martedì 8 settembre 2020

Migrazioni: il grande inganno


Migranti, profughi: la confusione impera. E tutto lascia presagire grandi interessi attorno a questa gente in cammino.

Sfatiamo i miti e guardiamo la realtà.

La maggior parte dei migranti proviene da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Marocco, Algeria, Gambia, Bangladesh: paesi diversi, ma con un passato sorprendentemente simile.

Per decenni molti europei, abbagliati da ideologie social-comuniste o da una certa religiosità catto-comunista, hanno riempito libri e discorsi sulle colpe del colonialismo. Alcuni, in buona fede, per espiare queste colpe hanno abbassato le difese, accettando senza fiatare lo sconvolgimento delle nostre società.

Ma spostare masse di persone da un continente all’altro non risolve nulla. Si sposta il problema, senza creare benessere.

Serve chiarezza.

Prendiamo un esempio vicino: l’Eritrea.

Fu controllata dagli Ottomani per tre secoli, poi passò agli Egiziani sotto protettorato britannico. Alla fine dell’Ottocento l’Italia, sotto il governo di Francesco Crispi, ne fece una colonia, acquistando anche territori dal sultano locale.

Nel 1890 contava circa 300.000 abitanti. Cinquant’anni dopo, alla fine della presenza italiana, erano diventati un milione.

Strano, no?

Quando si vive male, si emigra. Qui, invece, la popolazione triplica.

Nel 1941 passa ai britannici. Negli anni ’50 l’ONU — quell’organizzazione tanto umanitaria a parole quanto demagogica nei fatti — decide di federarla all’Etiopia.

Risultato: guerre civili fino al 1991, anno dell’indipendenza.

E oggi?

Una dittatura da cui si fugge.

Nigeria, Sudan, Somalia: storie simili. Regni, sultanati, colonizzazione europea, indipendenza e poi guerre, dittature, caos.

La Siria?

Ribellatasi all’Impero Ottomano dopo la Prima guerra mondiale, tenta una monarchia indipendente. Fallisce. Diventa mandato francese fino al 1945. Poi colpi di Stato a ripetizione, fino alla presa del potere della famiglia Assad.

E allora?

È meglio morire sotto una dittatura “locale” o vivere sotto un protettorato straniero?

E ancora: perché milioni di persone vogliono raggiungere Europa, Stati Uniti, Australia, Brasile, Cile — tutte ex colonie europee — e non Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar?

Paesi ricchissimi.

La risposta è davanti ai nostri occhi.

Ma nessuno vuole vederla.

Perché non un vero Piano Marshall per l’Africa?

Aiutare le popolazioni sul posto, creare sviluppo reale.

Forse perché verrebbero meno interessi enormi, intrecciati tra governi locali e finanza globale?

O forse c’è altro.

Forse qualcuno immagina un’Europa trasformata in un parco giochi per élite, con una popolazione impoverita, più docile, più sostituibile.

Fantapolitica?

Allora perché tutto questo odore di bruciato?

Le cosiddette “primavere arabe” del 2011 — Tunisia, Libia, Siria, Egitto, Yemen, Iraq — nascono contro corruzione, povertà e assenza di diritti.

E cosa resta oggi?

Caos. Guerre tribali. Sunniti contro sciiti. Nessuna prospettiva. Solo un collante: l’odio verso l’Occidente.

La Storia non è mai casuale.

Il quadro di Hayez su Parga racconta molto: una popolazione che rifiuta il dominio ottomano e sceglie l’esilio.

Sempre gli Ottomani.

Poi, dieci anni dopo la fine dell’Impero Ottomano, nasce la Fratellanza Musulmana: ideologia islamista, Sharia, Jihad.

Tra i finanziatori: il Qatar.

Eppure, altri paesi arabi la dichiarano illegale, mentre sostengono gruppi ancora più radicali.

Una giostra di interessi.

Tutti però accomunati da una cosa: diffidenza, quando non odio, verso l’Europa.

E i nostri governanti?

Chi non vede, chi finge, chi crede di poter accarezzare il problema senza essere morso.

Giocano sulla nostra pelle.

Per questo è necessario ricordare — soprattutto alle donne — cosa significa vivere in certe società.

Padri e mariti che decidono. Libertà inesistenti.

Rabbrividite all’idea di dover chiedere il permesso a un uomo per ottenere un documento.

E voi, abituate a gonne corte e libertà personali: qualcuno potrebbe insegnarvi una “nuova moda”.

E non sarà facoltativa.

Ricordiamoci una cosa semplice.

In Europa esiste la democrazia.

La maggioranza decide.

Ma se un giorno cambia la maggioranza, cambiano anche le regole.

E allora l’orologio può tornare indietro.

— Rossana vanderBorg