martedì 29 settembre 2020

Meridione: l’alibi dell’indolenza

Tavola Strozzi Veduta di Napoli

L’indolenza è solo una delle tante etichette usate per allontanare il problema del Sud, per relegarlo in un angolo remoto della coscienza sociale e politica.

C’è chi attribuisce al clima la povertà di una regione rispetto a un’altra: sotto i tropici si lavora meno, al Nord si è più produttivi. Una deduzione priva di fondamento. Le Americhe e l’Oceania sono state popolate da uomini provenienti da ogni parte del pianeta. Lo sviluppo di una società dipende dall’istruzione e dal buon governo, non dalla temperatura.

Per comprendere il presente del Sud Italia bisogna partire da lontano.

Nel XII secolo Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, fu un sovrano di straordinaria cultura e visione politica. Tentò di unire popoli e territori, organizzando nel Mezzogiorno e in Sicilia un governo centrale efficiente, con un’amministrazione funzionante — qualcosa che nei secoli successivi non si vedrà più.

Abolì i dazi interni, creando un mercato unificato che ancora oggi farebbe invidia.

Troppo avanti per il suo tempo.

Entrò in conflitto con la Chiesa, mettendone in discussione il potere temporale. Fu scomunicato, definito eretico, deposto. Il suo progetto si spense.

Nel resto d’Italia, tra Medioevo ed età moderna, i Comuni avevano già dato impulso a commercio, artigianato ed economia. Nel Sud, invece, il feudalesimo continuava a dominare.

Nasce così la “questione meridionale”, espressione coniata dopo l’Unità d’Italia per indicare il divario strutturale tra Nord e Sud.

Nel Regno delle Due Sicilie, sotto i Borboni, vigeva una politica paternalistica: i provvedimenti erano concessi come favori, non come diritti.

La terra era nelle mani dei latifondisti e della Chiesa; i braccianti lavoravano per sopravvivere, producendo poco e vendendo a prezzi alti, impedendo uno sviluppo agricolo competitivo.

Al Nord, invece, si affermava un’agricoltura moderna e produttiva.

Le risorse del Regno servivano a mantenere esercito e corte, non a investire.

Le infrastrutture erano carenti: paludi estese, come quelle Pontine e del Fucino, furono bonificate solo in epoca fascista; le strade erano poco più che mulattiere.

La prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici (1839), fu un primato sterile: dopo vent’anni il Nord contava oltre 2000 km di rete, il Sud meno di 100.

In queste condizioni, il brigantaggio divenne una scelta quasi obbligata per molti: fenomeno diffuso, spesso tollerato o persino sostenuto dalle popolazioni locali, come risposta a fame e ingiustizie.

Dopo l’Unità, la situazione migliorò poco.

Con Giolitti alcuni meridionali entrarono nell’amministrazione pubblica, ma i deputati del Sud continuarono a difendere gli interessi dei latifondisti. Le terre pubbliche e della Chiesa finirono nelle loro mani, lasciando il popolo ancora escluso.

Strade e ferrovie non bastarono a creare sviluppo.

Analfabetismo, arretratezza e quello che alcuni definiscono “familismo amorale” — un eccesso di legami familiari a scapito dell’interesse collettivo — consolidarono il divario.

Questo atteggiamento fu anche una reazione a governi percepiti come ostili, ma non può giustificare un eterno immobilismo.

La mancanza di senso civico impedisce la fiducia reciproca, e senza fiducia non esistono commercio, industria, legalità.

Non è solo una questione di corruzione economica.

È l’indifferenza verso le regole.

È la diffidenza verso ciò che è esterno.

La democrazia esiste da tempo. Il Sud ha beneficiato dell’istruzione pubblica come il resto del Paese. Non si può più parlare di ignoranza come alibi.

Eppure persistono clientelismo, sottomissione, connivenza con politici che distribuiscono favori come elemosine.

Nessuno assume responsabilità.

Nessuno dà la scossa.

Eppure uomini e donne del Sud, all’estero, hanno costruito fortune, dimostrando capacità e determinazione.

È per questo che l’apatia interna è una colpa grave.

Una metastasi che consuma la parte sana della società, soprattutto i giovani, costretti a scegliere tra emigrazione e rassegnazione.

E oggi la competizione è ancora più dura, con flussi migratori crescenti.

Il rischio è diventare gli ultimi della fila.

Non sarebbe il caso di prendere in mano il proprio destino?

E di riscrivere la storia, tornando ad avere come riferimento una visione — quella di Federico II?

— Rossana vanderBorg