![]() |
| Il ritorno di Ulisse del Pinturicchio |
In alcuni momenti della vita ci viene spontaneo pensare che il destino si abbatta ineluttabile contro di noi. Chissà, forse è un modo per scansare le nostre responsabilità di fronte a scelte mal riuscite, oppure perché, all'improvviso, tra capo e collo ci piombano addosso problemi e disgrazie che facciamo fatica a comprendere e a controllare.
Spesso è più facile prendersela con Dio. Un tempo era colpa degli dèi. Oppure ci arrabbiamo e ci scagliamo contro persone che riteniamo responsabili di averci offeso, danneggiato o semplicemente creato un disagio proprio nel momento in cui eravamo più fragili.
A quasi nessuno viene da pensare che molte delle nostre scelte non siano realmente libere, ma guidate da paure, condizionamenti, convinzioni e ferite di cui siamo poco consapevoli. Così si finisce per credere che sia il destino a decidere per noi e che non ci sia più nulla da fare contro la sorte che ci è stata riservata.
Disturbando ancora una volta Carl Gustav Jung, è bene ricordare una citazione a lui attribuita:
«Finché non renderai cosciente ciò che abita nel tuo inconscio, continuerai a chiamarlo destino.»
Ma la faccenda è tutt'altro che semplice.
Molto spesso finiamo per dare il nome di destino alla paura. Si diventa rinunciatari non per mancanza di alternative, ma perché ogni alternativa ci costringe a fare i conti con qualcosa che ci spaventa. La paura del giudizio degli altri. Dello status sociale. Di deludere qualcuno. Oppure, semplicemente, dell'ignoto.
Erich Fromm scriveva che la libertà significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte e che, proprio per questo, la maggioranza preferisce rifugiarsi nel conformismo. Jung, dal canto suo, sosteneva che vivere seguendo automatismi senza mai interrogarsi porta a ripetere gli stessi schemi all'infinito. Si finisce così per dare sempre la colpa ai genitori, all'educazione, alla società, al destino, a tutto fuorché alle proprie decisioni. Uscirne sarebbe possibile, ma ancora una volta è la paura a prendere il comando. È lei, più del destino, a governare la nostra vita.
Non sempre siamo vittime delle circostanze.
Spesso siamo prigionieri dell'immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
"Sono troppo vecchio."
"Non sono abbastanza bravo."
"Gli altri non capirebbero."
"Ormai è tardi."
A questo punto viene naturale porsi una domanda.
Dove si trova davvero Itaca?
Da quasi tremila anni rispondiamo tutti allo stesso modo: è un'isola del Mar Ionio, la patria di Ulisse. Ma è davvero soltanto questo?
Itaca non è solo una meta. È il luogo in cui Ulisse è costretto a rispondere a una sola domanda: dopo tutto quello che ha vissuto, chi è diventato?
Ulisse impiega dieci anni per tornare a casa. Ma il viaggio più lungo non attraversa il mare.
Attraversa sé stesso.
I Ciclopi rappresentano la forza cieca, incapace di vedere oltre il proprio punto di vista.
Le Sirene sono il richiamo delle illusioni.
Calipso offre l'immortalità e una vita senza sofferenza, ma al prezzo della libertà e della propria identità.
La discesa nell'Ade è forse il momento più significativo. Prima di poter tornare a casa, Ulisse deve guardare in faccia la morte, il proprio passato e tutto ciò che preferirebbe evitare. È una potente metafora dell'introspezione. Nessuno torna davvero cambiato senza aver attraversato la propria oscurità.
Per questo il ritorno a Itaca può essere letto non soltanto come un ritorno geografico, ma come il ritrovamento di sé.
Molti secoli dopo James Joyce riprende quel viaggio e lo trasferisce nella coscienza dell'uomo moderno. Il suo Ulisse non combatte più contro Ciclopi e tempeste, ma contro la solitudine, il senso di colpa, il giudizio degli altri, il conformismo, il fallimento e la vergogna.
I mostri non abitano più il mare.
Hanno cambiato casa.
Abitano la nostra mente.
Sono gli stessi ostacoli che impediscono a tante persone di cambiare lavoro, interrompere una relazione tossica, seguire la propria vocazione o semplicemente vivere una vita più autentica.
Le vie d'uscita esistono.
Le catene, molto spesso, sono invisibili.
Ciò che spesso manca è il coraggio di riconoscere le paure che ci guidano.
Omero racconta il viaggio dell'eroe.
Joyce racconta il viaggio della coscienza.
Jung spiega perché quel viaggio è necessario: conoscere ciò che è nascosto dentro di noi.
Fromm aggiunge che molte persone rinunciano a intraprenderlo perché la libertà fa paura. È più rassicurante restare prigionieri delle proprie abitudini che assumersi la responsabilità di cambiare.
In queste quattro prospettive si incontrano mondi apparentemente lontanissimi: il mito greco, il grande romanzo del Novecento, la ricerca interiore e la filosofia della libertà. Eppure tutti sembrano porre la stessa domanda: quanto del nostro destino dipende davvero dagli eventi e quanto, invece, dalle parti di noi che non vogliamo conoscere?
Una possibile lettura dell'Odissea è vedere nelle prove di Ulisse una forma di nemesi. Non tanto una punizione inflitta dagli dèi, quanto il lungo percorso necessario perché l'eroe prenda coscienza del prezzo pagato dal proprio ingegno, degli inganni e della guerra che ha contribuito a vincere.
Da una parte Ulisse è dominato dal desiderio di esplorare l'ignoto e superare i limiti umani; dall'altra deve confrontarsi con le conseguenze del proprio modo di agire, dell'uso dell'intelligenza e dell'arte della parola per tessere inganni, manipolare gli altri e piegare la realtà ai propri fini.
Non è un caso che anche Dante, molti secoli dopo, collochi Ulisse nell'Inferno tra i consiglieri fraudolenti. Più che condannare il desiderio di conoscere, sembra mettere in guardia contro un'intelligenza che, quando si separa dall'etica, può trasformarsi in strumento di inganno e distruzione.
Continuiamo a chiamarlo destino perché è meno doloroso che riconoscere le nostre paure. La vita ci mette spesso davanti a prove che non abbiamo scelto. Ma non sempre riconosciamo quanto le nostre paure influenzino il modo in cui le affrontiamo.
Il mare cambia.
Cambiano i secoli.
Cambiano i linguaggi.
Ma il viaggio resta sempre lo stesso.
Itaca è il luogo in cui l'uomo smette di attribuire al destino le risposte che può trovare soltanto dentro di sé.
Se ti interessa approfondire il modo in cui spesso siamo noi stessi a costruire le illusioni che ci imprigionano, puoi leggere anche l'articolo dedicato all'autoinganno.
- Rossana vanderBorg
.jpg)