sabato 18 aprile 2026

Razzismo o reazione? L’Italia al bivio tra cultura, lavoro e identità


 Il razzismo si autoalimenta con i complessi d’inferiorità, la mancanza di cultura e la prevaricazione.

L’istinto umano di dominare non è stato placato in secoli di storia: è connaturato negli ominini (e non ominidi, come da più recente classificazione).

La razionalità di alcuni non potrà mai prevalere, perché la “ragione” implica pensiero logico, mentre molti si lasciano guidare dall’istinto, dal caso, dal fato.

Nell’organizzare la propria società, gli uomini hanno potuto contare su territorio, clima e intelletto.

La forza fisica è sempre stata indispensabile alla sopravvivenza.
Ma il pastorello Davide ci ha insegnato, abbattendo Golia con una fionda, che spesso la furbizia vince.

In poche righe si condensano millenni di storia umana.

La cecità nel guardare la realtà nasce dall’illusione di essere migliori di chi ci ha preceduto.

Essere monocoli è la dannazione di molti.
Immagino la sofferenza dei pochi vedenti.

Il cammino dell’umanità è segnato da poche persone.
La massa si divide tra spettatori e assistenti, spesso ostaggio di prepotenti, villani e distruttori.

È difficile non cadere nelle trappole preparate dagli attuali annientatori.
E fa rabbia vederli all’opera, perché spesso sono anche stupidi.

L’ottusità non ha limiti — ed è per questo che raccolgono consenso.

I loro seguaci si dividono in:

  • tifosi senza sé né ma
  • opportunisti in cerca di briciole
  • traditori pronti a sostituirli
  • vigliacchi che vivono di luce riflessa

Con le elezioni del 4 marzo, l’Italia è arrivata a un bivio.

Dopo decenni di follia mascherata da benessere, la società italiana si trova davanti a due strade:
catastrofe o resa dei conti.

Non servono trattati di sociologia per capire come siamo finiti qui:

alcuni politici italiani hanno venduto l’anima a un’ideologia fallimentare, il comunismo;

altri hanno promosso uno Stato fatto di dialoghi infiniti, lasciando campo libero ai più scaltri;

altri ancora, i “furbetti”, hanno prosperato dentro questo sistema.

Questi sono i principali manovratori.

Ma anche i piccoli partiti italiani hanno avuto un ruolo:
servivano a ricattare i grandi.

La piovra mafiosa ha imparato da questo sistema — non il contrario.

Il meccanismo è semplice:

si occupano Parlamento, Presidenza, Ministeri, enti locali, fino a ogni struttura dello Stato italiano.

Così si controllano università, scuole, ospedali.

Il problema è che questo sistema non produce nulla.

Consuma.

E infatti le risorse dell’Italia sono state dissipate.

Industrie svendute o costrette a delocalizzare.
Turismo lasciato indietro.

E ora il coperchio salta.

Gli italiani — formiche operose — si sono fermati a chiedersi cosa sia successo.

Hanno lavorato, fatto sacrifici, e si ritrovano con:

  • più tasse
  • servizi peggiori
  • insicurezza diffusa
  • precarietà
  • pensioni insufficienti

E chi ha beneficiato di questo sistema grida allo scandalo contro “populismo” e “razzismo”.

Ma cosa vi aspettavate?

Che la sostituzione della manodopera a basso costo in Italia non fosse notata?

Che lavoratori, artigiani e giovani laureati italiani non si arrabbiassero?

È difficile accettare lavori massacranti, sottopagati, senza diritti — come avviene sotto gli occhi di tutti.

E chi predica solidarietà spesso chiude un occhio davanti allo sfruttamento.

Il problema non è il colore della pelle.

È la difesa della nostra cultura italiana, delle nostre tradizioni.

Queste non si negoziano.

Sono il frutto di millenni di storia, pagati dai nostri antenati.

Abbiamo il dovere di conservarle.

A chi arriva da fuori diciamo questo:

comportatevi come ospiti.

Gli italiani sono generosi.
Ma il benessere è costato sacrifici, non è piovuto dal cielo.

Se qualcuno pretende di imporre usi, costumi o sistemi incompatibili con il nostro, la risposta è semplice:

tornate da dove siete venuti.

Questo non è un territorio di conquista.

La pazienza ha un limite.

E la storia lo insegna.