martedì 20 ottobre 2020

Non scherziamo: Turchia dentro l’Europa, NO




Battaglia di Vienna di Pauwels Casteels
La goccia scava la pietra, lo dicevano gli antichi. Purtroppo richiede tempo, ma questo non toglie la volontà di provarci, anche a costo di diventare un tormentone.

La Storia, per la maggioranza delle persone, non è affatto maestra di vita. Forse dipende da chi la insegna, incapace di renderla viva; fatto sta che molti non riescono a collegare gli eventi del passato con ciò che accade oggi, né tantomeno a trarne insegnamento.

A questo si aggiunge l’idea, piuttosto strampalata, che evocare il passato sia inutile, perché il “nuovo” sarebbe sempre e comunque migliore, portatore automatico di progresso.

Poi c’è la supponenza umana: incapace di distinguere tra apprendere e comprendere, appesantita da condizionamenti e istinti primari.

Eppure i problemi dell’uomo restano invariati: nascere, vivere, morire. Con tutto ciò che ne deriva — sofferenza, inquietudine, paura.

Non è diverso un persecutore di ieri da uno di oggi.

Passano i secoli, ma violenze ed efferatezze restano: vigliaccheria, tradimento, menzogna.

Tanta strada percorsa, ma l’evoluzione morale dov’è?

Nelle guerre di oggi, come in quelle di ieri, troviamo genocidi, stupri, miseria, masse in fuga, schiavitù.

Può sembrare un paradosso, ma la Storia non mente: cambiano i contesti, non l’uomo.

Difficile non pensare a tutto questo osservando il quadro della “Battaglia di Vienna” del 1683: l’apice dello scontro tra l’Impero Ottomano e l’Europa, quando il nostro continente sembrava senza speranza, lacerato al suo interno da guerre politiche e religiose.

L’Impero Ottomano affondava le sue radici in quello turco dei Selgiuchidi, esteso dall’Anatolia al Punjab, con la Persia al centro del dominio.

I turchi selgiuchidi, in origine, vivevano tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Popolazioni turche erano anche Unni, Avari e Bulgari, che occuparono l’attuale Ungheria, chiamata dai Bizantini “Turchia”.

Oggi, invece, i turchi abitano territori appartenuti alla civiltà bizantina fino al 1453, anno della caduta di Costantinopoli.

L’Impero Ottomano, alleato della Germania, si dissolve alla fine della Prima guerra mondiale, dopo le guerre balcaniche e il conflitto italo-turco, quando la Libia — ultimo possedimento africano — diventa colonia italiana.

Deposto l’ultimo sultano, emerge Mustafa Kemal, detto Atatürk, che nel 1923 fonda la Repubblica turca.

Fu un uomo lungimirante: introdusse una Costituzione, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità tra i sessi, stabilì l’elezione del presidente a suffragio universale.

Nel territorio convivevano turchi, curdi, greci, ebrei e armeni. Questi ultimi furono vittime di una pulizia etnica tra il 1915 e il 1916, accusati di collusione con la Russia.

Passano i decenni.

La Turchia diventa uno Stato laico, con un’economia in crescita e un sistema politico pluralista.

Poi arriva Erdogan.

Chi è?

Un venditore di limonata, cresciuto grazie a uno Stato laico e filo-occidentale.

Come ricambia?

Nel 1998 finisce in carcere per incitamento all’odio religioso. Dieci mesi, non anni, come accadrebbe in molti paesi islamici, dove si aggiungono frustate e condanne a morte.

Uscito di prigione, fonda un partito islamista conservatore e sfrutta le tensioni del Medio Oriente per costruire il proprio potere.

Simbolo di questa deriva è il palazzo presidenziale: 650 milioni di dollari, trenta volte più grande della Casa Bianca.

Nel 2005 nega il genocidio armeno, entrando in conflitto con il Parlamento europeo, che comincia a dubitare di un alleato sempre più ingombrante.

Gli Stati Uniti spingono per l’ingresso della Turchia in Europa.

Non per ideali.

Per interessi.

Sempre gli stessi.

Intanto l’economia turca vacilla: i capitali affluiti durante le politiche espansive americane si ritirano, lasciando debiti e instabilità.

Il sogno neo-ottomano si incrina. Il bluff emerge.

Erdogan, invece di combattere l’ISIS, concentra gli attacchi contro i curdi, che minacciano il suo potere politico.

E i curdi? Quaranta milioni di persone senza uno Stato, sparsi tra Turchia, Iran, Iraq, Siria, Afghanistan, Azerbaigian.

Un popolo ignorato. Da tutti. Eppure pronto a combattere.

Le lacrime di coccodrillo per la strage di Ankara servono a mantenere in piedi un’alleanza ormai logora, utile solo per interessi economici e giochi di potere.

È arrivato il momento per l’Occidente di fare i conti.

Le situazioni fuori controllo sono troppe.

Davanti abbiamo popolazioni affamate, devastate da guerre e fanatismi, guidate da capi interessati solo a mantenere il potere — e la testa attaccata al corpo.

In questo caos è difficile distinguere il giusto.

Non vediamo più cavalli al galoppo.

Ma la bandiera è sempre lì.

E noi ci siamo già passati.

Non scherziamo.

— Rossana vanderBorg