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| Jasmine |
Nell'articolo precedente, Perché l'uomo arriva a infliggere dolore, si parlava della capacità dell'essere umano di infliggere sofferenza.
La guerra ne è la forma più estrema.
Si uccide, si distrugge, si ferisce e quasi sempre si trova una ragione per farlo. Una causa, una necessità, una giustificazione, un buon motivo.
Come se dare un nome alla ragione potesse rendere meno doloroso ciò che si sta facendo.
Ma la cosa più inquietante è che la guerra non ha il monopolio di questa capacità.
L'essere umano può far soffrire un altro essere umano anche senza una guerra, senza un esercito, senza un'arma.
Può farlo nella propria casa.
Nella propria famiglia. In un'amicizia. In un amore.
Può farlo persino a chi lo ama, a chi è disposto a sacrificarsi per lui.
Può farlo senza pensarci due volte, troverà un buon motivo per giustificarlo.
Finivamo l'articolo scrivendo che l'essere umano è l'animale più feroce del pianeta.
E da qui, vale la pena continuare il discorso.
Perché mentre l'uomo ha costruito nei secoli sistemi sempre più raffinati per giustificare la violenza, esiste accanto a lui un essere che non ha bisogno di grandi principi per dimostrare una cosa molto più semplice: esserci.
Il cane
Non è un caso che, nella vita di molte persone, il rapporto con un cane finisca per assumere un significato che va molto oltre la compagnia.
Alcuni ci crescono insieme.
A volte è un nonno a regalarlo a un bambino e, poco dopo, quel nonno se ne va ai piani superiori, lasciando dietro di sé un animale che diventa quasi un angelo senza ali, testimone di un affetto puro e immenso.
Poi il cane muore.
E un giorno ne arriva un altro. E poi un altro ancora.
Purtroppo, la vita di un cane è troppo breve rispetto alla nostra, e così ci ritroviamo ad attraversare una parte della nostra esistenza insieme a più animali.
Sono tutti diversi.
Hanno caratteri diversi, paure diverse, modi diversi di cercare affetto.
Alcuni sono docili, altri inquieti, altri ancora portano dentro ferite che non possiamo vedere e che forse hanno imparato troppo presto a tenere lontane le mani.
Tuttavia c'è qualcosa che, con le inevitabili differenze, li accomuna.
Quando arriva il momento di esserci, ci sono.
Qui comincia la parte più scomoda del discorso.
Chi appartiene davvero a chi?
Perché continuiamo a chiamare padrone chi vive con un cane, come se quella parola fosse naturale per descrivere una relazione tra due esseri viventi.
È una parola che, del resto, non appartiene soltanto al linguaggio con cui parliamo degli animali. In alcuni Paesi viene ancora utilizzata anche nei rapporti di lavoro per indicare il proprio datore, quasi a sottolineare una relazione tra chi possiede e chi dipende.
Per questo vale la pena chiedersi se sia davvero la parola giusta. Perché un essere vivente non è una proprietà.
E se non accettiamo l'idea che un altro essere umano possa essere il nostro padrone, perché dovremmo considerare naturale usare quella stessa parola per un animale che ci vive accanto?
Chi appartiene davvero a chi?
E che cosa significa possedere un essere vivente?
Dovremmo cominciare da questa domanda, già posta anche in Chi ha firmato l'atto di proprietà della Terra?.
Perché la questione non riguarda soltanto il cane.
Riguarda il modo in cui l'uomo si è abituato a considerare ciò che lo circonda.
Terra, animali, alberi, acqua, persino gli altri esseri umani: tutto può diventare qualcosa da possedere, utilizzare, amministrare, sfruttare.
La risposta è: nessuno.
La Terra esisteva prima di noi e continuerà a esistere dopo di noi.
Non siamo arrivati per prenderne possesso.
Siamo arrivati a viverci.
Eppure abbiamo costruito un'intera civiltà sulla convinzione di essere autorizzati a disporre di ciò che ci circonda.
È proprio questa presunzione di possesso che rende così difficile riconoscere negli altri esseri viventi qualcosa fatto di carne e sangue, di gioia e di dolore.
Un cane non è una cosa.
Non è un oggetto che ci viene consegnato insieme a una casa, a un guinzaglio e a una ciotola.
È una presenza viva, e prova sentimenti.
Quando arriva il momento di esserci
Chi è cresciuto con un cane lo sa.
Si impara presto che ognuno ha il proprio carattere.
C'è quello che sembra non stancarsi mai di giocare e quello che preferisce osservare.
Quello che pretende attenzione e quello che si accontenta di stare nella stessa stanza.
Fin troppi hanno conosciuto la paura prima ancora di conoscere la fiducia.
Animali maltrattati, abbandonati, trascurati, che possono portare a lungo dentro di sé la memoria di ciò che hanno subito.
Nondimeno, anche in loro, c'è una capacità sorprendente di riconoscere il momento in cui una persona ha bisogno di vicinanza.
Non serve spiegarglielo. Non serve convincerli. Non serve promettere nulla.
Ci sono.
È una cosa semplice, naturale.
Al contrario, nella vita degli esseri umani, la presenza è spesso condizionata da qualcosa.
Dal piacere. Dall'interesse.
Dalla convenienza. Dalla capacità dell'altro di dare qualcosa in cambio.
Finché tutto funziona, le persone possono essere molte.
Poi arriva la malattia. Un lutto.
Un problema economico. Una separazione.
Una tristezza che non si vede. Una paura che non si riesce a spiegare.
Una di quelle cose che la vita, senza chiedere il permesso, può scaricare addosso a chiunque.
Ed è allora che cambia tutto.
Le persone che erano sempre presenti possono improvvisamente avere meno tempo.
Quelle che venivano a cercarti quando avevi qualcosa da offrire possono scoprire di avere altro da fare.
Non succede sempre. Sarebbe ingiusto dirlo.
Esistono esseri umani capaci di restare, anche quando restare costa.
Ma sono troppe le assenze che si manifestano proprio quando diventano più necessarie le presenze.
Ed ecco che accade una cosa quasi paradossale.
Nel momento in cui tutto sembra venir meno, qualcuno rimane.
Non sa risolvere il problema. Non può pagare una bolletta.
Non può guarire una malattia. Non può restituire una persona morta.
Non può cancellare una paura.
Ma rimane e si mette accanto.
A volte segue da una stanza all'altra senza sapere esattamente che cosa stia succedendo.
Sa soltanto che qualcosa è cambiato, che qualcosa non va.
Tutto qui. E questo è il punto.
Il cane non deve capire il problema per riconoscere il dolore.
La compassione
Per questo è necessario ricordare la frase :
«La vera compassione per tutti gli esseri viventi è la garanzia più certa di una condotta morale pura.»
Schopenhauer non parlava della compassione come di un ornamento della bontà.
La considerava il fondamento della moralità, proprio perché nella compassione il dolore dell'altro smette, almeno per un momento, di essere qualcosa che ci è estraneo.
Aveva esteso questo principio anche agli animali.
Non è necessario trasformare un cane in un essere umano per riconoscergli il diritto a non soffrire.
Non è necessario attribuirgli le nostre parole, i nostri pensieri o la nostra morale.
Basta riconoscere una cosa elementare.
Soffre. Ha paura.
Sta bene. Sta male.
Cerca qualcuno.
Percepisce l'assenza.
E ama, nel modo in cui un cane può amare.
Jeremy Bentham aveva posto la questione in termini ancora più essenziali: il punto non è stabilire se gli animali siano capaci di ragionare come noi, ma riconoscere che sono capaci di soffrire.
È una domanda che mette in difficoltà proprio l'idea della superiorità umana.
Essere più intelligenti non autorizza nessuno, proprio nessuno, a infliggere più dolore.
Semmai dovrebbe imporci una responsabilità maggiore.
Per questo motivo il cane diventa quasi uno specchio.
Perché non è necessario idealizzarlo.
Può essere testardo. Può essere aggressivo. Può avere comportamenti che non comprendiamo.
Può persino mordere.
Il problema non è che il cane sia incapace di fare del male.
Il problema è che l'uomo, oltre a poter fare del male, ha sviluppato una capacità molto più sofisticata: quella di spiegare a se stesso perché aveva il diritto di farlo.
Questa differenza diventa inquietante.
Un cane può mordere una mano perché ha paura.
L'essere umano può mordere sapendo esattamente dove colpire.
La mano che non si teme
La mano più pericolosa non è quella che ringhia.
È quella che non abbiamo mai pensato di dover temere.
Quella che ci ha accarezzato, che abbiamo stretto, che stava nella nostra vita e davanti alla quale non sentivamo il bisogno di mettere l'elmetto.
Ed è anche per questo che, nella famosa immagine della torre, molti non butterebbero giù il cane.
In quell'immagine estrema, il cane rappresenta qualcosa che l'uomo ha progressivamente reso fragile: la certezza di non doversi difendere proprio dalle persone per le quali ci si è sacrificati e che si sono amate.
Possiamo anche scomodare Gesù.
Non serve entrare nella teologia per riconoscere la potenza umana di quella storia.
Un uomo che predicava amore, fratellanza e compassione viene tradito da qualcuno che gli era vicino e consegnato alla morte.
La mano che tradisce non è quella di un estraneo.
È quella di qualcuno al quale era stata concessa la vicinanza.
Questa è la parte più difficile da accettare.
Non sempre il pericolo arriva da chi mostra i denti.
A volte arriva da chi ci sorride. Da chi si è mostrato gentile e premuroso.
Per questo il cane continua a occupare, nella vita di tante persone, un posto che non è semplicemente quello di un animale da compagnia.
Perché quando tutto va bene è facile stare accanto a qualcuno.
Il valore della presenza si misura quando stare diventa difficile.
Quando non c'è nulla da ricevere.
Quando non c'è nulla da festeggiare.
Quando l'altro non è più allegro, sano, ricco, interessante o utile.
Quando resta soltanto una persona ferita.
E qualcuno decide comunque di restare.
La lezione più scomoda
Il cane non lo fa perché ha letto Schopenhauer.
Non conosce Bentham.
Non sa nulla della compassione come principio morale.
Non ha bisogno di sapere.
È proprio questa la lezione più scomoda.
Noi abbiamo costruito filosofie, religioni, leggi e sistemi morali per insegnarci ciò che un animale riesce semplicemente a fare.
Restare accanto a chi soffre.
Senza che sia chiesto.
Questo signori, è il cane.
- Rossana vanderBorg
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