mercoledì 14 ottobre 2026

Che cosa succede quando il male diventa divertimento?

Natura morta
di Jan Brueghel il Vecchio

Violenza. Stupri. Sadismo. Morte. Umiliazione. Crudeltà.

Sono diventati immagini, scene, storie, video, sketch. Vengono raccontati, mostrati, ripetuti. E sempre più spesso vengono trasformati in spettacolo.

Il male è sempre esistito nella letteratura, nel cinema e nell’arte. Ma per secoli è esistita anche una contrapposizione chiara: bene e male, bello e brutto, eroismo e vigliaccheria, vittima e carnefice.

Anche quando il male veniva raccontato, non per questo veniva innalzato.

La differenza di oggi sta anche nella potenza dei mezzi di comunicazione.

Un tempo il mondo nel quale si viveva era molto più ristretto. Un racconto, un’immagine o un’opera potevano raggiungere molte persone, ma non milioni di individui nello stesso momento e con la stessa velocità.

Oggi un’immagine può essere ripetuta all’infinito, entrare nelle case, nei telefoni e nelle menti di milioni di persone e diventare parte dell’immaginario collettivo.

È qui che la propaganda può assumere una forza mai conosciuta prima.

Non serve più convincere con un discorso. Basta ripetere un’immagine, un comportamento, un modello, fino a renderlo familiare.

E quando per anni vengono messi al centro violenza, crudeltà, sadismo, morte e trasgressione, il rischio non è soltanto quello di abituarsi all’orrore.

È che l’orrore cominci a diventare affascinante.

Il carnefice diventa il personaggio più interessante. Il criminale diventa l’eroe. La crudeltà diventa trasgressione. La violenza diventa spettacolo. Il male non viene soltanto mostrato: viene reso attraente.

È questo il passaggio più grave.

Quando il brutto diventa normale

Non è soltanto il male a essere mostrato. È la gerarchia dei valori a cambiare.

Perché ciò che è capace di elevare l’uomo sembra avere sempre meno spazio rispetto a ciò che lo sconvolge, lo eccita o lo disgusta?

La bellezza di un’opera d’arte non ha bisogno di distruggere nessuno.

Una sinfonia non ha bisogno di umiliare. Un paesaggio non ha bisogno di ferire. Una scultura non ha bisogno di mostrare un corpo violentato per fermare uno sguardo.

Brueghel, con questo vaso di fiori, dipinge qualcosa di fragile, ma lo trasforma in un'opera che può essere contemplata per secoli. Un uomo ha saputo fermarsi davanti alla bellezza e dedicarle attenzione, tecnica e talento.

Anche Sebastião Salgado, secoli dopo, attraverso le sue fotografie, ha saputo cogliere la grandezza della natura e la dignità degli esseri umani con uno sguardo capace di andare oltre la semplice immagine.

Nei suoi scatti la bellezza non è artificio: è la realtà osservata con attenzione, rispetto e sensibilità.

Dal pittore che immortala fiori destinati ad appassire al fotografo che ferma nel tempo un volto, un gesto, un paesaggio, emerge la stessa possibilità: guardare il mondo senza bisogno di deformarlo, umiliarlo o trasformarlo in spettacolo.

Al contrario, negli ultimi decenni, troppi sembrano sentire la necessità di sconvolgere, provocare, disgustare. L'immagine deve colpire subito, prima ancora di avere qualcosa da dire.

E sempre più spesso l'orrore attira. Fa parlare. Fa cliccare. Fa condividere.

Così l'orrore viene ripetuto, fino a diventare una melodia capace di trascinare chi la ascolta senza che si accorga di dove lo stia portando. Come il Pifferaio di Hamelin, che libera la città dai topi e, dopo che il sindaco si rifiuta di pagargli il compenso pattuito, torna per vendicarsi e conduce via i bambini con la sua musica.

Quella era una favola che denunciava l'avidità e la slealtà di chi non manteneva la parola data. Oggi, invece, una melodia ben più inquietante risuona continuamente attraverso libri, schermi, film, video, musica e social: quella della violenza trasformata in spettacolo, della morte in scena, dell'umiliazione in battuta, della crudeltà in intrattenimento.

A forza di ripetere queste immagini, si rischia di abituarsi all'orrore, fino a non riconoscerlo più come tale. E una società assuefatta alla violenza, meno sensibile al dolore altrui e meno capace di distinguere ciò che merita ammirazione da ciò che dovrebbe suscitare ripulsa, può diventare anche più facile da manipolare.

È davvero questo il mondo che si sta costruendo?

Quando l’immagine entra nella realtà

Il problema non riguarda soltanto ciò che viene guardato. Riguarda anche il modo in cui viene guardato l’altro.

Una società già segnata dalla solitudine, dall’aggressività e dalla difficoltà di costruire relazioni può diventare ancora più povera quando la violenza e l’umiliazione vengono continuamente trasformate in spettacolo.

Non si tratta di sostenere che un film violento trasformi automaticamente qualcuno in una persona violenta. Sarebbe una spiegazione infantile.

Il problema è più profondo.

È l’ambiente nel quale si forma lo sguardo.

Le immagini, le parole, i luoghi, le relazioni, le città. Anche il degrado delle periferie e delle grandi città fa parte del paesaggio umano.

Ci si abitua a ciò che si vede ogni giorno.

Anche al brutto. Anche alla violenza. Anche alla solitudine.

E quando il brutto diventa normale, il bello diventa più difficile da riconoscere.

Ciò che non fa più notizia

La bontà non fa rumore. La gentilezza non scandalizza.

L’altruismo non provoca. La cura non fa spettacolo.

Eppure sono queste le cose sulle quali si costruiscono i rapporti tra esseri umani.

Forse è proprio questo il punto più grave: non che il male venga raccontato, ma che venga continuamente premiato con attenzione mentre il bene diventa quasi invisibile.

La carne e il sangue non sono pixel

Una persona umiliata non è un personaggio.

Una persona violentata non è una scena.

Una persona uccisa non è un finale.

La carne e il sangue non sono pixel.

E forse una società dovrebbe chiedersi non soltanto che cosa sta producendo, ma anche che cosa sta insegnando a guardare.

Perché ciò che viene guardato continuamente non rimane sempre soltanto sullo schermo.

Può diventare linguaggio.

Può diventare abitudine.

Può diventare modo di vedere gli altri.

- Rossana vanderBorg