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| Sera sul viale Karl Johan di Edvard Munch |
Alla fine dell'Ottocento qualcuno aveva già cominciato a vedere nella città moderna qualcosa di inquietante.
Gabriele D'Annunzio, in Maia, descrive le «case mostruose dalle cento e cento occhiaie»: i grandi palazzi e i casermoni delle metropoli diventano quasi creature enormi, prive di misura umana.
Non è ancora il mondo grigio di oggi, ma qualcosa è già cambiato: la città non è più soltanto il luogo costruito dall'uomo per essere abitato. Può diventare una presenza che lo sovrasta.
Davanti al quadro di Edvard Munch è difficile non provare una brutta sensazione: una folla attraversa la città, i volti sembrano quasi identici, gli individui si confondono nell'anonimato.
Da allora sono passati più di cent'anni.
Il mondo nel quale viviamo sta perdendo colore
Basta guardarsi intorno.
Le automobili sono sempre più spesso nere, bianche, grigie o argentate. Le nuove costruzioni prediligono il cemento, il vetro, il metallo e le superfici neutre. Anche gli interni presentati come eleganti e contemporanei si muovono nella stessa gamma cromatica.
Non è accaduto per caso. Per decenni la moda, la pubblicità, il design e la comunicazione commerciale hanno contribuito a orientare il gusto, riproponendo continuamente determinati modelli estetici. Hanno stabilito che cosa fosse moderno ed elegante, che cosa raffinato, che cosa appartenesse al passato e che cosa, invece, rappresentasse il futuro.
Questa tendenza non è nata soltanto dal mercato. Ha anche una precisa radice politica.
Per decenni, soprattutto nei sistemi comunisti e socialisti, l'uguaglianza è stata trasformata in un principio che tendeva a diffidare della differenza e a sostituire ciò che era individuale, particolare e riconoscibile con modelli comuni, standardizzati, ripetibili. Anche le città furono investite da questa idea: costruire per tutti significava spesso costruire secondo gli stessi schemi.
Livellare tutto. Purtroppo verso il basso.
Ma un'ideologia non rimane confinata nelle istituzioni che la professano. Può penetrare nella cultura, nel linguaggio, nell'educazione, nell'arte, nell'architettura e nel modo stesso di intendere la modernità.
Certe idee hanno così finito per attraversare i confini e permeare, in forme diverse, anche le società occidentali. Architetti, ingegneri, designer, stilisti, pubblicitari e intellettuali hanno contribuito, ciascuno nel proprio campo, a diffondere l'idea che per essere moderni fosse necessario liberarsi del passato, delle differenze, degli ornamenti, dei colori e delle forme riconoscibili.
La tradizione è diventata vecchia.
L'ornamento è diventato superfluo.
Il colore è diventato sospetto.
La standardizzazione è diventata modernità.
Quella che era stata un'idea politica ha finito per trasformarsi in un codice culturale. Una volta entrata nella cultura, non ha più avuto bisogno di essere imposta.
Ha cominciato a presentarsi come buon gusto.
In nome della modernità, abbiamo finito per togliere dagli occhi delle persone proprio ciò che per secoli aveva dato carattere ai luoghi nei quali vivevano.
Una scelta si è trasformata in tendenza e, ripetuta ovunque, la tendenza ha finito per sembrare normalità.
A quel punto non era più necessario imporre nulla.
Il gusto era già stato preparato.
Il colore, quindi, non è soltanto una questione estetica. È anche una questione di scelta, ed è proprio qui che incontra il consumismo.
La prima tavolozza è la natura: la bellezza psicologica dei colori naturali
La prima grande tavolozza che l'uomo ha avuto davanti agli occhi non è stata inventata da nessun designer.
È la natura.
Il mare cambia dal blu profondo al turchese, dal verde al grigio sotto un cielo coperto. Le montagne mutano con la luce, con le stagioni, con la neve. Colline, boschi, laghi, campi, cielo e persino terra offrono una quantità di colori che nessuna tavolozza artificiale potrebbe esaurire.
La natura cambia continuamente senza perdere la propria identità.
L'autunno non è meno natura dell'estate. La neve non cancella la montagna. Un cielo grigio non rende meno bello il mare.
Per millenni l'uomo ha vissuto dentro questa varietà e, quando ha cominciato a costruire, ha portato il colore con sé.
Basta guardare le città storiche europee.
Firenze, Venezia, Roma, Siena, Bologna, Praga, Vienna, Lisbona e centinaia di piccoli centri italiani ed europei raccontano ancora una concezione nella quale l'ambiente costruito non era separato dalla vita.
Facciate, persiane, porte, mosaici, affreschi, vetrate, ceramiche, marmi, decorazioni, piazze, chiese e palazzi componevano un paesaggio nel quale l'architettura dialogava con la luce, i materiali e il territorio.
Quelle città non furono costruite per essere fotografate dai turisti. Furono costruite per essere vissute.
Oggi, invece, si fotografa ciò che non si sa più costruire e si attraversa ciò che non si sa più vivere.
La bellezza faceva parte della quotidianità.
Non significa che gli uomini del passato fossero migliori o più sensibili di quelli di oggi. Significa semplicemente che il bello era molto più spesso presente nell'ambiente ordinario nel quale si svolgeva la vita.
E questo pone una domanda.
Che cosa succede a una società quando la bellezza smette di essere parte della vita quotidiana e diventa soprattutto qualcosa da andare a cercare altrove?
Quando il colore diventa una scelta commerciale
Il mercato non ha inventato il desiderio umano di piacere, distinguersi o sentirsi parte di qualcosa.
Ha imparato a utilizzarlo.
L'automobile non viene venduta soltanto per il motore, la sicurezza o la funzionalità. Anche il colore, le linee, gli interni e l'immagine che la circonda comunicano un modo di essere.
La casa non viene presentata soltanto come un luogo nel quale abitare. Diventa uno stile di vita.
Bianco, nero, grigio e beige possono essere associati all'eleganza, alla sobrietà, alla modernità, al successo, alla raffinatezza.
Non c'è nulla di male nel preferirli.
Il problema nasce quando una scelta estetica viene proposta come modello e finisce per apparire l'unica scelta contemporanea, raffinata o corretta.
Il consumismo non deve imporre un oggetto. Deve renderlo desiderabile.
Su questo meccanismo avevamo già ragionato parlando di come il consumo possa trasformarsi da necessità in identità: Dalla scimmia all'influencer: il curioso viaggio del consumismo.
Il mercato non vende soltanto cose.
Vende identità.
L'omologazione che sembra libertà
Prima ancora che si possa scegliere, l'industria ha già deciso gran parte di ciò che sarà disponibile nei negozi, nei cataloghi e nelle vetrine.
La moda e la pubblicità fanno il resto: mostrano ciò che deve essere desiderato, lasciando poi scegliere tra le possibilità che hanno preparato.
Si crede di scegliere ciò che si vuole, quando spesso si è imparato a volere ciò che viene offerto.
Il risultato è un'uniformità che ritroviamo ovunque.
Centinaia di modelli di automobili, ma una gamma cromatica sorprendentemente simile.
Infinite possibilità per arredare una casa, eppure ci ritroviamo davanti a interni che sembrano usciti dallo stesso catalogo.
Migliaia di vestiti disponibili, mentre intere strade sembrano popolate dalla stessa idea di moda.
Il gusto individuale non nasce nel vuoto. Si forma dentro ciò che vediamo continuamente, fino a farci considerare naturale ciò che ci viene riproposto.
E ciò che sembra naturale finisce facilmente per sembrarci giusto.
Il bello che si vede e non si porta nella propria vita
C'è una contraddizione ancora più curiosa.
L'uomo contemporaneo sa ancora riconoscere il bello. Viaggia, visita città antiche, entra nei musei e fotografa palazzi, chiese, piazze, montagne, laghi e tramonti.
Spende denaro per andare a vedere ciò che nella propria vita quotidiana ha progressivamente eliminato.
Ammira Firenze, Venezia e Roma. Rimane incantato davanti a una cattedrale, fotografa un piccolo borgo, si ferma davanti a un quadro. Può restare senza parole davanti a un paesaggio.
Poi torna a casa.
E spesso non si chiede perché quel luogo lo abbia fatto stare bene.
Non si interroga sulle proporzioni, sui colori, sulla luce, sui materiali, sulla relazione tra gli edifici e il paesaggio. Non si domanda perché una piazza antica sia piacevole da vivere mentre una periferia moderna possa sembrare un luogo nel quale si passa soltanto per necessità.
Vede e non collega.
Ammira e non trasferisce.
Fotografa e passa oltre.
È una forma di anestesia: non l'incapacità di vedere, ma quella di sentire fino in fondo ciò che si vede e di trarne una conseguenza.
Si può riconoscere una città bellissima senza chiedersi perché la si trovi bella. Si può amare un paesaggio senza domandarsi quale rapporto si abbia con la natura per il resto dell'anno.
Si può ammirare un'opera d'arte senza comprendere che dietro quella bellezza c'è stato qualcuno che ha pensato, progettato, costruito, rischiato e lavorato.
Si può perfino vivere circondati da oggetti belli senza chiedersi perché nella propria casa non ce ne sia nessuno.
Il bello diventa un'esperienza da consumare.
Non più un criterio con il quale costruire la propria vita.
Il colore e l'ambiente nel quale si vive: il minimalismo e il grigio nell'arredamento moderno
Il colore appartiene alla percezione.
Non è soltanto una decorazione applicata sopra un edificio già esistente. Fa parte dell'ambiente che vediamo ogni giorno e, insieme alla luce, alle forme, ai materiali e alla presenza o assenza di natura, contribuisce all'esperienza di un luogo.
La ricerca scientifica non autorizza a dire che un ambiente grigio provochi depressione. Sarebbe una semplificazione.
Ma nemmeno autorizza a considerare il colore completamente irrilevante.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2025, che ha analizzato 132 studi con oltre 42.000 partecipanti provenienti da 64 Paesi, ha rilevato associazioni ricorrenti tra colori ed emozioni: i colori più chiari risultavano più frequentemente associati a emozioni positive, mentre il grigio compariva più spesso in relazione a emozioni negative e a un basso livello di attivazione.
Non significa che una parete grigia renda infelici.
Significa che il rapporto tra ambiente visivo ed esperienza emotiva è abbastanza complesso da meritare attenzione.
Anche la luce naturale conta. Lo dimostra, in un ambito diverso, la ricerca sul disturbo affettivo stagionale, strettamente legato alle variazioni stagionali della luce e più frequente alle latitudini dove queste variazioni sono più marcate.
L'ambiente nel quale si vive non è un semplice contenitore. Ci si muove al suo interno, ci si abitua e, proprio per questo, si può smettere di accorgersi di quanto condizioni la percezione della propria vita.
È sufficiente confrontare molti centri storici con alcune periferie costruite negli ultimi decenni.
Da una parte, edifici che dialogano con il paesaggio, la luce, i materiali e la storia del luogo. Dall'altra, palazzi, strade, parcheggi, capannoni e infrastrutture che sembrano poter essere spostati da una città all'altra senza cambiare quasi nulla.
Cemento accanto al cemento.
Finestre uguali. Facciate uguali. Colori uguali.
Edifici che potrebbero trovarsi in una città o in un'altra senza che quasi nessuno se ne accorga.
Eppure è proprio lì che crescono i bambini.
È lì che vivono le famiglie, si incontrano le persone e passano gli anni.
La domanda dovrebbe essere semplice:
Come sarà vivere lì?
Quando la cultura rimane fuori dalla vita
Studiare non significa necessariamente diventare persone colte.
Si può accumulare conoscenza senza trasformarla in uno strumento per guardare il mondo.
La cultura dovrebbe insegnare a osservare, collegare, distinguere, comprendere e creare. Dovrebbe diventare pensiero.
Altrimenti rimane separata dalla vita, come acqua e olio.
Si può studiare la storia dell'arte e continuare a vedere una cattedrale soltanto come un monumento da fotografare. Conoscere la storia di una città senza riuscire a percepire una piazza antica come qualcosa di più di uno sfondo. Visitare un palazzo senza domandarsi quali idee sull'uomo, sulla società e sulla bellezza abbiano prodotto quelle forme.
Il sapere rimane separato dalla vita.
Ed è qui che cultura e consumo si incontrano.
La cultura dovrebbe formare il gusto prima che il mercato possa vendergliene uno, fornendo gli strumenti per distinguere, riconoscere la qualità e comprendere perché una forma, un'opera, una città o un paesaggio ci emozionino.
Non per imporre un gusto.
Per permettere di averne uno.
Il consumo, invece, non ha bisogno che si comprenda perché qualcosa sia bello. Gli basta che lo si desideri.
La pubblicità non deve insegnare la storia dell'arte: deve mostrare ciò che deve essere desiderato. Non deve insegnare a creare, ma mostrare ciò che è già stato creato e trasformarlo in oggetto del desiderio.
Senza criteri, resta il suggerimento.
Senza un gusto formato, resta la tendenza.
Senza pensiero, resta la scelta già preparata.
Dalla cultura al consumo
Quando la cultura smette di formare il gusto, il mercato trova uno spazio enorme.
Può decidere che cosa rappresenti un prodotto.
L'automobile può rappresentare successo, libertà, sicurezza, eleganza.
La casa, modernità, prestigio, ordine, stile.
L'abito, appartenenza.
L'oggetto non viene più comprato soltanto per ciò che è, ma per ciò che promette di farci essere.
Ed è qui che il consumo diventa qualcosa di molto più profondo dell'acquisto.
Se l'identità viene cercata negli oggetti, la sostituzione diventa inevitabile.
Cambia il modello. Cambia la moda. Cambia il colore. Cambia lo stile.
E la persona deve cambiare insieme all'oggetto.
Non è più chiamata a creare. È chiamata a inseguire.
Non a domandare. A desiderare.
Non a immaginare possibilità diverse. A scegliere tra quelle già preparate.
Il problema non è possedere. Nasce quando ciò che si possiede comincia a dire chi si deve essere.
Il colore come segno dell'omologazione
Il colore è una delle forme più semplici e immediate del gusto.
Sceglierne uno significa dire qualcosa senza bisogno di parole.
Per questo la progressiva uniformità cromatica può essere letta come un piccolo segnale di un fenomeno più ampio.
Quando il mercato riesce a trasformare un gusto collettivo in un bisogno individuale, la libertà formale rimane, ma il campo delle possibilità che si percepiscono come desiderabili può restringersi.
La differenza è sottile. Si continua a scegliere, ma spesso si desidera, si reagisce e si agisce secondo ciò che il mercato e la moda — anche quando si presenta come contromoda — hanno contribuito a rendere normale. Senza chiedersi se quella scelta nasca davvero da un pensiero proprio.
Un ambiente per vivere
Alla fine, il problema del colore porta a una questione molto più grande.
La qualità della vita.
Una casa dovrebbe essere il luogo nel quale costruire un'esistenza.
Una famiglia ha bisogno di tempo per formarsi, crescere, discutere, sbagliare, ricominciare, condividere.
Le relazioni hanno bisogno di presenza.
La cultura ha bisogno di attenzione.
Il pensiero ha bisogno di tempo.
La corsa permanente verso il lavoro, il guadagno, l'aggiornamento, il cambiamento e il miglioramento continuo va nella direzione opposta.
Si lavora di più per avere di più.
Si compra di più. Si cambia di più. Si desidera di più.
E intanto si vive sempre meno.
Una casa bellissima non serve a molto se non si ha tempo per viverla. La cultura perde significato se non diventa criterio, così come la libertà se non si sa distinguere un proprio desiderio da quello che è stato suggerito.
Un ambiente dovrebbe permettere di costruire una casa, una famiglia, relazioni, comunità, cultura, gusto e una vita.
Non soltanto un curriculum e una lista della spesa.
Non abbiamo bisogno di tornare indietro
Non si tratta di rimpiangere il passato.
Il passato aveva problemi enormi che non c'è alcun bisogno di recuperare.
Si tratta di capire che cosa si è perso mentre si correva verso il futuro.
La natura continua a offrire una tavolozza straordinaria. Per millenni l'uomo ha trasformato quella varietà in architettura, arte, artigianato, città, piazze e luoghi riconoscibili, legati alla storia, ai materiali, al paesaggio e al modo di vivere delle comunità che li abitavano.
Oggi, invece, molti edifici potrebbero trovarsi in una città o in un'altra senza che la loro architettura racconti quasi nulla del luogo nel quale sono stati costruiti.
Si continua a viaggiare per ammirare le città che hanno fatto della bellezza una parte della propria identità.
La contraddizione è evidente.
Il bello viene ancora riconosciuto.
Si è smesso di pretendere che faccia parte della vita quotidiana.
Ed è qui che il colore diventa il segnale visibile di qualcosa di più grande.
La perdita del gusto.
La perdita della capacità di collegare ciò che vediamo a ciò che viviamo.
La perdita del desiderio di essere diversi senza dover comprare una differenza già confezionata.
Tornare a scegliere
Forse il punto, alla fine, è proprio questo.
Tornare a scegliere.
Scegliere un colore perché ci piace.
Una casa perché ci assomiglia.
Un luogo perché ci permette di vivere.
Un libro perché apre una domanda e non perché è di moda o raccomandato da un personaggio influente.
Un lavoro perché lascia qualcosa.
Una persona perché vale il tempo che le dedichiamo.
Una vita perché l'abbiamo pensata e costruita, non semplicemente seguita.
Non basta vedere. Bisogna collegare.
Non basta conoscere. Bisogna comprendere.
Non basta comprare. Bisogna sapere perché desideriamo.
Non basta essere liberi di scegliere.
Bisogna anche sapere che cosa si sta scegliendo e da dove viene il proprio desiderio.
Altrimenti si può studiare senza diventare colti, comprare senza essere felici, lavorare senza costruire, viaggiare senza vedere.
Si può perfino vivere circondati dalla bellezza senza lasciarsi toccare da essa.
E si può arrivare alla fine della vita avendo seguito perfettamente un'esistenza costruita dalle aspettative degli altri, dai modelli, dalla pubblicità, dalla moda, dalla necessità di essere all'altezza.
Una vita piena di cose, di obiettivi, di movimento.
E completamente vuota di sé.
Il problema, allora, non è che il mondo sia diventato grigio.
È che si rischia di essersi abituati al grigio al punto da non sentire più la mancanza di altro.
E quando non si sente più la mancanza del colore, non ci si accorge nemmeno di averlo perso.
- Rossana vanderBorg
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