mercoledì 23 settembre 2026

Perché l'uomo arriva a infliggere dolore

Le conseguenze della guerra di Peter Paul Rubens
Le conseguenze della guerra di 
Peter Paul Rubens
Quando si pensa alla guerra, si pensa alle uccisioni.
Alla paura, all'umiliazione, al terrore.
A tutto ciò che un essere umano può arrivare a fare a un altro essere umano.

E ci si chiede come sia possibile.

Come può un essere umano arrivare a torturare un altro essere umano?
Come può violentarlo, ucciderlo, distruggere la sua casa, privarlo di tutto ciò che gli appartiene e guardarlo soffrire senza fermarsi?

Ci si chiede soprattutto come si possa arrivare a tanto.

E forse la domanda dovrebbe essere posta ancora prima.

Ci si arriva davvero all'improvviso?

È davvero necessario che un essere umano impazzisca perché possa cominciare a considerare accettabile la sofferenza di un altro?

O esiste un percorso?

Un percorso fatto di piccoli passaggi, di giustificazioni, di convinzioni sempre più rigide, nel quale l'altro smette poco alla volta di essere una persona e diventa quello che ha torto, quello che minaccia, quello che appartiene all'altra parte, quello che deve essere fermato, quello che, alla fine, può anche meritare di soffrire?

Forse è proprio osservando i conflitti più vicini che si può comprendere ciò che accade quando il conflitto diventa guerra.

Una discussione tra genitori e figli può trasformarsi in una contrapposizione nella quale nessuno ascolta più.

Tra compagni di vita può accadere che il desiderio di trovare una soluzione venga sostituito dalla necessità di dimostrare chi ha ragione.

Tra fratelli, amici o persone della stessa comunità, una divergenza può diventare una frattura quando ciascuno smette di vedere nell'altro una persona con cui trovare un accordo e comincia a vederlo soltanto come colui che deve cedere, che ha torto, che ha idee diverse dalle proprie.

All'inizio può esserci soltanto una ragione diversa.

Poi arriva la convinzione che quella ragione sia l'unica possibile.

Poi la necessità di difenderla.

Poi la difficoltà di riconoscere anche solo una parte di ragione nell'altro.

E infine può arrivare qualcosa di ancora più pericoloso: l'idea che la sofferenza provocata per difendere la propria ragione sia accettabile.

Quando la propria ragione diventa l'unica ragione possibile, chi la pensa diversamente non è più soltanto qualcuno con cui confrontarsi. Diventa qualcuno da convincere, da piegare, da combattere.

E lo stesso meccanismo può manifestarsi anche tra comunità e popoli.

Anche una sola persona ha lo stesso valore di mille o di un milione di persone.

L'altro diventa qualcuno che appartiene all'altra parte.

E più l'altro diventa astratto, più diventa facile dimenticare che dietro quella parola esistono persone che soffrono.

È allora che la guerra può diventare possibile.

Non perché milioni di persone impazziscano improvvisamente.

Perché, passo dopo passo, la propria ragione può arrivare a giustificare il dolore dell'altro.

Ecco perché la guerra non è qualcosa di completamente estraneo alla vita quotidiana.

Ogni conflitto contiene una scelta: cercare di comprendere e trovare un accordo, oppure trasformare la propria ragione in una ragione per prevalere.

La guerra è ciò che accade quando questa seconda strada viene portata a una scala nella quale non si combatte più soltanto per avere ragione, ma per disprezzare e annullare un’altra idea, un’altra verità.

Che cosa impedisce alla ragione di diventare una giustificazione?

Che cosa impedisce di vedere l'altro, anche quando ha torto?

E soprattutto: che cosa impedisce di infliggere dolore in nome della propria ragione?

Si potrebbe pensare che a impedire tutto questo siano le regole.

Ma le regole cambiano con le epoche, con le società e con i rapporti di potere. Possono stabilire ciò che è consentito e ciò che non lo è, ma non possono insegnare a sentire la sofferenza dell'altro.

E allora forse la morale viene prima della regola.

Schopenhauer lo aveva espresso in una frase che merita di essere guardata con attenzione:

«La vera compassione per tutti gli esseri viventi è la garanzia più certa di una condotta morale pura.»

Tutti gli esseri viventi.

Anche gli animali.

E non è un dettaglio.

Perché una condotta morale pura non è semplicemente quella che rispetta una norma. È quella nella quale non occorre una norma per impedire di fare soffrire qualcuno, siano esseri umani o animali.

La compassione diventa così il primo limite alla propria volontà: prima ancora di chiedersi se si abbia ragione, ci si trova davanti alla sofferenza dell'altro.

Ed è forse proprio questo che può impedire a un conflitto di diventare guerra.

Ma che cosa significa, davvero, «condotta morale pura»?

Non significa essere perfetti.

Significa che la sofferenza dell'altro è già, di per sé, un limite.

E forse alla base di questo c'è qualcosa di ancora più semplice: l'amore.

Gelosia, possesso, invidia, prevaricazione e controllo non sono amore, anche quando vengono giustificati in suo nome.

L'amore è un'altra cosa.

L'amore vero contiene reciprocità.

È cura, rispetto, comprensione e desiderio del bene dell'altro.

E proprio per questo, quando nasce un contrasto, la prima necessità non può che essere comprendere.

Non significa essere d'accordo.

Significa voler capire che cosa accade dall'altra parte, quali ragioni, quali bisogni e quale sofferenza stanno dietro a ciò che viene detto o fatto.

Perché se questa volontà viene meno, il problema non è ancora il conflitto.

È qualcosa di più profondo: se l'altro non conta, non è amore.

Eppure, in tutte le relazioni affettive, la reciprocità non significa necessariamente dare nella stessa misura.

Può accadere che, in un determinato momento, una parte sia quella che dà di più: si prende cura, sostiene, rinuncia, si sacrifica, ama.

L'altra riceve.

E questo, di per sé, non significa che non ci sia amore.

Il problema nasce quando ciò che si riceve è dato per scontato.

Non è visto come una scelta, come una cura, come una rinuncia.
Semplicemente, c'è.

E ciò che c'è sempre non ha bisogno di essere riconosciuto.

Ciò che era una scelta diventa normale.
Ciò che era offerto liberamente diventa un dovere.
Ciò che richiedeva cura e sacrificio diventa un diritto.

E allora chi dà diventa invisibile.

La sua presenza, la sua fatica, il suo amore e perfino il suo sacrificio non entrano nello sguardo dell'altro, perché tutto ciò che riceve è considerato dovuto.

È uno dei modi più sottili in cui l'altro smette di esistere.

E quando l'altro diventa invisibile, anche la sua sofferenza può diventarlo.

È qui che la reciprocità torna ad avere un significato profondo: non significa restituire esattamente ciò che si è ricevuto, ma non smettere mai di vedere chi sta dall'altra parte.

La ragione dovrebbe servire proprio a questo: non a dimostrare di avere ragione, ma a comprendere prima di giudicare e a cercare, quando è possibile, un accordo che tenga conto di entrambe le parti.

Comprendere non significa rinunciare alla propria ragione.

Significa non usarla come un'arma.

Il problema sorge quando la propria ragione diventa più importante dell'altro.
E la si difende con tutte le armi disponibili.

Ed è così che prima si smette di ascoltare.
Poi si smette di cercare un accordo.

Il dolore che si infligge non lo si ferma più, perché non lo si riconosce come dolore inferto.
Lo si vive come un'arma da utilizzare.

E la guerra è il punto in cui questo meccanismo raggiunge la sua forma estrema.

È questo che rende l'essere umano l'animale più feroce del pianeta.

- Rossana vanderBorg