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| L'albero della Vita di Gustav Klimt |
L’Albero della vita di Gustav Klimt rappresenta la vita nella sua continua espansione: le radici ancorate alla terra, i rami che si aprono verso il cielo, le spirali che ne esprimono il movimento e l’oro che avvolge ogni cosa in una luminosità calda e senza tempo. Un’immagine di vita che, anche quando il cammino si fa intricato, continua ad aprirsi verso la luce.
Perché rimaniamo ancorati a situazioni che non ci rendono sereni quando, a portata di mano, potrebbe esserci la soluzione capace di regalarci quella pace tanto agognata, quel sollievo da un peso che portiamo sulle spalle e dal quale ci sembra difficile liberarci?
È una domanda alla quale non è semplice dare una risposta. Eppure capita che una situazione difficile, una relazione ormai logorata, un conflitto che si trascina nel tempo o una condizione che da anni sottrae serenità continuino a essere mantenuti in vita, nonostante la possibilità di uscirne sia molto più vicina di quanto sembri.
Non sempre perché una soluzione non esista.
A volte semplicemente non viene vista.
Altre volte viene vista, ma non viene riconosciuta come una possibilità reale. L’orgoglio può impedire di compiere un passo che potrebbe apparire come una rinuncia; l’ostinazione può spingere a continuare una battaglia soltanto perché è già stata combattuta a lungo; l’abitudine può trasformare una situazione insoddisfacente in qualcosa che, pur facendo soffrire, finisce per essere considerata normale.
E può accadere un paradosso ancora più singolare: si può arrivare a spendere una quantità enorme di energie per continuare a sopportare ciò che rende infelici, mentre lo sforzo necessario per uscirne potrebbe essere molto più limitato.
È come se il peso portato sulle spalle diventasse, con il tempo, parte integrante della propria esistenza. Non ci si chiede più quanto sia pesante, ma soltanto come riuscire a continuare a portarlo.
Eppure il peso rimane.
Il prezzo della sopportazione
Ogni situazione ha un costo, anche quando apparentemente non richiede alcuna decisione.
Rimanere significa comunque impiegare tempo, energie e pensieri. Significa continuare a confrontarsi con ciò che genera tensione, risentimento, delusione o tristezza. Significa spesso rimandare indefinitamente la possibilità di vivere diversamente.
Il costo, però, non è sempre evidente.
Una decisione può sembrare difficile perché concentra in un momento preciso tutta la fatica del cambiamento. La permanenza, invece, distribuisce quella stessa fatica nel tempo, rendendola quasi invisibile.
Così si può trascorrere anni a sopportare una situazione che non dà serenità e considerare insostenibile l’idea di affrontare lo sforzo necessario per modificarla.
Ma il confronto dovrebbe essere diverso.
Non soltanto: quanto è difficile uscire da questa situazione?
Anche: quanto costa rimanervi?
A volte la risposta potrebbe sorprendere.
Perché la quantità di energia necessaria per continuare a sopportare una condizione infelice può essere superiore a quella necessaria per interromperla.
Ci sono poi sentimenti che, proprio perché considerati indiscutibili, finiscono talvolta per essere messi in attesa. L’affetto verso i genitori, l’amore, il desiderio di vivere una relazione serena possono essere lasciati sullo sfondo perché altre situazioni, altre difficoltà o altre ragioni sembrano richiedere attenzione e tempo.
Ma quanto può essere ragionevole sacrificare ciò che davvero conta per mantenere in piedi qualcosa che, in fondo, non ne vale altrettanto la pena?
Può accadere che un amore venga rimandato a un momento più favorevole, che un rapporto venga lasciato in sospeso, che la serenità venga continuamente posticipata in attesa che una complicazione si risolva. E intanto il tempo passa.
Quando questi sentimenti vengono messi da parte per troppo tempo, il malessere prodotto dalla situazione può diventare sproporzionato rispetto allo sforzo necessario per modificarla.
Da una parte c’è il lento logoramento di chi continua a vivere dentro una condizione che sottrae serenità: giorno dopo giorno, quasi senza accorgersene, la sofferenza diventa consuetudine.
Dall’altra c’è la possibilità di intervenire, di cercare una soluzione, di cambiare atteggiamento, di interrompere un conflitto, di recuperare un rapporto o di trovare una forma diversa di convivenza con ciò che crea difficoltà.
La metafora della rana nell’acqua che si riscalda lentamente può rendere l’idea di una condizione che peggiora gradualmente, fino a diventare parte della normalità. Ma l’essere umano non è una rana: possiede la capacità di comprendere ciò che gli accade, di valutarne le conseguenze e di cercare una soluzione.
Ed è proprio qui che il paradosso diventa più evidente.
Il malessere può essere riconosciuto e, nonostante questo, continuare a essere accettato.
Non perché non esista una via d’uscita, ma perché la si rimanda, la si complica, la si subordina all’orgoglio, alle aspettative, alle ragioni del passato o alla convinzione che prima o poi qualcosa cambierà da solo.
La differenza è che la rana della metafora non può scegliere.
L’essere umano sì.
Può rimanere nell’acqua mentre la temperatura sale, continuando a sopportare un disagio che cresce lentamente; oppure può riconoscere che il calore è diventato insopportabile e decidere di uscire.
Non è dunque la capacità di sopportare a mancare. È proprio quella capacità, quando viene protratta oltre il necessario, che può diventare il problema.
Perché sopportare per anni una situazione che sottrae serenità può richiedere infinitamente più energia di quella necessaria per cercare una soluzione. E nel frattempo vengono trascurati sentimenti che hanno un valore profondo: l’affetto verso i genitori, l’amore, la gratitudine, il desiderio di vivere in pace.
Sentimenti che, una volta sottratti alle complicazioni che li hanno soffocati, potrebbero restituire una serenità molto più grande dello sforzo necessario per ritrovarla.
Quando avere ragione diventa più importante che stare bene
Tra gli ostacoli che possono impedire di vedere una soluzione, l’orgoglio occupa un posto particolare.
L’orgoglio può rendere difficile accettare che una situazione non abbia avuto l’esito sperato, che una relazione non possa essere salvata, che una discussione non possa essere risolta, che una persona non cambierà o che una battaglia, per quanto giusta possa essere sembrata all’inizio, non meriti più di essere combattuta.
Può diventare persino difficile rinunciare ad avere ragione.
Eppure avere ragione non coincide necessariamente con stare bene.
Una vittoria ottenuta dopo anni di conflitti può lasciare intatta la tristezza. Una spiegazione finalmente ottenuta può non cancellare ciò che è accaduto. Un riconoscimento tardivo può non restituire il tempo perduto.
In alcuni casi, continuare a pretendere qualcosa dal passato significa permettere al passato di continuare a occupare il presente.
La rinuncia, allora, non sarebbe necessariamente una sconfitta.
Potrebbe essere semplicemente la scelta di non pagare più il prezzo di una situazione che non ha più nulla da offrire.
La felicità può anche consistere nel togliere
La felicità viene spesso immaginata come qualcosa da conquistare.
Un traguardo da raggiungere, un desiderio da realizzare, qualcosa che ancora manca e che deve essere trovato.
Ma già nella filosofia di Epicuro la felicità assume una forma diversa. Il piacere non coincide con una ricerca incessante di nuove soddisfazioni. La tranquillità dell’animo, l’assenza di turbamento e la liberazione dal dolore occupano un posto fondamentale nella sua concezione della vita felice.
La prospettiva cambia.
La serenità non deve necessariamente essere costruita aggiungendo qualcosa alla propria esistenza.
Talvolta può essere ritrovata semplicemente eliminando ciò che la ostacola.
Non è una differenza da poco.
Per raggiungere qualcosa che non si possiede occorre cercare, costruire, conquistare. Per liberarsi di qualcosa che pesa può essere sufficiente smettere di sostenerlo.
Ed è forse proprio questa semplicità a rendere il passaggio così difficile da riconoscere.
L’idea che la felicità debba essere conquistata porta a guardare lontano, mentre la serenità potrebbe trovarsi molto più vicino: dall’altra parte di una decisione, di una rinuncia, di una separazione, di un cambiamento o semplicemente della scelta di non alimentare più ciò che produce sofferenza.
La perdita della capacità di agire
Anche il pensiero di Spinoza aiuta a comprendere questo meccanismo.
Nella sua filosofia, la gioia non è soltanto uno stato piacevole dell’animo: è associata a un aumento della capacità di agire, mentre la tristezza corrisponde a una diminuzione di questa capacità.
Quando una situazione difficile si prolunga nel tempo, quindi, non è soltanto la serenità a essere compromessa.
Può ridursi anche la capacità di immaginare alternative.
Ciò che inizialmente appariva come una condizione temporanea può diventare la normalità. La sopportazione può trasformarsi in abitudine. L’abitudine può diventare rassegnazione.
E a quel punto anche una possibilità concreta di cambiamento può sembrare lontana.
Non perché lo sia realmente, ma perché è diventata difficile da concepire.
La vita finisce così per essere organizzata intorno al problema, anziché intorno alla possibilità di liberarsene.
Si continua a cercare il modo di sopportare meglio il peso, invece di chiedersi se sia ancora necessario portarlo.
Sopravvivere non è la stessa cosa che vivere
È forse qui che emerge la contraddizione più profonda.
L’essere umano ricerca la serenità, desidera la tranquillità, aspira alla felicità e, nello stesso tempo, può rimanere per anni dentro condizioni che rendono quasi impossibile raggiungerle.
Può dedicare una quantità enorme di energie a mantenere in equilibrio una situazione dolorosa e chiamare questa resistenza forza.
Ma resistere non significa necessariamente vivere.
A volte significa soltanto continuare.
E continuare, quando una via d’uscita esiste, può diventare una forma di rinuncia alla propria serenità.
Forse la felicità desiderata per tanto tempo potrebbe richiedere meno sforzo della sofferenza necessaria per continuare a vivere senza di essa.
La pace tanto agognata non è sempre dall’altra parte di un lungo cammino. A volte è molto più vicina di quanto si immagini.
Può trovarsi nella rinuncia a una battaglia, nell’abbandono di un risentimento, nella fine di una situazione che non ha più ragione di continuare, nella capacità di guardare diversamente ciò che è accaduto.
Può trovarsi, semplicemente, nel gesto di deporre finalmente quel peso che per tanto tempo è stato portato sulle spalle.
Non sempre la felicità deve essere cercata. A volte deve soltanto essere riconosciuta.
- Rossana vanderBorg
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