Ogni anno era naturale essere contagiati da una particolare allegria per l’inizio della scuola.
Come oggi, finivano le vacanze estive ed era il momento di preparare astucci e comprare quaderni nuovi. Di quel tempo resta la voglia dei ragazzi di rivedere i compagni… a volte nemmeno quella.
Che cosa è cambiato?
La società, senza dubbio. Gli alunni oggi incontrano amici e compagnie fuori dalle aule: sport, hobby, viaggi studio, corsi di lingua. La scuola non è più l’unico luogo di socializzazione.
Questo è evidente per i ragazzi, abituati a correre e ad adattarsi. Molto meno per gli adulti, che faticano a stare al passo.
Durante l’anno scolastico si perdono ore nel tentativo di inculcare la convivenza, di affrontare i problemi del mondo, di costruire una coscienza civile.
Uno sforzo che inizia fin dai primi anni.
Ma nei bambini cresciuti in ambienti dove l’educazione è facoltativa diventa una battaglia persa in partenza; negli altri genera una noia appena mascherata.
Un tempo tutto questo aveva senso: famiglie diverse per condizioni sociali ed economiche, e la scuola come luogo di equilibrio e formazione comune.
Oggi è diventata una partita a ping-pong.
Da una parte famiglie maleducate e prepotenti. Dall’altra professori sempre più spaesati — e spesso indifferenti.
La soluzione?
Stabilire regole chiare di convivenza tra scuola e famiglia. Patti veri, da rispettare, non da aggirare.
Da qui deve partire la ricostruzione della SCUOLA.
Bisogna restituire lo stupore, la curiosità, quella sensazione straordinaria di uscire da un’aula avendo imparato qualcosa di utile, qualcosa che serve al futuro.
Questo è un compito da adulti coscienziosi.
Troppi anni passati a nascondersi dietro un dito.
Dalle università sono usciti troppi insegnanti impreparati, incapaci di comprendere il proprio ruolo: formare le generazioni da cui dipende la crescita — o il declino — di un Paese.
E non venga fuori la solita scusa dello stipendio.
È una verità antica: gli insegnanti non sono mai stati ricchi.
Chi sceglie questa strada lo sa.
Usarla come alibi è disonesto verso i ragazzi, ai quali si pretende di insegnare responsabilità e convivenza.
La speranza resta nei professori preparati e appassionati: quelli che trascinano anche i più svogliati, quelli che fanno la differenza.
Quelli che fanno scendere gli dèi dall’Olimpo in aula.
Quelli che fanno camminare i personaggi della Storia tra i banchi.
Quelli che ti fanno sentire il profumo di una torta spiegando le frazioni.
A loro dobbiamo tutto.
Buon inizio a tutti.
— Rossana vanderBorg
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