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| Le Ninfee di Claude Monet |
Viene da chiedersi perché sentiamo il bisogno di trovare un senso anche là dove non riusciamo a intravederne uno.
Albert Camus si è confrontato a lungo con l'assurdità della condizione umana, con la necessità di dare un significato alla propria esistenza e con l'assenza di risposte certe. Una questione che attraversa la filosofia, la religione e, in fondo, la vita di ciascuno di noi.
Il bisogno di dare un senso alla vita
Le religioni sono nate anche per aiutare l'essere umano ad affrontare le incertezze e le paure, a comprendere il proprio simile e a trovare un punto d'appoggio di fronte al mistero. I loro insegnamenti e le loro regole offrono riferimenti per orientarsi, talvolta richiamando principi dettati dal semplice buonsenso. Confucio, Gesù e altri maestri hanno lasciato una bussola, anche se seguirne la direzione non è sempre facile.
Da bambini si dispongono i giochi e, crescendo, ci si illude di poter progettare la propria vita, di esserne gli inventori. Si sceglie una strada anziché un'altra, ci si lascia guidare dall'educazione ricevuta a scuola e in famiglia, dai buoni o cattivi esempi, dalle esperienze che trasformano un ragazzo in un adulto. Da molto altro.
All'inizio c'è l'entusiasmo di poter decidere la propria direzione. Ci si sente liberi, a volte finalmente indipendenti, e si comincia a immaginare ciò che si vorrebbe diventare. Per un certo periodo sembra davvero di avere il futuro nelle proprie mani. È questa una delle meraviglie più belle della giovinezza.
Non si vedono ancora, dietro l'angolo, gli avvenimenti che sfuggono al nostro controllo e possono cambiare il corso delle cose. Per certi versi è una fortuna: vivere nella paura di ciò che potrebbe accadere difficilmente aiuta a costruire qualcosa di nuovo. Sono la speranza e la fiducia nelle proprie possibilità a spingere verso idee, progetti e scelte. Oggi si parla spesso di pensiero positivo, ma il punto è semplice: per mettersi in cammino bisogna credere che qualcosa possa essere realizzato.
Questo non significa avere sempre tutte le carte in mano. Il futuro resta in parte imprevedibile. Ci sono eventi che non si possono anticipare e conseguenze delle nostre scelte che si rivelano soltanto col tempo, a volte in modi del tutto diversi da quelli immaginati.
Quando le buone intenzioni finiscono per ferire
Il futuro resta aperto anche quando il dolore sembra occupare ogni spazio. Ci sono ferite che rendono difficile parlare, ascoltare e ritrovare la strada verso l'altro. A volte il tempo allontana le persone più di quanto avrebbero immaginato, e ciò che in un momento sembra definitivo può assumere un significato diverso con il passare degli anni.
Non sempre, del resto, si fa del male con l'intenzione di farlo. Può accadere che azioni compiute con le migliori intenzioni producano effetti diversi da quelli desiderati. Convinti di agire per il bene di qualcuno, si finisce per provocargli sofferenza senza accorgersi di essere andati dritti verso un baratro, pur credendo di aver fatto tutto il possibile per donargli felicità e serenità.
Qui sta la differenza tra chi sbaglia cercando di fare del bene e chi ferisce per il proprio tornaconto. Nel primo caso si può essere stati ingenui, aver valutato male una situazione o non aver previsto le conseguenze delle proprie azioni; nel secondo, invece, il dolore altrui diventa un prezzo che si è disposti a far pagare pur di ottenere un vantaggio personale.
Riconoscere questa distinzione è importante, soprattutto quando ci si trova a fare i conti con la sofferenza provocata. Non tutte le ferite nascono dalla stessa intenzione, e giudicarle senza considerare ciò che le ha generate può impedire di comprendere davvero quanto è accaduto.
Quando si è coinvolti, non è semplice distinguere ciò che si crede di aver dato da ciò che l'altro ha realmente vissuto. L'amore, come la paura e la convinzione di avere ragione possono confondere le cose. Da una parte ci sono le intenzioni, dall'altra le conseguenze: non sempre coincidono, e riconoscerlo richiede una disponibilità che non si trova facilmente quando ci si sente feriti.
Se non si riesce a dare un senso a quanto è accaduto, il risentimento può prendere il sopravvento. Si arriva a desiderare che l'altro provi la stessa sofferenza, quasi che pareggiare i conti potesse ristabilire un equilibrio. Il dolore ricevuto diventa una misura con cui giudicare ogni cosa, anche ciò che era stato bello.
Il dolore, però, non sempre si manifesta in silenzio. A volte grida, insiste, torna sugli stessi fatti. Cerca parole e risposte che sembrano non arrivare mai. Chi osserva da fuori può scambiare tutto questo per rabbia, ostinazione o desiderio di avere ragione, senza cogliere il bisogno di essere ascoltati e di vedere finalmente riconosciuto ciò che si è vissuto. Ignorare quel grido non lo fa scomparire. Può soltanto allargare la distanza tra le persone.
C'è poi il silenzio, che può avere significati diversi per chi lo sceglie e per chi lo subisce. A volte si sente il bisogno di allontanarsi, di proteggersi o di ritrovare il proprio equilibrio. Per chi resta senza notizie di una persona amata, però, quel silenzio può diventare una fonte di dolore e di domande senza risposta. Non sempre si pretende di capire tutto o di risolvere ogni incomprensione. A volte basterebbe sapere che l'altro sta bene, avere un piccolo segno della sua presenza, senza che questo comporti necessariamente il dovere di ricominciare da dove ci si è lasciati.
Quando una vicenda lascia ferite profonde, può diventare difficile liberarsi dai pensieri che la riportano continuamente alla mente. Il dolore finisce per condizionare il modo di guardare gli altri e persino le possibilità che il futuro potrebbe ancora offrire. In queste situazioni, trovare un equilibrio richiede tempo e la capacità di distinguere il bisogno di essere compresi dal desiderio di ottenere una riparazione.
Lo stesso meccanismo si ritrova nella storia umana, su una scala ben più ampia. Rivalità e contrapposizioni passano da una generazione all'altra, mentre il dialogo viene spesso lasciato in secondo piano. Uscire da questa logica non è facile. Richiede di smettere di vedere nell'altro soltanto un nemico da sconfiggere e di riconoscergli la dignità di una persona con cui provare, almeno, a parlare e ad ascoltare.
Tentare non garantisce un esito positivo. Rinunciare, però, significa chiudere una possibilità senza sapere dove avrebbe potuto condurre. Vale la pena ricordarlo: concedere fiducia a un nuovo tentativo non è necessariamente tempo o sentimento sprecato.
Da secoli la filosofia e la religione si interrogano sulle contraddizioni dell'animo umano. Pur sapendo distinguere il bene dal male, non sempre si riesce a guardare oltre le ferite ricevute. Gesù ha insegnato ad amare persino i propri nemici; Confucio ha posto la reciprocità e il rispetto al centro dei rapporti umani. Sono insegnamenti esigenti, perché invitano a guardare oltre la propria sofferenza senza negare i torti subiti. Non chiedono di dimenticare o di perdonare a ogni costo, ma di riflettere su quanto il dolore possa influenzare il nostro modo di rapportarci agli altri.
Non lasciare che il rancore cancelli il bene
Il dolore può modificare il modo in cui guardiamo al passato. Quando una ferita diventa il centro di tutto, anche i ricordi più belli rischiano di perdere colore, come se ciò che ha fatto stare bene non avesse più valore. Eppure, ciò che è stato vissuto non scompare soltanto perché il presente viene guardato attraverso la sofferenza.
Il dolore grida, ma se nessuno depone le armi, il grido dell'uno finirà per essere coperto da quello dell'altro. Il rancore può arrivare a compiere qualcosa di ancora più crudele del ferire: convincere che ciò che è stato bello, ciò che ha unito e fatto stare bene, non sia mai esistito. I bei ricordi, sono necessari, così come il sapere di essere stati amati per il solo fatto di esistere. Il male può ferire il ricordo del bene, non cancellare il fatto che quel bene lo si è vissuto.
Preservare quello che merita di essere salvato non significa negare il male ricevuto o assolvere chi lo ha provocato. Il passato non si può cambiare, ma si può scegliere di non lasciare che il dolore determini il valore di tutto ciò che abbiamo vissuto. Quando il livore prende il sopravvento, si rischia di buttare via il buono insieme al cattivo. Il risentimento non ripara l'ingiustizia: finisce soltanto per alimentarla.
Non sempre la notte porta consiglio. Una riflessione non è una sentenza, lascia però un pensiero: il senso della vita, chissà, non sta nel trovare tutte le risposte, ma nel non lasciare che il dolore ci faccia perdere di vista ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
In giro si vede troppo poco amore, troppo poco desiderio di fare del bene. A volte basta una mano tesa, un gesto sincero, un segno di pace per riaprire una possibilità. Non cambia il passato, ma può restituire armonia e serenità al futuro
- Rossana vanderBorg
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