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| Purificazione del Tempio di El Greco |
Non è la Chiesa che voglio mettere sotto accusa. Sono i troppi uomini della Chiesa che hanno dimenticato il proprio ruolo.
Sono stati chiamati a essere pastori di anime. E invece troppi di loro sono diventati oratori politici.
Ed è snervante ascoltare vescovi, cardinali, persino papi, pronunciare parole altisonanti e predicare principi che sembrano spesso lontanissimi dalla realtà, dalla logica e dalla vita di ogni giorno che milioni di persone vivono nelle nostre città e nei nostri paesi, quasi che bastasse una dichiarazione solenne per dimostrare la propria bontà.
Parole che suonano bene, che fanno apparire misericordiosi, accoglienti, giusti, ma che troppo spesso sembrano ignorare la complessità della vita concreta e le conseguenze reali che quelle parole possono avere sulla gente comune.
E, dato che parliamo di uomini che hanno studiato e che pretendono di offrire una guida alla società, ci si aspetterebbe anche qualcosa di più della semplice capacità di puntare il dito contro questo o quel politico.
Perché criticare è facile. Più difficile è trovare soluzioni.
Più difficile è confrontarsi con la complessità della realtà, assumersi la responsabilità di un ragionamento, proporre una strada possibile invece di limitarsi a dire ciò che non va.
Non basta dire che una politica è sbagliata: bisogna spiegare come la si cambierebbe.
Non basta indicare il problema: bisogna avere la capacità di cercare una soluzione.
Altrimenti anche la predica diventa soltanto una forma di facile consenso: si critica chi governa, ci si presenta dalla parte dei buoni e ci si attribuisce automaticamente una superiorità morale.
Ma governare, amministrare una città, affrontare la povertà, l'immigrazione, la sicurezza, il lavoro, la solitudine o qualsiasi altro problema concreto significa misurarsi con la realtà, non con gli slogan.
Spesso sembrano studiosi di marketing. Solo che quelli, almeno, sanno vendere il loro prodotto.
E allora, se proprio vogliono entrare nella politica, sarebbe lecito aspettarsi da questi uomini non soltanto giudizi, ma idee; non soltanto accuse, ma soluzioni; non soltanto parole, ma capacità di fare.
Altrimenti perché entrare continuamente nel terreno della politica?
Perché è molto facile dire agli altri che cosa stanno facendo male.
Molto più difficile è fare qualcosa di meglio.
Eppure basterebbe tornare alle parole di Cristo.
Quando gli viene chiesto se sia lecito pagare il tributo a Cesare, Gesù risponde:
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.» (Matteo 22,21)
Una frase semplice, ma di una forza straordinaria.
Cesare rappresenta il potere degli uomini, la politica, lo Stato, la dimensione terrena.
Dio appartiene a un'altra dimensione.
E forse proprio qui sta una delle dimenticanze più gravi di chi oggi si presenta come guida spirituale: confondere ciò che appartiene a Cesare con ciò che appartiene a Dio.
Il sacerdote non è stato chiamato a conquistare il potere politico, né a trasformare il Vangelo in un programma elettorale.
È stato chiamato a parlare all'uomo.
A quell'uomo che nessun partito potrà mai salvare dalla morte, dalla solitudine, dalla paura e dalla domanda sul senso della propria esistenza.
E se persino Cristo seppe distinguere Cesare da Dio, perché oggi dovrebbe essere il sacerdote a non saperlo più fare?
Eppure è proprio questo che vediamo accadere.
Parlano di destra e di sinistra, di governi, di elezioni, di ideologie. Entrano continuamente nel dibattito politico e sociale, prendono posizione, indicano ai fedeli — direttamente o indirettamente — quale dovrebbe essere la parte giusta.
Ma quando parlano dell'anima?
Quando parlano della morte?
Quando parlano del senso dell'esistenza, della colpa, del perdono, della coscienza, della solitudine dell'uomo davanti a se stesso e davanti a Dio?
Perché una persona che entra in una chiesa non dovrebbe trovare un altro comizio.
Dovrebbe trovare un pastore.
E qui c'è una curiosa ironia della storia.
Pensiamo agli uomini di Chiesa di altri tempi che fecero politica apertamente. Ai Borgia, ai cardinali che sedevano nei consigli dei re, a Richelieu.
Non erano certo modelli di purezza evangelica. Alexander VI Borgia rappresenta anzi uno degli esempi più clamorosi di quanto il potere temporale potesse arrivare a contaminare il papato. Richelieu fu un cardinale, ma anche il potentissimo ministro di Luigi XIII e uno dei grandi artefici della politica francese del Seicento.
Eppure c'è una differenza.
Quelli facevano politica sapendo di fare politica.
Avevano un progetto di potere, difendevano interessi, costruivano alleanze, combattevano guerre, rafforzavano Stati e dinastie. Si può giudicare quello che fecero, ma non c'è bisogno di fingere che non fosse politica.
Oggi assistiamo a qualcosa di molto più grottesco.
Troppi uomini della Chiesa fanno politica mentre dovrebbero fare i pastori di anime.
E mentre la Chiesa perde fedeli, si dà praticamente la zappa sui piedi.
Le chiese sono sempre meno attrattive e sempre più vuote.
Guardiamo il Brasile.
Nel 1970 circa il 91,8% dei brasiliani si dichiarava cattolico. Nel censimento del 2022 i cattolici erano scesi al 56,7%. Gli evangelici erano arrivati al 26,9% e le persone senza religione al 9,3%.
Non stiamo parlando di una piccola variazione statistica.
Stiamo parlando della trasformazione religiosa di un Paese.
Il Brasile rimane ancora oggi il Paese con la più grande popolazione cattolica numerica, ma il cattolicesimo non è più quella maggioranza schiacciante che rappresentava fino a pochi decenni fa.
E nel vuoto lasciato dalla progressiva perdita di centralità del cattolicesimo, il Brasile si è ritrovato infestato da sette, predicatori e movimenti religiosi di ogni genere.
Predicatori che, attraverso i media, sembrano talvolta vendere la fede come si vendono i deodoranti: sorrisi, slogan, telecamere e promesse.
E purtroppo, per non essere da meno, anche dentro la Chiesa sembra essersi fatta strada la necessità di trasformarsi in spettacolo: preti cantanti, preti piacioni, preti che cercano la telecamera, come se il consenso mediatico potesse sostituire la capacità di stare accanto alla propria gente.
Ma la gente non ha bisogno soltanto di vedere un sacerdote davanti a una telecamera. Ha bisogno di entrare in una chiesa.
Anche nelle grandi città.
Perché una chiesa non dovrebbe essere soltanto un edificio dove si celebra una funzione. Dovrebbe essere una casa.
Una casa dove le persone entrano, si incontrano, si riconoscono, si guardano in faccia. Una comunità dove ci si dà il segno della pace, dove una mano può stringere un'altra mano, dove una persona può sentirsi meno sola.
E questo vale tanto per chi vive nelle grandi città quanto per chi vive nei piccoli centri, nei paesi, nelle campagne.
Ci sono comunità dove esistono chiese costruite con immenso amore da generazioni di persone che hanno messo insieme sacrifici, offerte, lavoro e fede per poter avere un luogo in cui pregare, incontrarsi e sentirsi parte di qualcosa.
È lì che dovrebbe esserci il pastore.
Non necessariamente davanti a una telecamera. Accanto alla sua gente.
Nelle chiese sparse in tutto il Paese, anche nei centri più piccoli. Lì dove un sacerdote può conoscere i nomi delle persone, ascoltarne le difficoltà, accompagnarle nei momenti di dolore, celebrare una nascita, un matrimonio, un funerale, entrare nella vita concreta di una comunità.
Perché questo è il senso di una comunità: non soltanto ascoltare qualcuno che parla, ma incontrarsi, guardarsi negli occhi, condividere la propria umanità.
Una telecamera può dare notorietà. Non può dare una comunità.
E soprattutto non può fare il pastore.
E allora una domanda scomoda bisogna pur farla: che cosa stava facendo la Chiesa mentre milioni di persone smettevano di riconoscersi in essa?
Era impegnata a parlare alle anime?
Oppure era troppo occupata a parlare alla società, alla politica, ai governi, agli elettori?
Perché una Chiesa che dimentica le anime finisce per lasciare quelle anime disponibili a chiunque sappia promettere loro una risposta.
E questo dovrebbe essere il vero scandalo.
Non che il mondo cambi.
Ma che una Chiesa, invece di domandarsi perché gli uomini se ne allontanano, possa arrivare a preoccuparsi più della propria posizione nel dibattito politico che della propria missione spirituale.
La politica appartiene alla città degli uomini.
La filosofia pone all'uomo le domande fondamentali: chi siamo, perché esistiamo, che cosa sono il bene e il male, che cosa significa morire.
Sono le domande che accompagnano l’uomo nel suo viaggio interiore: Itaca? Dove si trova, davvero?
La religione dovrebbe aprire una porta verso ciò che trascende tutto questo.
Gli antichi dèi erano spesso legati alla città, alla guerra, alla prosperità, al potere e al destino della comunità.
Il cristianesimo aveva introdotto qualcosa di radicalmente diverso: un Dio che non apparteneva semplicemente a una città, a un esercito o a una fazione.
E oggi rischiamo, paradossalmente, di tornare indietro.
Dio chiamato a stare da una parte.
Il sacerdote chiamato a indicare quale parte. La fede trasformata in appartenenza politica.
E allora viene da chiedersi: che cosa distingue più quel sacerdote da un militante politico?
Un essere umano che entra in una chiesa perché cerca Dio non dovrebbe trovare un propagandista.
Non dovrebbe trovare un ideologo. Non dovrebbe trovare un oratore politico.
Dovrebbe trovare un pastore di anime.
E qui torna alla mente quel vecchio precetto: ascolta ciò che il prete predica e non ciò che fa.
Ma come si può chiedere a un fedele di separare le due cose quando il comportamento del pastore contraddice continuamente la sua predicazione?
È proprio questo il punto.
Una Chiesa che vuole riconquistare l'uomo non deve insegnargli per chi votare. È compito della Chiesa ricordare che Gesù non ci ha chiamato a dividere il mondo tra buoni e cattivi, né a stabilire quali uomini meritino la nostra approvazione e quali la nostra condanna secondo lo schieramento a cui appartengono.
È compito della Chiesa ricordare all'uomo il Vangelo, non trasformarlo in una graduatoria politica del bene e del male.
Deve ricordarsi perché quell'uomo è entrato dalla sua porta.
Perché non cercava un partito.
Cercava Dio.
- Rossana vanderBorg
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