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| Trattato di Münster di Gerard ter Borch |
Questi austeri signori, intenti nella lettura di documenti, stanno per apporre le loro firme al Trattato di Utrecht del 1713. A chi oggi vive immerso nel presente e inorridisce all’idea di voltarsi indietro, vale la pena ricordare che quelle firme pesano ancora, incidendo sulla vita di milioni di catalani.
Sono passati più di trecento anni, è vero. Molta acqua è passata sotto i ponti. Eppure la Storia torna sempre a bussare.
Turbolenze e guerre nacquero alla morte di Carlo II, ultimo Asburgo di Spagna e dell’impero d’Oltremare, re di Napoli, Sicilia, Sardegna e altri domini. La sua vita non fu diversa da quella di tanti sovrani senza eredi: queste situazioni alimentano attese e manovre tra parenti vicini e lontani. Nato malaticcio, Carlo II lasciava dietro di sé un groviglio di parentele e interessi, in un’Europa dove le dinastie si intrecciavano e ciascuno coltivava ambizioni sulla successione.
Nel suo testamento indicò come erede Filippo d’Angiò, figlio di sua sorella Maria Teresa e nipote del re di Francia Luigi XIV. Peccato che la stessa Maria Teresa avesse rinunciato ai diritti sul trono spagnolo.
Attorno a quel cadavere si scatenò la contesa. Si formarono due schieramenti: da una parte la Francia, dall’altra Austria, Inghilterra e Paesi Bassi, con vari alleati.
Dopo diverse battaglie la Francia sembrava soccombere, quando un evento inatteso cambiò tutto: morì l’imperatore d’Austria e gli succedette Carlo VI d’Asburgo, lo stesso pretendente al trono di Spagna.
A quel punto il panico prese il sopravvento.
Se Carlo VI fosse diventato anche re di Spagna, avrebbe dato vita alla più potente dinastia del mondo.
Gli alleati, improvvisamente prudenti, si sedettero al tavolo delle trattative con la Francia ormai in difficoltà, e nacque il Trattato di Utrecht.
Filippo di Borbone divenne re di Spagna, ma le corone di Francia e Spagna furono separate. L’Inghilterra ottenne Gibilterra e Minorca; l’Austria si accontentò dei Paesi Bassi spagnoli, del Regno di Napoli, della Sardegna, del Ducato di Milano e di vari presidi in Toscana.
Insomma, ognuno portò a casa qualcosa.
E i Borboni?
La prima cosa che fecero fu abolire la “Diputació del General”, istituita nel 1359: un organismo rappresentativo delle Corts, formato da ecclesiastici, militari e popolo, una sorta di governo delle contee catalane, unite da lingua e cultura comuni e legate inizialmente alla Corona d’Aragona.
La “Diputació” verrà restaurata solo nel 1931, per poi essere nuovamente abolita dal dittatore Francisco Franco nel 1939.
Ecco come la Storia si prende gioco di noi.
La Spagna moderna, pur concedendo autonomia alla Catalogna, sembra dimenticare che la lotta antifranchista dei catalani mirava non solo alla democrazia, ma anche all’indipendenza.
Dimentica che l’incoronazione di Juan Carlos di Borbone fu osteggiata dai nazionalisti catalani, poco inclini a fidarsi dei Borboni e sempre più orientati verso la repubblica.
Dimentica che in Catalogna convivono persone di idee politiche e culturali diverse, unite però nella richiesta di autodeterminazione.
Un principio riconosciuto dal diritto internazionale come “supremo e irrinunciabile”: un popolo sottoposto a dominazione esterna ha diritto all’indipendenza.
Giusto o sbagliato, al di là delle opinioni personali, anche le regole dell’ultimo secolo sembrerebbero dare ragione ai catalani.
Ma ci sono dei “se”.
Se questo principio vale per la Catalogna, allora molte altre popolazioni potrebbero rivendicare lo stesso diritto. L’Europa rischierebbe una trasformazione radicale, ben lontana dall’utopia della “confederazione europea”.
Chi difende le identità locali, chi sente più vicino il proprio vicino rispetto allo sconosciuto, viene spesso accusato di populismo, come se fosse un termine offensivo.
Eppure il populismo nasce in Russia, ben prima della Rivoluzione d’Ottobre, come movimento volto a migliorare le condizioni dei più poveri: il popolo al centro della società.
Siamo partiti dai re e siamo arrivati al popolo.
E forse il problema è proprio questo: scomparsi re e nobiltà, non vogliamo essere popolo. Preferiamo tirarci indietro, inseguendo l’illusione di elevarci sopra gli altri, in una competizione continua.
Così desertifichiamo le comunità con idee mirabolanti, mentre nuovi interessi, meno visibili ma più voraci, svuotano dall’interno culture e tradizioni, svendendole a invasori insospettabili.
Per questo, viva CATALUNYA.
L’identità non ha prezzo.
— Rossana vanderBorg
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