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| Minotauro di George Watts |
In questo quadro dell’inglese George Watts, la bruttezza del Minotauro passa in secondo piano, perché la figura del mostro arriva quasi a intenerire, per la malinconia espressa mentre osserva l’orizzonte.
Una frase in un libro di Michael Ende (scrittore noto per “La storia infinita”) ci guida nel pensiero che scorre nella mente del Minotauro:
“Soltanto chi lascia il labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne”.
Questo vale per lo spirito con il quale, nella vita, si affrontano molte situazioni.
Il più importante, però, riguarda il nostro inconscio e la sofferenza, vera o presunta, che portiamo dentro.
Il vocabolo “integrazione”, proprio delle scienze sociali, indica un insieme di processi culturali e collettivi attraverso i quali, al termine di un percorso, un individuo entra a far parte di una società differente dalla sua.
Sulla carta è tutto limpido.
Nella realtà, è tutta un’altra cosa.
Al dunque, chiariamo le differenze abissali tra le varie tipologie di esiliati o trasferiti da una parte all’altra del mondo.
I privilegiati economicamente appaiono i meno sofferenti, anche se l’esteriorità spesso inganna.
Le differenze, perfino tra paesi occidentali, sono tali da richiedere un vero manuale di sopravvivenza.
In alcuni paesi è obbligatorio darsi del “lei”: il formalismo, anche quando viene messo in discussione, resta radicato e crea una barriera difficile da superare per chi è abituato al “tu”.
Altrove si dà grande importanza alla forma: abbigliamento, accessori, apparenza.
In altri ancora, tutto questo conta poco.
Basta uno sguardo per capire come comportarsi, cosa aspettarsi, quali reazioni attendere.
E spesso il quadro non è all’altezza della cornice.
Chi non lo sa, resta deluso — e ingannato.
Anche l’amicizia cambia volto.
In alcuni paesi significa stare insieme, fare gruppo, condividere momenti leggeri.
In altri entra in gioco il sentimento.
Ma anche qui si distinguono due specie: gli adulatori — “mi può servire”, “tanto non costa nulla” — e le vittime dei buoni sentimenti, poveri ingenui di fronte all’insensibilità umana.
Vivere nell’agio attenua la percezione della diversità.
Scuola e ambiente sociale facilitano l’inserimento.
Eppure il tuo posto resta sospeso tra due mondi.
Non sei più né di qua né di là.
Il disagio si attenua perché sei considerato tra pari — ma resta.
Immaginiamo invece chi arriva con una mano davanti e una dietro, in un paese sconosciuto, di cui spesso conosce appena il nome.
Vedere persone mangiare con le mani, pulirsi il naso con le dita, espletare i bisogni dove capita — anche se per qualcuno è normale — diventa uno shock per altri.
E questo è solo l’inizio.
Si crea inevitabilmente una barriera tra te e gli altri.
E siamo ancora alla superficie.
A questo si aggiunge il legame a valori, norme e visioni del mondo lontane anni luce da quelle del luogo in cui si è stati catapultati.
Serve altro per generare disagio?
Chi sostiene che, con il tempo e con la scuola, l’integrazione si realizzi automaticamente, è un illuso.
Può accadere per alcuni, predisposti al cambiamento.
Mai per la maggioranza.
Questa idea utopica nasce da una visione quasi religiosa e dalla storia di territori poco popolati, colonizzati nei secoli passati al prezzo della distruzione di intere popolazioni autoctone.
Con buona pace dei sognatori.
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