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| Arancio |
MAGGIO 1982. Una giovanissima studentessa sogna d’intraprendere la professione di giornalista in Italia. Riceve molti consigli, tra cui quello di continuare a studiare e, allo stesso tempo, trovare un giornale dove poter fare le ossa.
Dopo svariati tentativi, e con tanti pessimisti a soffiare sul fatto che riescono solo i “figli d’arte”, raccomandati di vario genere o chi gravita negli ambienti politici giusti, bussando a una porta intercetta una proposta del tipo:
— “Gentile signorina, Alberto Moravia ha pubblicato di recente un libro. Ha un momento di scontrosità… se lei riuscisse a intervistarlo…”
La ragazza coglie quei puntini e se ne va, domandandosi come arrivare allo scrittore. Il compito è arduo per più motivi, primo fra tutti: come prendere appuntamento con il personaggio? E santa miseria, proprio Moravia! Ultimo anno di liceo, scrittore indigesto, idee morali e politiche opposte.
Il sogno, tuttavia, è grande: bisogna cogliere l’opportunità.
Un’idea si fa largo nella sua mente e l’appuntamento con l’autore è preso in un battito d’ali, grazie a un giovane vicino di casa e alla sua famiglia, che bazzicano l’ambiente giusto.
Prepararsi alla prima intervista richiede lo sforzo di leggere 1934, ripassare Gli indifferenti e altri brani ancora freschi per l’esame di maturità. Da lì spuntano le domande.
Quando arriva il 19 maggio, ore 16.00, Lungotevere delle Vittorie n. 1, è pronta a suonare il campanello con un bouquet di orchidee in dono.
Apre una cameriera, e un festoso cucciolo di nome Arancio si fa avanti. Quando arriva lo scrittore — alto, magro, piccoli occhi indagatori sotto folte sopracciglia — trova la giovane intenta a giocare con il cane. Dopo tanti anni, sorridiamo a ciò che gli sarà passato per la mente.
Il colloquio informale che segue sarà interrotto solo dalla registrazione, necessaria a confermare il buon lavoro svolto, e continuerà con domande personali, alle quali verrà rapidamente posto un punto finale.
L’intervista piacque molto al committente, tanto da voler affiancare il nome di un giornalista noto a quello della giovane sconosciuta. Risultato: porta sbattuta e nastro rimasto nel cassetto per anni.
Reperto archeologico: è stato necessario convertirlo per riascoltarlo.
Non va a futura memoria, bensì d’insegnamento ai ragazzi: l’integrità non ha prezzo. Ci sono professioni in cui onestà e coerenza non sono contorno, ma sostanza. Piegarsi per far mangiare i figli è una cosa, per una messa in piega è un’altra.
Aggiungiamo, per chi vorrà ascoltare l’intervista, qualche nota.
Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle, nacque a Roma nel 1907 da una famiglia della media borghesia. Studiò fino alla licenza ginnasiale: a nove anni una malattia lo costrinse a letto per lungo tempo. Da autodidatta maturò l’idea che le elementari fossero fondamentali per imparare a leggere e scrivere, e l’università per scegliere una professione, mentre medie e liceo fossero solo un parcheggio. Decliniamo responsabilità sull’idiozia.
Gli indifferenti (1929) è considerato il primo romanzo esistenzialista italiano: racconta la degradazione di una famiglia borghese romana, dominata dalla sete di denaro.
Il romanzo 1934 è ambientato a Capri durante l’estate. L’amore tra Lucio, giovane intellettuale in cui si può intravedere lo stesso Moravia, e Beate, ragazza tedesca, nasce non solo dall’attrazione fisica ma dalla disperazione. Beate propone il suicidio, ma prima del gesto riparte per la Germania ed è sostituita dalla sorella gemella Trude. Le due sono opposte: Beate odia la vita e il marito nazista, Trude invece trova nel nazismo dei valori. Propone uno scambio: sostituirà Beate, ma senza suicidio.
La giovane intervistatrice, a molti anni di distanza, continua a pensare che il libro — a suo modesto parere — sia una boiata pazzesca.
Scorrendo la produzione di Moravia emerge una varietà di tecniche narrative: romanzo d’appendice, racconto, saggio. Tuttavia gli elementi del suo mondo restano costanti: predominio del sesso e del denaro, mancanza d’ispirazione, debolezza spirituale.
Da qui la prima domanda: non ha poca fiducia nell’uomo?
Seguono quelle su 1934, sulla sua formazione scolastica, sulla critica di riscrivere sempre lo stesso romanzo, sulla disperazione, sul suicidio, sulla neutralità ideologica, sul rapporto con la realtà, su Dio e persino sulla situazione in Argentina (guerra delle Falkland).
Interessante la risposta sull’intento dell’opera: un’“opera d’arte” non ne ha. Era semplicemente contento di aver passato bene i tre anni necessari a scriverla.
Con buona pace della modestia.
— Rossana VanderBorg
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