

Eppure, l'Italia ha costruito nei secoli città capaci di suscitare ammirazione in tutto il mondo. Piazze, palazzi, chiese, giardini e strade sono stati concepiti da generazioni che sapevano attribuire agli spazi condivisi un significato che andava oltre la loro funzione pratica. La città non era soltanto un luogo in cui abitare o lavorare: rappresentava la comunità, la sua storia e la sua idea di bellezza.

Oggi questa consapevolezza sembra smarrita. Si tollera ciò che dovrebbe essere inaccettabile, ci si abitua a ciò che dovrebbe indignare, si considera inevitabile il deterioramento di luoghi che richiederebbero attenzione e rispetto. La bruttezza, una volta diventata abituale, smette perfino di essere percepita come un problema.

Ma il degrado materiale è soltanto una parte della questione. A renderlo ancora più evidente è l'involuzione dei comportamenti: persone che sporcano senza preoccuparsene, che occupano gli spazi comuni come se fossero proprietà privata, che ignorano le esigenze altrui, che confondono la libertà con il diritto di fare qualsiasi cosa e la mancanza di rispetto con una manifestazione di spontaneità.

L'inciviltà non consiste soltanto nei gesti eclatanti. Si manifesta nella somma di piccole prepotenze quotidiane, nell'indifferenza verso chi condivide gli stessi luoghi, nell'abitudine a pretendere dagli altri ciò che non si è disposti a offrire. È il comportamento di chi considera il proprio comodo più importante del diritto altrui di vivere in un ambiente decoroso.

Una società civile non si misura soltanto dalla ricchezza, dalle infrastrutture o dalla qualità dei suoi servizi. Si misura anche dal modo in cui le persone trattano ciò che appartiene a tutti. Un marciapiede, un parco, una piazza o una stazione sono spazi condivisi: il loro stato racconta qualcosa della comunità che li utilizza e delle responsabilità che essa è disposta ad assumersi.

Quando il disordine diventa la norma e la prepotenza viene tollerata, non si perde soltanto bellezza. Si perde la fiducia nella possibilità di vivere insieme secondo regole comuni. E quando questa fiducia si indebolisce, ogni spazio rischia di trasformarsi in un'arena, nella quale ciascuno cerca di imporre la propria presenza, la propria forza, senza riconoscere quella degli altri.

I borghi dimenticati e la grandezza perduta

Mentre le grandi città si espandono e si uniformano, molti piccoli centri italiani si svuotano. Le case restano chiuse, le attività commerciali chiudono, le scuole perdono alunni e i servizi essenziali diventano sempre più difficili da mantenere. Intere comunità rischiano di scomparire, lasciando dietro di sé edifici, strade e tradizioni che non bastano più a garantire una vita ai propri cittadini.

Non è soltanto una perdita demografica. È una perdita culturale, economica e umana. Ogni borgo custodisce una parte della storia del territorio, un patrimonio di conoscenze, consuetudini e relazioni che non può essere ricreato artificialmente una volta scomparso.

Le piccole comunità hanno spesso conservato un rapporto più diretto con il paesaggio, con le tradizioni locali e con i ritmi della vita quotidiana. Naturalmente, non sono luoghi privi di problemi: possono soffrire di isolamento, mancanza di opportunità e chiusura sociale. Tuttavia, il loro abbandono non dovrebbe essere considerato il prezzo inevitabile del progresso.

La storia italiana dimostra, del resto, che la grandezza non dipende necessariamente dalle dimensioni. Le repubbliche marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia furono protagoniste di importanti sviluppi commerciali, marittimi, politici e culturali. In epoche diverse e con fortune differenti, queste città contribuirono a collegare mondi, a sviluppare scambi e a creare ricchezza.

Non erano grandi metropoli. Eppure, seppero trasformare la propria posizione geografica, le proprie competenze e le proprie risorse in strumenti di potenza e influenza. La loro storia dimostra che anche una comunità piccola può produrre risultati straordinari quando sa valorizzare ciò che possiede.

Si sta perdendo proprio ciò che rende l'Italia unica: i suoi borghi, le città con una storia riconoscibile, le tradizioni e quel legame tra luoghi e persone che altrove è già scomparso. Tutto questo sta lentamente lasciando il posto a un mondo sempre più uguale, dove un posto finisce per assomigliare a un altro e si perde ciò che lo rendeva speciale.

Difendere i borghi significa garantire loro condizioni concrete per vivere: servizi, collegamenti, lavoro, opportunità per i giovani e possibilità di mantenere attività economiche. Significa riconoscere che un territorio non è un peso da abbandonare quando diventa meno redditizio.

Un Paese che lascia morire le proprie comunità per poi lamentarsi della perdita delle tradizioni non può considerarsi vittima di un destino inevitabile. È anche il risultato di scelte, priorità e indifferenze che, sommate nel tempo, producono conseguenze difficili da invertire.

Gli italiani hanno dimostrato in tanti campi la propria originalità e, anziché omologarsi a ciò che fanno tutti, dovrebbero battersi per preservare quella diversità che li ha resi riconoscibili nel mondo.

La demolizione dell'identità e l'illusione di diventare qualcun altro

Non si tratta di mettere destra contro sinistra, ma di avere il coraggio di indicare le responsabilità. Per decenni, la sinistra ha contribuito a delegittimare il sentimento nazionale, a screditare le tradizioni e a trasformare l'inno, la bandiera italiana e l'orgoglio delle proprie origini in sospetti indizi di fascismo. Per lunghi anni, inno e bandiera furono nascosti: erano segno di vergogna. Come se la storia italiana cominciasse e finisse con il fascismo, come se tutto ciò che una nazione aveva costruito nei secoli potesse essere condannato in blocco per colpire un'ideologia politica.

Questa operazione ha prodotto un risultato devastante: la vergogna delle proprie radici. Si è arrivati al punto in cui conoscere la propria storia, rispettare le tradizioni e riconoscersi nella propria identità nazionale era considerato un segno di arretratezza, mentre rinnegare il passato veniva presentato come una conquista culturale. Ora si cerca di recuperare ciò che è stato screditato, ma decenni di delegittimazione non si cancellano. Il danno è penetrato nella mentalità collettiva come una metastasi, alterando il rapporto degli italiani con la propria storia e con se stessi.

Forse ci sono voluti il Covid, le guerre che infiammano diverse parti del mondo e il peggioramento delle condizioni economiche perché molti riscoprissero il Belpaese, tornassero a guardarsi intorno e si accorgessero delle bellezze che avevano sempre avuto sotto gli occhi, senza mai dar loro il giusto valore, preferendo luoghi esotici.

Un'altra amara verità. In troppi si vergognano del dialetto dei genitori, delle abitudini dei nonni, della cucina della propria terra, delle tradizioni nelle quali sono cresciuti. Persone che considerano la propria provenienza un limite da nascondere e cercano di sostituirla con un'identità ritenuta più prestigiosa o socialmente accettabile.

Il fenomeno assume contorni ridicoli quando un meridionale arriva a disprezzare la cultura della propria famiglia, come se provenire da una città del Sud fosse una colpa da cancellare. Il patrimonio culturale del Mezzogiorno, con le sue lingue, le sue tradizioni e la sua storia, non ha bisogno di essere camuffato per acquisire dignità. E chi lo rinnega per sentirsi superiore non diventa per questo più moderno: dimostra soltanto quanto possa essere profondo il disprezzo per le proprie origini.

Ma c'è un'altra realtà che si preferisce ignorare: le persone non cambiano provenienza culturale perché cambiano indirizzo. Un siciliano che si trasferisce a Roma non diventa romano. Un campano che va a Milano non diventa milanese. Può imparare a conoscere la città, adottarne le consuetudini e integrarsi nella comunità. Ma non cancella con una nascita o un trasloco l'educazione ricevuta in famiglia, le abitudini assimilate durante l'infanzia, il modo di comportarsi e di concepire i rapporti sociali.

La provenienza non è un timbro burocratico. È un insieme di esperienze, consuetudini e modelli culturali che si sedimentano nel tempo e continuano a esercitare la propria influenza, spesso anche quando non se ne è pienamente consapevoli. Il cambiamento non avviene per decreto o per residenza anagrafica.

Ed è qui che si manifesta un'altra contraddizione italiana.

Una città non può conservare la propria fisionomia se rinuncia a trasmettere le proprie regole di convivenza, se considera irrilevanti le abitudini che ne hanno formato il carattere e se smette di pretendere rispetto per gli spazi e per le persone che la abitavano prima dell'arrivo di persone provenienti da altri luoghi.

Il punto non è stabilire che una provenienza sia migliore di un'altra. Il punto è riconoscere che ogni cultura familiare trasmette abitudini e modelli di comportamento e che la convivenza richiede un confronto reale con le regole del luogo in cui si vive. Negare questa realtà in nome di un'uguaglianza astratta non elimina le differenze: impedisce semplicemente di affrontarle.

Una persona indotta a disprezzare se stessa è più facilmente omologabile, perché chi non riconosce il valore della propria storia difficilmente saprà difendere la propria specificità. Ed è proprio questo il prezzo più grave della demolizione culturale: non soltanto aver indebolito il sentimento nazionale, ma aver alimentato una diffidenza verso le proprie origini che finisce per impoverire l'intera società.

Il prezzo dell'individualismo

Il filo che unisce molte delle contraddizioni italiane è l'individualismo. Non l'individualità, che è una ricchezza e una condizione della libertà personale, ma la convinzione che il proprio interesse venga prima di qualsiasi responsabilità verso gli altri.

È la mentalità di chi pretende servizi efficienti, ma non rispetta gli spazi pubblici; di chi invoca regole per gli altri, ma le considera un ostacolo quando riguardano se stesso; di chi denuncia il degrado, ma contribuisce a produrlo con il proprio comportamento; di chi si lamenta della mancanza di solidarietà, ma non è disposto a rinunciare a un vantaggio personale per migliorare la vita di tutti. Ed è qui che entrano in gioco i pressappochisti, gli assenteisti, chi ruba, chi corrompe, chi insozza i luoghi in cui vive, abbandonando per strada sacchi di immondizia e detriti di ogni genere, e chi usa gli spazi pubblici come se fossero proprietà privata.

Questa contraddizione si ritrova ovunque: il tornaconto personale prevale sulla responsabilità e si pretende dagli altri ciò che non si è disposti a fare in prima persona.

La qualità della vita dipende anche dal comportamento di ogni cittadino e dal rispetto per ciò che appartiene a tutti. Tenere pulite le strade, rispettare le regole, proteggere il patrimonio e tramandare la propria cultura sono responsabilità di ciascuno.

Non basta indignarsi davanti alle conseguenze se non si è disposti a riconoscere il proprio contributo alle cause. E non basta invocare un cambiamento nazionale se, nella vita quotidiana, si continua a considerare il bene comune un problema di cui qualcun altro dovrebbe occuparsi.

Il senso di appartenenza non si misura dalla frequenza con cui si proclama l'amore per il proprio Paese. Una bandiera può essere esposta su un balcone, ma il rispetto per la comunità si manifesta anche nel modo in cui viene trattata una strada, una piazza, un monumento o una persona incontrata per caso.

È qui che si decide la differenza tra vivere nello stesso territorio e appartenere davvero a una comunità.

Paradiso e inferno

L'Italia continua a essere un Paese straordinario. Ma nessuna ricchezza è eterna se non viene custodita, e nessuna eredità garantisce da sola un futuro migliore.

Il paradiso italiano non è un'invenzione nostalgica. Esiste nella bellezza delle città, nei borghi, nelle opere d'arte, nelle coste, nelle montagne, nelle piazze e in una cultura che ha saputo lasciare un'impronta profonda nella storia del mondo.

L'inferno, invece, si manifesta ogni volta che quella bellezza viene deturpata, che le comunità si disgregano, che le tradizioni vengono abbandonate senza comprenderne il valore e che l'interesse individuale prevale su qualsiasi responsabilità condivisa.

Ai milioni di turisti che ogni anno visitano l'Italia si potrebbe consigliare di andare alla ricerca dei piccoli centri e dei borghi, dove sopravvive ancora qualcosa dell'anima autentica del Paese. A Roma e Milano troveranno monumenti, musei e testimonianze di un passato ricchissimo, ma sarà difficile incontrare la popolazione originaria e quello spirito che per secoli ha dato a queste città un carattere inconfondibile. Quell'anima, soffocata dall'omologazione e dalle trasformazioni della società, è ormai una specie in via d'estinzione, come il rinoceronte bianco.

La contraddizione più amara è che non sempre occorrono nemici esterni per distruggere ciò che si possiede. A volte bastano l'indifferenza, la rivalità, l'incuria e l'incapacità di riconoscere il valore di ciò che è stato ricevuto in eredità.

Un Paese non perde la propria identità soltanto quando qualcuno cerca di cancellarla. La perde anche quando i suoi abitanti smettono di conoscerla, di trasmetterla e di difenderla. Non perde la propria bellezza soltanto quando viene distrutta da una guerra o da una calamità. La perde ogni volta che il degrado viene accettato come inevitabile e la cura del patrimonio comune viene considerata una responsabilità di altri e non propria.

L'Italia non ha bisogno di diventare un altro Paese. Ha bisogno di tornare a riconoscere il valore di ciò che è.

Il vero scandalo italiano non è che paradiso e inferno possano convivere. È che, davanti a una bellezza tanto grande e a possibilità tanto numerose, si continui troppo spesso a comportarsi come se non ci fosse nulla da perdere o da sperare.

- Rossana vanderBorg