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| Immagine dei funerali di stato di Victor Hugo |
È impossibile non essere attraversati da un fremito di paura per il futuro. Con troppa superficialità molti parlano, sentenziano, prendono posizione senza avere la minima consapevolezza del bene prezioso che stiamo gettando via.
“Comme la nuit se fait lorsque le jour s’en va”.
Così si chiudono I Miserabili: “come viene la notte quando il giorno se ne va”.
E noi stiamo facendo esattamente questo: stiamo spegnendo il giorno.
Sprecheremo una libertà che non abbiamo neppure conquistato, convinti — con una presunzione ridicola — di poter controllare la violenza e dialogare con il fanatismo.
La grandezza della nostra cultura sta anche in figure come Jean Valjean: galeotto per un pezzo di pane, ladro nella casa del vescovo di Digne, salvato da un gesto di misericordia che gli offre una seconda possibilità. Da lì nasce un uomo nuovo, fedele fino alla fine.
Questa civiltà non è caduta dal cielo: è il risultato di millenni, di sacrifici, di parole e di atti che le hanno dato valore.
Modello di coerenza fu Socrate: scelse la morte bevendo la cicuta piuttosto che tradire il proprio pensiero.
E allora la domanda è inevitabile: la coerenza ha ancora un valore?
Ogni giorno assistiamo a una valanga di demagogia a basso costo, parole vuote lanciate a caso da chi vive in palese contraddizione con ciò che predica.
Si riempiono la bocca di solidarietà, tolleranza, apertura… e poi litigano per tutto: in famiglia, nel traffico, nelle riunioni di condominio. Incapaci di trovare soluzioni perfino quando si tratta dei propri figli.
Perfino ai vertici dello Stato si predica bene e si razzola male.
Le “belle parole” non elevano: smascherano.
Mostrano l’inconsistenza e, troppo spesso, la stupidità.
E davanti a una minaccia reale, concreta, codarda, è impossibile continuare a tacere di fronte a questi quaquaraquà.
Chi parla di integrazione?
I preti fanno il loro mestiere, ed è giusto così: Gesù predicava l’amore universale ed è morto per questo. Gli idealisti meritano rispetto, ma solo quando testimoniano davvero ciò che dicono, con sacrificio e coerenza.
Perché l’integrazione, quella vera, è semplice da capire.
Significa entrare in una comunità e accettarne le regole.
Ma la chiave è una sola: la volontà.
Se sono invitato a cena e rifiuto il cibo, spiegando come si dovrebbe cucinare, non c’è integrazione possibile.
In Europa esiste una civiltà millenaria.
Chi arriva deve adattarsi.
L’errore fatale è stato confondere tolleranza con resa.
È passata l’idea che integrazione significhi vivere qui come nel proprio paese d’origine.
È falso.
Integrazione significa accettare la cultura del luogo, impararne la lingua, comprenderne usi e abitudini.
A scuola si studia il programma del paese che ti ospita.
Nella vita si rispettano le regole della società in cui vivi.
Quello che distingue l’Europa è una sola parola: LIBERTÀ.
Qui nessuno impedisce a qualcuno di parlare, vestirsi, mangiare o professare la propria religione, nel rispetto delle leggi.
E allora smettiamola con l’ipocrisia.
Chi è nato in Europa e sceglie il terrorismo non è “non integrato”: ha rifiutato tutto questo.
Ha rifiutato la cultura, i valori, lo stile di vita.
Ha scelto altro.
Il luogo di nascita non conta nulla.
Conta il senso di appartenenza.
E chi non vuole appartenere, chi rifiuta questa civiltà, chi disprezza ciò che gli è stato offerto…
non è trattenuto da nessuno.
Può tornare da dove è venuto.
Lui e i suoi figli, con nipoti e bisnipoti se al caso.
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