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| La decapitazione di San Giovanni Battista di Michelangelo Merisi da Caravaggio |
La misericordia è una parola che richiama la pietà, la compassione, il desiderio di alleviare la sofferenza di qualcuno. Eppure, in un altro tempo, lo stesso nome indicava anche un pugnale utilizzato sul campo di battaglia per dare il colpo mortale a un combattente ferito senza speranza di salvezza.
Due significati lontani, almeno in apparenza. Eppure c'è una domanda che li lega: quando ci troviamo davanti alla sofferenza di un altro essere umano, vogliamo davvero alleviarla oppure desideriamo soltanto liberarci dalla sua presenza?
Una cosa è fare tutto il possibile per aiutare chi soffre. Un'altra è non sopportare quella sofferenza e volere che scompaia dalla nostra vista.
Nel primo caso, al centro c'è chi soffre. Nel secondo, chi guarda, con il proprio disagio, la propria insofferenza, il bisogno di non essere disturbato.
È da questa differenza che occorre partire per capire che cosa sta accadendo alla sensibilità umana.
Quando il male diventa familiare
Violenza, sadismo, umiliazione, morte. Il male non è mai stato estraneo alla storia umana, né alla letteratura, al cinema o all'arte. La differenza sta anche nel modo in cui viene mostrato, ripetuto e trasformato in intrattenimento.
Oggi la crudeltà è diventata spettacolo, il sadismo una provocazione, la violenza un segno di forza. Corpi martoriati, vendette e sofferenze estreme scorrono davanti ai nostri occhi in un flusso continuo di immagini. Si guarda, si passa oltre, si dimentica. E raramente ci si ferma a pensare a quanto rimanga dentro di noi di ciò che abbiamo appena visto.
Che cosa accade quando la brutalità viene presentata continuamente come affascinante, divertente, trasgressiva, persino eroica? Quando la sensibilità viene scambiata per debolezza e la capacità di ferire per una prova di potere?
Ciò che un tempo avrebbe provocato orrore può diventare familiare. Ciò che avrebbe suscitato repulsione può trasformarsi in curiosità. E ciò che dovrebbe indurre a riflettere viene consumato come qualsiasi altro prodotto.
Non si tratta soltanto di abituarsi a vedere la violenza. Si rischia di abituarsi a non sentirla più.
Il male non ha bisogno di essere giustificato per diventare accettabile. A volte basta renderlo familiare, circondarlo di fascino, privarlo delle sue conseguenze.
Sono fin troppi gli episodi che leggiamo sui giornali nei quali sembra emergere una crescente incapacità di riconoscere il valore della vita e il rispetto dovuto agli altri. Giovani e meno giovani non si limitano a sfidare le regole della convivenza: a volte sembrano completamente privi di pietà.
Vale la pena chiedersi quanto pesi, in certi comportamenti, la continua esposizione al lato oscuro dell'esistenza, fino al punto di considerarlo una regola di vita.
La sofferenza non è uno spettacolo
Sul video, una persona cade, viene umiliata, aggredita. Qualcuno ride, qualcuno commenta, qualcun altro passa oltre. La scena finisce e ne comincia un'altra.
Ma fuori dallo schermo il corpo non è un'immagine. È carne, sangue, paura. È una persona che può provare dolore, essere terrorizzata e portare per anni le conseguenze di ciò che ha subito.
Lo schermo si spegne con un clic. La sofferenza reale, invece, non finisce quando smettiamo di guardarla.
Si possono conoscere tutti i dettagli di una tragedia senza comprendere che cosa significhi per chi la vive. Si possono guardare centinaia di scene di violenza e restare indifferenti davanti a una persona che soffre proprio lì, accanto a noi.
Il problema nasce quando si separa ciò che si vede da ciò che si dovrebbe provare. La vittima diventa un personaggio, il dolore una scena, la paura un effetto da osservare. La ragione sa distinguere tra finzione e realtà, ma la risposta emotiva può cambiare, soprattutto quando certe immagini si ripetono continuamente.
Poi la sofferenza si presenta nella vita vera, senza musica, senza montaggio e senza una conclusione rassicurante. E ci si può trovare impreparati. Non si sa che cosa dire, non si vuole essere coinvolti, infastidisce il disagio di chi ci sta davanti. Si vorrebbe soltanto che tutto tornasse rapidamente alla normalità.
Ma la normalità di chi? Di chi soffre o di chi non vuole essere costretto a guardare?
La manipolazione di una coscienza
La manipolazione più efficace non è sempre quella che impone apertamente un'idea. A volte agisce lentamente, cambiando il nostro modo di percepire le cose, fino a farci considerare normale ciò che prima avremmo rifiutato.
Non occorre che qualcuno ci ordini di essere indifferenti. Basta vivere in un ambiente nel quale la crudeltà viene continuamente esibita, la fragilità derisa, l'umiliazione trasformata in divertimento e la sensibilità trattata come un difetto.
A poco a poco, la domanda non è più se un comportamento sia umano, ma se sia interessante, divertente, audace o capace di attirare l'attenzione. Le conseguenze passano in secondo piano. Conta lo spettacolo.
Il passaggio più insidioso è proprio questo: non accorgersi di essere condizionati. Si può continuare a considerarsi una brava persona, indignarsi davanti a un'ingiustizia lontana e, nello stesso tempo, perdere la capacità di riconoscere la sofferenza concreta di chi ci sta vicino.
Si può ridere della crudeltà rappresentata sullo schermo e poi liquidare come esagerata la disperazione di una persona reale. Si può condannare la violenza in astratto e tollerare l'umiliazione quando diventa una battuta, un gioco o un modo per affermare il proprio potere.
La contraddizione è sotto gli occhi di tutti, ma non sempre viene riconosciuta.
Una società non diventa disumana soltanto quando celebra apertamente il male. Può diventarlo anche quando smette, poco alla volta, di riconoscerlo nei comportamenti di ogni giorno.
Compassione: riconoscere il dolore dell'altro
La compassione non consiste nel commuoversi davanti a una scena triste, né nel pronunciare parole gentili quando non costano nulla. Significa riconoscere che il dolore di un altro essere umano è reale, anche quando non ci riguarda direttamente e non sappiamo come porvi rimedio.
Significa vedere una persona là dove sarebbe più comodo vedere un problema, un fastidio, un peso da sopportare.
Non è necessario aver vissuto la stessa disgrazia per comprendere che cosa significhi soffrire. Né occorre conoscere tutta la storia di qualcuno per accorgersi che ha bisogno di aiuto. Si può anche non essere d'accordo con una persona senza negarle la sua dignità.
La prova arriva quando aiutare richiede tempo, pazienza e la disponibilità a sopportare un disagio che non abbiamo scelto. È facile commuoversi quando il dolore è lontano e possiamo allontanarci appena lo desideriamo. Più difficile è restare quando la sofferenza interrompe i nostri programmi e non offre una soluzione immediata.
È allora che la compassione smette di essere un sentimento di cui vantarsi e diventa una responsabilità.
Misericordia: non eliminare chi soffre
Torniamo al pugnale.
La parola misericordia evoca oggi soprattutto la pietà e il perdono. Ma l'immagine dell'arma usata sul campo di battaglia apre una questione che non si può liquidare con una semplice contrapposizione tra bene e male.
Il colpo di grazia diventa misericordia soltanto nel nome; nel gesto di Caravaggio, è la mano dell'uomo con il pugnale a decidere della vita e della morte.
Davanti a una sofferenza estrema può nascere il desiderio di porre fine a una situazione che non si riesce più a sopportare. Ma chi prova quel desiderio deve chiedersi se stia pensando a chi soffre o al proprio bisogno di non assistere più a quella sofferenza.
Non bisogna confondere il desiderio di alleviare il dolore con quello di non vederlo più.
A volte non sappiamo come aiutare. Non possiamo restituire la salute, cancellare un lutto o riparare un'ingiustizia. La sofferenza ci ricorda che non tutto è sotto controllo e che anche la vita più sicura è esposta alla vulnerabilità.
Allora può venire voglia di allontanarsi, di chiudere gli occhi, di considerare chi soffre un peso. Quasi che la sua scomparsa potesse restituirci la tranquillità.
È qui che il pugnale diventa una metafora inquietante: non soltanto l'arma che pone fine a una vita, ma il simbolo di una pietà rovesciata, che pretende di risolvere il disagio cancellando chi lo rende visibile.
La vera misericordia consiste invece nel domandarsi che cosa possiamo fare per chi soffre. A volte si può alleviare un dolore; altre volte si può soltanto restare accanto a chi lo prova. Ascoltare senza interrompere, offrire una mano senza pretendere gratitudine, rispettare il silenzio di chi non trova le parole.
Non sempre è possibile salvare qualcuno dal dolore. Ma non poterlo eliminare è una cosa; rifiutarsi di condividere almeno una parte del suo peso è un'altra.
Non occorre essere santi
La compassione non richiede di essere santi, né di sacrificare continuamente se stessi per gli altri.
Ma il proprio benessere non può diventare l'unica misura del mondo.
Si può essere stanchi, avere problemi e non riuscire ad aiutare tutti. Nessuno può farsi carico di ogni sofferenza. Tra non poter fare tutto e non voler fare niente, però, c'è una distanza che non dovrebbe essere ignorata.
A volte basta poco: non umiliare chi è già in difficoltà, non ridere di chi è indifeso, non approfittare della debolezza altrui, non voltarsi dall'altra parte quando un gesto concreto può evitare altra sofferenza. E soprattutto, non considerare la sensibilità una colpa da nascondere per apparire forti.
La forza non consiste nell'essere impermeabili al dolore degli altri. Consiste nel non diventare crudeli per dimostrare di non esserne toccati.
Non è eroismo. È il minimo che ci si dovrebbe aspettare da esseri umani capaci di riconoscersi gli uni negli altri.
Quando il dolore degli altri non ci riguarda più
Il rischio più grave non è soltanto che la violenza venga mostrata ovunque. È che, mentre la consumiamo come intrattenimento, perdiamo la capacità di riconoscere ciò che lascia dietro di sé.
Una persona umiliata non è una scena divertente. Un ferito non è un'immagine da scorrere. Un anziano che ha paura, un malato che soffre, un bambino terrorizzato, una donna violata, qualcuno che ha perso tutto non sono comparse nella rappresentazione della vita altrui.
Sono esseri umani. E il loro dolore non diventa meno reale perché disturba la nostra tranquillità, perché non sappiamo come affrontarlo o perché abbiamo imparato a guardare altrove.
Una società rivela quanto sia ancora umana non tanto nelle parole che pronuncia sulla bontà, quanto nel modo in cui tratta chi non può offrirle nulla in cambio.
Non si possono impedire tutte le tragedie, guarire ogni ferita o salvare chiunque. Si può però evitare di trasformare la sofferenza altrui in uno spettacolo o in una seccatura. Si può scegliere di non aggiungere crudeltà a un mondo che ne conosce già abbastanza.
Il pugnale della misericordia appartiene a un'immagine antica, ma non occorre impugnare un'arma per cancellare la sofferenza dalla propria vista. Basta ridurla a un fastidio, distogliere lo sguardo e comportarsi come se, lontano dagli occhi, cessasse di esistere.
Non dovrebbe essere necessario ricordare che dietro ogni dolore c'è un essere di carne e sangue, con le sue fragilità, la solitudine, le paure e la disperazione che la vita spesso comporta.
La freddezza e l'insensibilità con cui guardiamo oggi il dolore altrui possono diventare domani quelle con cui verrà guardato il nostro. Nella vita può arrivare il momento in cui, da spettatori della sofferenza, ci ritroviamo a esserne protagonisti. E allora, al posto della compassione che non abbiamo saputo concedere agli altri, potremmo trovare soltanto la misericordia di triste memoria.
La crudeltà trasformata in intrattenimento rischia di anestetizzarci davanti al dolore reale. Può servire, chissà, finché riguarda gli altri. Si può persino credere che assistere alla sofferenza altrui prepari ad affrontare la propria, quasi fosse un allenamento al dolore.
È un'illusione. Finché il dolore non entra nella nostra carne, è difficile comprenderne davvero il peso, misurarne la profondità e immaginare quanto possa sconvolgere ogni certezza.
Nella vita nessuno è immune. Prima o poi può arrivare il momento in cui non basteranno più la forza, l'orgoglio o l'indifferenza. E sarà proprio la compassione altrui a fare la differenza.
- Rossana vanderBorg
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