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| Mosaico L'albero della vita, leone e gazzelle Palazzo di Hasham a Gerico |
La frustrazione è ciò che si prova davanti a situazioni che non hanno nulla di razionale e che, tuttavia, riportano a una condizione molto più antica, quando la sopravvivenza dipendeva dall’essere abbastanza forti da difendersi o abbastanza prudenti da non diventare prede.
In quella realtà esisteva un’alternanza elementare tra prede e predatori: qualcuno agiva, qualcuno subiva, qualcuno cercava di sottrarsi al pericolo.
La vita moderna ha costruito quella che è solo una pia illusione: regole, convenzioni, istituzioni e forme di convivenza che avrebbero dovuto allontanarci da quella condizione.
Nelle relazioni quotidiane, non è difficile incontrare comportamenti che sembrano appartenere a un mondo molto più antico. Cambiano le forme, ma non sempre cambiano le dinamiche.
Perché le relazioni umane diventano difficili
Le difficoltà non cominciano necessariamente fuori casa. Spesso hanno origine proprio nel luogo che dovrebbe rappresentare il primo spazio di sicurezza: la famiglia.
È tra le mura domestiche che si imparano, ancora prima di poterle comprendere, le regole della convivenza, il rispetto, le emozioni e il modo di reagire quando qualcuno cerca di imporre la propria volontà. Non tutte le famiglie insegnano le stesse cose.
Ognuno è un anello della catena che lo lega alle esperienze vissute e alle persone che lo hanno preceduto; ciò che si è imparato, nel bene e nel male, finisce per influenzare il modo in cui si costruiranno le relazioni successive.
Il primo banco di prova sono proprio i genitori. A loro va riconosciuto, prima di ogni altra considerazione, il fatto di averci donato la vita. Seppur non richiesta è gradita.
Il rapporto con loro impone uno degli equilibri più difficili da imparare: essere prima protetti e poi imparare a proteggere; essere dipendenti e poi diventare indipendenti; considerarli, nell'infanzia, come coloro che sanno e ai quali ci si affida, per arrivare con il tempo a riconoscerli semplicemente come esseri umani.
È un passaggio che richiede di abbandonare gradualmente l'idea che i genitori possiedano tutte le risposte, senza per questo cancellare ciò che hanno rappresentato. Anche loro sbagliano, possono avere torto, cambiare idea, avere debolezze e contraddizioni.
Riconoscerlo non significa demolire la loro figura, così come riconoscere ciò che hanno sbagliato non cancella ciò che hanno fatto.
Crescere significa anche imparare questo: la persona che durante l'infanzia sembrava avere sempre una risposta non era onnisciente; era semplicemente un adulto al quale, in quella fase della vita, era affidata la responsabilità di proteggere.
Diventare adulti significa poter vedere finalmente i propri genitori per quello che sono: persone, con i loro meriti e i loro errori, senza che ogni errore diventi un tradimento e senza che ogni divergenza si trasformi in una guerra.
È questo uno dei primi esercizi di equilibrio nelle relazioni: passare dalla dipendenza all'indipendenza senza trasformare l'indipendenza in rifiuto, e dal bisogno di essere protetti alla capacità di proteggere, ricordando chi ci ha protetti.
Dalla famiglia alle relazioni con gli altri
Da lì si esce nel mondo portandosi dietro ciò che si è imparato e ci si ritrova a convivere con persone che hanno ricevuto educazioni diverse, sviluppato esigenze diverse e stabilito, spesso senza rendersene conto, regole personali rispetto alle quali pretendono che gli altri comprendano, si adeguino o facciano entrambe le cose.
La difficoltà aumenta quando si è obbligati a condividere uno spazio. È ciò che accade con i vicini, con le persone che si frequentano occasionalmente, con i conoscenti.
Lo stesso accade nei luoghi di lavoro, dove la necessità di collaborare non elimina la competizione, le ambizioni personali, le antipatie e le strategie con cui ciascuno cerca di difendere la propria posizione. In questo caso non ci si può semplicemente allontanare: bisogna continuare a incontrarsi, parlarsi, collaborare e, talvolta, dipendere l'uno dall'altro.
Piccoli conflitti possono nascere da questioni apparentemente insignificanti. Dietro possono esserci il bisogno di affermarsi, la scarsa considerazione dell'altro, la convinzione che le proprie esigenze abbiano sempre la precedenza. Oppure, all'opposto, ci si ritrova sottomessi, trattati male, offesi, umiliati, fino a generare malessere e desiderio di rivalsa.
È qui che la convivenza civile mostra tutta la sua fragilità. Non basta vivere in una società regolata da norme per comportarsi secondo ragione. Le regole possono stabilire ciò che non si deve fare, ma non impediscono di trasformare ogni rapporto in una lotta per il proprio spazio, il proprio vantaggio o la propria affermazione.
E così, dietro molte situazioni quotidiane che sembrano incomprensibili, può riapparire quella stessa antica logica: chi cerca di imporsi e chi cerca di difendersi, chi attacca e chi si ritrae, chi considera l'altro un ostacolo e chi finisce per vivere ogni rapporto come una minaccia.
La stessa logica, portata fuori dalle relazioni personali, rende difficile accettare chi pensa diversamente sul piano politico o religioso, alimenta la pretesa di appropriarsi di ciò che non serve più alla sopravvivenza ma al superfluo e, quando viene portata alle sue estreme conseguenze, può trasformare la rivalità tra individui in conflitti tra gruppi e persino in guerre.
È proprio questo a rendere la frustrazione così difficile da sopportare: non soltanto l'ingiustizia o l'assurdità di ciò che accade, ma la scoperta che, nonostante secoli di civiltà, l'essere umano non ha smesso del tutto di comportarsi come se dovesse ancora scegliere, ogni giorno, se essere predatore o preda.
Il difficile equilibrio che dovrebbe permettere di uscire da questo turbinio di incomprensioni, gelosie, invidie, senso di superiorità o di inferiorità, orgoglio, superbia, rabbia e necessità di mettersi in mostra dovrebbe essere la ragione.
Non una ragione fredda, capace soltanto di reprimere ciò che si prova, ma quella facoltà che permette di osservare ciò che accade dentro di sé prima di trasformarlo in un comportamento e di attribuirne continuamente la responsabilità agli altri.
Perché quasi nessuno di questi sentimenti rimane davvero nascosto.
Chi pensa che la forza sia qualcosa da esibire e da apprezzare, senza accorgersi dell'ostilità che spesso la accompagna, dovrebbe chiedersi che cosa vede negli occhi degli altri quando entra in una stanza. Chi prova invidia o gelosia dovrebbe sapere che, per quanto tenti di mascherarle, prima o poi qualcosa trapela: un tono di voce, una reazione sproporzionata, una soddisfazione malcelata davanti all'insuccesso altrui, un'insofferenza davanti a ciò che l'altro possiede o rappresenta.
Chi ha bisogno di mostrarsi superiore finisce spesso per rendere evidente proprio ciò che vorrebbe nascondere: il bisogno di esserlo. E chi vive in una continua condizione di inferiorità può trasformarla in risentimento, diffidenza o aggressività.
Lo stesso vale per l'orgoglio che non permette di riconoscere un errore, per la superbia che impedisce di ascoltare, per la rabbia che pretende di avere sempre una giustificazione, per il bisogno di essere ammirati e per la necessità di avere ragione anche quando non serve più averla.
Gli altri vedono.
E ciò che vedono finisce per influenzare il modo in cui si rapportano a noi. Chi entra continuamente nelle relazioni con il bisogno di prevalere troverà chi si difende o si allontana. Chi interpreta ogni successo altrui come una diminuzione del proprio valore difficilmente riuscirà a vivere serenamente accanto agli altri. Chi sospetta intenzioni ostili può finire per vedere ostilità anche dove non ce n'è. Chi usa gli altri può ottenere ciò che vuole, ma difficilmente costruirà rapporti fondati sulla fiducia.
Anche chi si lascia usare porta nella relazione il proprio disagio, il proprio risentimento e la propria frustrazione.
È così che rapporti che avrebbero potuto essere semplici diventano complicati, che le conoscenze non diventano amicizie, che le amicizie si consumano, che la convivenza si trasforma in una successione di tensioni e che il luogo di lavoro diventa un ambiente dal quale si desidera soltanto allontanarsi.
Alla lunga, il prezzo può essere molto più alto del singolo conflitto: isolamento, solitudine, amarezza, difficoltà a fidarsi, incapacità di chiedere aiuto o di accettarlo.
Eppure c'è chi pensa di poter fare a meno degli altri, o sostiene che degli altri non gli importi nulla. È un'illusione. Aristotele aveva già individuato, nella Politica, la natura sociale dell'essere umano: la vita non si compie nell'isolamento e chi fosse realmente autosufficiente al punto da non avere bisogno della comunità, nella sua celebre formulazione, sarebbe «una bestia o un dio».
Degli altri non abbiamo bisogno soltanto per ciò che materialmente possono darci. Ne abbiamo bisogno per vivere, per confrontarci, per essere aiutati e per aiutare, per condividere ciò che ci accade e per sentirci parte di qualcosa che non sia soltanto la difesa del proprio territorio.
Si può anche scegliere la solitudine, ma non si può trasformare l'umanità in un mondo di individui che non hanno bisogno di nessuno. Non si può vivere serenamente se ogni altra persona viene percepita come un possibile nemico, un rivale o una minaccia.
Sarebbe come vivere nella condizione della gazzella che fiuta continuamente l'aria per capire se nei dintorni c'è un leone. Non vive soltanto: controlla, ascolta, osserva, è pronta a fuggire. Ogni rumore può annunciare un pericolo.
Vivere con gli altri non significa essere ingenui, fidarsi indistintamente di chiunque o rinunciare a difendersi quando è necessario. Significa poter abbassare la guardia senza dover trasformare ogni relazione in una prova di forza.
La ragione come equilibrio nelle relazioni
La ragione serve a non trasformare ogni emozione in un'azione e ogni reazione in un nuovo motivo di conflitto. Serve a riconoscere l'invidia prima che diventi cattiveria, la gelosia prima che diventi controllo, l'orgoglio prima che impedisca di riconoscere un errore, la rabbia prima che diventi aggressione, il bisogno di approvazione prima che trasformi ogni rapporto nella ricerca continua di consenso.
Non elimina ciò che si prova. Impedisce che ciò che si prova decida al posto nostro come trattare gli altri.
Ed è proprio questo che permette di uscire dalla logica della preda e del predatore: non smettere di essere umani.
- Rossana vanderBorg
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