Le grida virulente di femmine, un tempo incoronate a difendere la specie, si sono trasformate in brusii. D’altra parte, al gentil sesso non spettava combattere con le armi della rozzezza.
Il risultato?
Alcune hanno imparato a comportarsi e a ragionare come i maschi, sottraendo alla società il punto di vista femminile. Quel vuoto oggi è occupato, in gran numero, da altri modelli che nulla hanno a che vedere con la maternità — perché la maternità è mezzadra di un frutto, per molti versi ancora misterioso.
Il vortice in cui la donna si muove nella Storia a volte è un tornado, altre volte ricorda l’acqua che scivola via da un lavandino.
Al primo appartiene il culto della “Grande Madre”, divinità femminile del Paleolitico: un’epoca in cui l’essere umano viveva immerso nella natura, parte integrante dell’universo e delle sue leggi.
Poi il passaggio: da cacciatori e raccoglitori a pastori e agricoltori. Millenni attraversati tra civiltà, gloria e miseria, con una crescita umana tutto sommato equilibrata.
Negli ultimi duecento anni, però, con la rivoluzione industriale, siamo passati da 1,2 miliardi a oltre 7 miliardi di persone.
Una vera esplosione demografica.
E metà vive nella povertà.
È inevitabile, allora, strappare terre: coltivazioni, allevamenti, miniere, legname. In Amazzonia, ogni 8 secondi scompare un’area grande quanto un campo da calcio.
Nel frattempo, l’essere umano ha cambiato vita: automobili, aerei, televisori, computer, telefoni. Una moltitudine che viaggia, consuma oltre il necessario, schiava dell’utile e dell’inutile.
Ma è evidente: non tutti possono vivere come se ogni giorno fosse Natale.
E allora chi rinuncerà ai regali?
Preti e utopisti parlano di condivisione. La realtà è un’altra.
La globalizzazione sta togliendo la maschera: nei paesi poveri emergerà ciò che era prevedibile — sfruttamento estremo da parte di multinazionali, megalopoli violente, inquinamento diffuso.
I disastri ambientali non sono lontani: anche in Italia vediamo le conseguenze del disboscamento e delle costruzioni selvagge.
Ma altrove è peggio.
Nel Medio Oriente, la scomparsa delle paludi — causata da dighe costruite in Turchia sul Tigri e sull’Eufrate — porterà a una riduzione dell’acqua potabile del 90% in Iraq e del 40% in Siria.
Meglio non chiedersi chi costruisce e perché. Il silenzio è assordante. Dietro molte guerre c’è anche questo.
A questo punto serve uno spartiacque.
Se davvero l’uomo è guidato dalla ragione e non dall’istinto, se l’animale apprende e l’uomo comprende, allora la Storia dovrebbe essere un insieme di aneddoti, non una sequenza infinita di errori.
Forse la verità è un’altra.
Proviamo a rovesciare il tavolo.
Forse non siamo tutti uguali.
Perché una donna mette al mondo figli in paesi devastati dalla carestia? In territori dominati dalla guerra, dove quei figli diventeranno schiavi o bambini soldato?
Perché madri-bambine, vittime di violenze, continuano a generare altre bambine destinate allo stesso destino?
E perché, nei paesi occidentali, una madre è spesso troppo occupata — dal lavoro o dai propri bisogni — da delegare a nonni, alla scuola e alla società la crescita dei figli?
Eppure proprio alla donna spetterebbe un compito immenso: preservare l’ambiente, coltivare la libertà, insegnare rispetto e giustizia.
Senza questi valori, la prevaricazione non incontra ostacoli.
La donna possiede, per natura, gentilezza e capacità di mediazione. Come madre conosce ansia, pietà, determinazione.
Per questo non esistono scusanti.
Altrimenti smettiamola di dire che siamo tutti uguali.
E smettiamola di mettere l’essere umano sopra il resto della specie animale.
— Rossana vanderBorg
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