domenica 18 ottobre 2020

Dalla bandiera arcobaleno all’ipocrisia dei diritti: la strada verso il disastro

 

Allegoria della menzogna di Salvator Rosa

Dove sarà finita l’allegra brigata che inneggiava alla pace, marciando con la bandiera arcobaleno?

Era tutto un colore: famiglie con bambini, giovani pieni di ideali, intellettuali di sinistra, gente comune, personaggi dello spettacolo, cattocomunisti.

Tutti insieme.

Tutti evaporati?

All’epoca i tamburi di guerra erano lontani, eppure balconi e finestre erano tappezzati di bandiere della non belligeranza. Chi non aderiva veniva automaticamente associato al dio Marte: guerrafondaio, venditore di armi.

Non tutti erano omologati, e i ricordi restano.


Per questo oggi l’ipocrisia di chi finge di vivere in un mondo nuovo è insopportabile.

Il presente è il risultato degli errori accumulati negli ultimi decenni, quando la parola “diritto” è entrata nel vocabolario quotidiano… senza il suo contrappeso: il dovere.

Il “diritto all’istruzione” è stato svuotato da chi restava anni nelle università senza laurearsi, tanto costava poco; e da genitori convinti che educare fosse compito esclusivo degli insegnanti.

Il “diritto alla sanità” ha trasformato i pronto soccorso in scorciatoie per evitare il medico di base; la spesa farmaceutica è esplosa, tra pretese e abusi.

Il “diritto alla pensione” ha garantito a molti un reddito a vita con quindici anni — o meno — di contributi, spesso accompagnato da lavoro in nero.

Il “diritto alla casa” ha permesso a chi sapeva muoversi di ottenere abitazioni a prezzi irrisori, indipendentemente dalle reali condizioni economiche, spesso trasmettendo il privilegio.

Il “diritto al lavoro” è stato interpretato come diritto allo stipendio, non come risultato del lavoro: assenze tollerate, controlli blandi, produttività irrilevante.

Tutto distribuito allegramente.

In cambio, il ventre molle della politica — insieme a baronie universitarie, magistratura, giornalisti, banche, finanza — cresceva in potere e voracità.

Troppi per nominarli tutti.

Come nei sistemi feudali, dominava la raccomandazione: guai a non appartenere a un partito, a un sindacato, a una chiesa, a un circuito di potere.

Chi osava opporsi veniva liquidato come reazionario, ignorante, marginale.

Non c’è alcun piacere nel constatare il disastro.

C’è solo la necessità di trovare una via d’uscita, per non condannare le nuove generazioni.

Abbiamo agito con ipocrisia.

Con presunzione.

Con stupidità.

Soprattutto è mancato l’equilibrio, quel buon senso elementare che una volta si chiamava “contadino”.

Per vivere insieme servono regole.

Non personali.

Non negoziabili a piacimento.

Regole capaci di valere per molti.

Se ogni situazione richiede una deroga, una postilla, un’eccezione… il sistema crolla.

Diogene sosteneva che l’uomo libero è indipendente dalla società, e per questo viveva in una botte.

Ma non è il nostro caso.

Noi vogliamo vivere in collettività… imponendo però regole che favoriscano solo noi, ignorando gli altri.

Impossibile.

Per quanto ci si creda furbi, ce ne sarà sempre uno più furbo.

E quando arriva al potere, per noi la partita è chiusa.

Bisogna smettere di seguire il pastore di turno.

Non siamo pecore.

Serve ragionevolezza.

Serve guardare al vicino di casa come a un alleato, con cui — volenti o nolenti — dobbiamo convivere.

Continuare a dividerci in destra e sinistra, sbandierare coerenze che non siamo in grado di sostenere, significa una cosa sola:

diventare carne da cannone.

— Rossana vanderBorg