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| Dante Inferno Canto XVIII di Jan van der Straet |
Semplice: per non sporcarsi le scarpe nella merda.
A noi non basterebbe neanche il ponte Baluarte in Messico, il più alto del pianeta con i suoi 390 metri.
Diventa allora facile comprendere il successo dei “Minions”. Questi ominidi sono la rappresentazione moderna dei tirapiedi, degli adulatori — per dirla senza eleganza, dei leccaculo — termine che indica perfettamente la sorgente degli escrementi.
Sono sempre esistiti.
Ciò che li distingue oggi è l’ampiezza del fenomeno e il degrado inarrestabile della società, dove per ottenere un vantaggio si baratta la dignità.
L’addestramento inizia da piccoli: si scambia un capriccio per un sorriso, un compromesso per un po’ di pace.
A scuola si conquista la simpatia degli insegnanti con una gentilezza costruita, approvando idee, manie e superficialità.
Poi si cresce.
Da adulti, i privilegi si ottengono circondandosi delle persone giuste. I novelli paggi si mostrano disponibili, arrendevoli, piacevoli. Sempre pronti.
Ma dietro l’angolo c’è il voltafaccia.
Per un gradino in più, tutto è lecito.
E allora ecco lo stupore dei traditi, la sorpresa davanti alla doppiezza di certi personaggi.
Una sorpresa che dura poco.
Perché, in fondo, molti hanno già accettato che “così va il mondo”.
Una riflessione amara, sincera, che nasce quando ci si guarda allo specchio e si riconosce qualcosa di sé in quel meccanismo.
Dall’illustrazione del pittore fiammingo Jan van der Straet, noto a Firenze con il nome di Giovanni Stradano, sembra uscire un fetore a cui siamo ormai abituati. Non sorprende più.
E intanto questi pupazzi gialli, servitori dei cattivi, combinano disastri restando impuniti.
Diventano eroi. Per grandi e per piccoli.
Alla ricerca costante di sciogliere gli ultimi legacci che tengono insieme una convivenza umana, senza mai pagarne il prezzo.
— Rossana vanderBorg
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